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Jolanda Bufalini
«I referendari sono stati ambigui: non ha aiutato»
22 Giugno 2009
Articoli del 2009
A urne ancora aperte, ma a quorum fallito, un’analisi del voto sul referendum nell’intervista a Gustavo Zagrebelsky. Su l’Unità, 22 giugno 2009 (m.p.g.)

Il referendum non è morto. Gustavo Zagrebelsky non aggiunge la sua voce al coro funebre che accompagna lo strumento di democrazia diretta. Piuttosto, per il giurista ex presidente della Corte costituzionale, sono gli orientamenti politici e le loro ambiguità a influire sul comportamento degli elettori. C’è stato, è vero, un uso strumentale dell’astensione per far fallire i referendum. Ma, in questo caso, se strumentalizzazioni ci sono state, i referendari hanno dato una mano.

Professore, gli elettori non sono andati a votare. La percentuale di voto alle 19 di ieri era intorno all’11 %.

«Non è certo un risultato che possa fare ben sperare i referendari».

Ed è un disastro per l’istituto del referendum.

«Nella campagna i referendari hanno sostenuto due tesi contraddittorie. Forse anche questo ha confuso i cittadini. Se non vanno a votare, forse si sono accorti dell’ambiguità che esiste nella posizione ch’essi hanno sostenuto».

Quale ambiguità?

«Hanno sostenuto due tesi contraddittorie. La loro prima tesi è che dalla eventuale vittoria dei “sì” ai referendum uscirebbe una legge molto migliore dell’attuale: una legge contro gli arbusti o i cespugli, che dir si voglia. Con l’assegnazione del premio di maggioranza alla lista più forte, e non alla coalizione, ci avvieremmo al bipartitismo. In questo caso, dunque, secondo i promotori del referendum – sottolineo: secondo loro; idee diverse sono lecite - l’effetto prodotto sarebbe buono in sé, senza nessun bisogno di riforme elettorali future».

E la seconda tesi dei fautori del sì?

«È che il sistema elettorale attuale è pessimo, e che il sistema elettorale che ne deriverebbe sarebbe, se possibile, ancora peggiore. Quindi – questa la loro tesi – bisogna votare e votare sì per creare, attraverso una legge insostenibile, le condizioni che rendono necessaria una riforma legislativa. Il Parlamento, in altri termini, sarebbe a quel punto costretto a riprendere in mano la situazione, in vista di una nuova legge elettorale. È evidente la contraddizione. Non si può chiedere un voto dicendo contemporaneamente che esso determinerà una legge buona, che non avrebbe nessuna ragione per essere poi modificata, e, insieme, che determinerà una legge pessima, che dovrà poi essere cambiata».

Una legge del tutto diversa non si potrebbe fare, dovrebbe essere comunque nella direzione indicata dal voto referendario.

«Non si può ingannare l’elettore».

C’è stata anche convenienza politica a non fare campagna referendaria e questo ha prodotto scarsa informazione. Il risultato, però, è uno svuotamento del referendum.

«Secondo me, l’istituto referendario non è né riempito né svuotato. Sono sicuro che su questioni vitali e con alternative non ambigue gli elettori avrebbero buoni motivi per impegnarsi. Un problema che le ultime consultazioni referendarie hanno proposto è invece quello dell’astensionismo, in relazione al quorum di validità al 50%. Bisognerebbe trovare il modo di impedirne l’uso strumentale per far fallire i referendum».

In questo caso, le pare che ci sia stato questo uso strumentale?

«Se c’è stato, bisogna aggiungere che i referendari con la posizione ambigua che hanno sostenuto, l’hanno giustificato».

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