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Marco Romano
I grattacieli storti l'Expo del 2015 e la corsa al futuro
11 Maggio 2008
Milano
Un’opinione come un’altra, certo in qualche modo da esperto, sul perché l’amministrazione cittadina fa male alla città. Corriere della Sera, ed Milano, 11 maggio 2008 (f.b.)

Che a conti fatti la Fiera abbia poi scelto l'offerta più vantaggiosa, con uno scarto di cento milioni di euro, è del tutto ragionevole. Ma c'è da chiedersi perché l'amministrazione comunale abbia avallato il progetto scelto, che non era l'esito di un concorso pubblico e sarebbe potuto essere benissimo modificato. Ecco: secondo me gli amministratori di Milano vengono scelti ed eletti per le loro nobilissime qualità, tra le quali non viene considerato il buon gusto nel campo estetico della città.

L'Expo del 1851, a Londra, lanciò la grande novità di un edificio in ferro e vetro simile a una serra. L'Expo di Barcellona del 1888 fu la vetrina del modernismo architettonico catalano sullo sfondo di Gaudì. L'Expo del 1889 a Parigi mostrò le incredibili possibilità costruttive dell'acciaio e, demolita l'immensa galleria delle macchine, ne rimase la torre Eiffel. L'Expo di Chicago del 1893 lanciò il movimento della City Beautiful, cui dobbiamo il rinnovo urbanistico di molte città americane e tra l'altro il Mall e il Campidoglio di Washington. L'Expo di Parigi del 1925 divenne cassa di risonanza dell'Art déco, ma toccò ancora a Barcellona, nell'Expo del 1929, di ospitare il nuovo stile moderno, con il famoso padiglione di Mies van der Rohe. E l'Italia? Se l'Expo di Torino del 1902 promosse la diffusione dello stile liberty in Italia: l'esposizione di Milano del 1906 non segnò alcun rinnovamento architettonico e finì per risolversi non solo in un programma estetico irrilevante ma anche, raccontano i giornali dell'epoca, in un fallimento su tutta la linea, compresa quella organizzativa che avrebbe dovuto legittimare la pretesa milanese di essere la capitale morale dello Stato.

Le città hanno, come le persone, un carattere radicato nel loro passato che permane nel tempo e che è difficile modificare. Sicché, se Barcellona e Torino hanno colto nell'ultimo ventennio l'occasione delle Olimpiadi per affermare la propria vocazione culturale nell'architettura, a Milano la curiosa ostinazione sul progetto CityLife dimostra soprattutto la continuità del dubbio gusto tradizionale delle amministrazioni milanesi.

Uno spettro si aggira per Milano, la diceria che il progetto sulle aree dismesse della Fiera, con i suoi discussi grattacieli, sia l'esito di un concorso. Non è vero: Luigi Roth, il suo presidente, ha messo in vendita l'area chiedendo — a mio avviso meritevolmente — che l'offerta economica fosse accompagnata da un progetto, e sui progetti presentati chiese il giudizio di undici esperti in vari campi.

Non so degli altri, ma a me venne chiesto un parere dal punto di vista urbanistico, parere negativo su 4 progetti su 5 — ottimo era solo quello di Renzo Piano — con motivazioni che chiunque può leggere sul sito www.esteticadellacitta.it

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