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Nicholas D. Kristof
Ho avuto un incubo
22 Maggio 2006
Articoli del 2005
Alcune osservazioni critiche sul rapporto fra movimento ambientalista (soprattutto americano), opinione pubblica, successo delle campagne di tutela. Dal New York Times, 12 marzo 2005 (f.b.)

Titolo originale: I Have a Nightmare – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Quando degli ambientalisti scrivono una cosa come “ La Morte dell’Ambientalismo”, vuol dire che il movimento ha grossi problemi.

Quel saggio, scritto da due giovani ecologisti, gira su internet dallo scorso autunno, e ha provocato una guerra civile fra quelli che stanno abbarbicati agli alberi, perché sostiene che “l’ambientalismo moderno, con tutte le proprie presunzioni non provate, concetti superati, strategie esaurite, deve morire per far sopravvivere qualcosa”. È triste, ma gli autori, Michael Shellenberger e Ted Nordhaus, hanno ragione.

Il movimento ecologista USA non riesce a vincere nemmeno rispetto alle questioni prioritarie, anche se ha il vantaggio di essere quasi sempre dalla parte del giusto. Le trivellazioni petrolifere nello Arctic National Wildlife Refuge possono essere approvate da un momento all’altro, e non c’è stato sinora nessun progresso, da noi, su quello che nei tempi lunghi può essere il problema più importante per la Terra: il mutamento climatico.

Il problema fondamentale, per come la vedo io, è che i gruppi ambientalisti sono troppo spesso allarmisti. Hanno una tradizione incredibile da questo punto di vista, e così hanno perso di credibilità di fronte al pubblico. Alcuni fanno un ottimo lavoro, ma alcuni di loro potrebbero essere considerati l’equivalente, a sinistra, dei neocons: luccicanti di chiarezza morale e zelo ideologico, ma privi di sfumature. (l’industria ha anche aumentato a dismisura i rischi, esagerando il fatto che le tutele ambientali comporterebbero terribili costi economici).

“La Morte dell’Ambientalismo” è sulla mia stessa lunghezza d’onda. Un tempo ero un attivista ecologico, e condivido ancora le grandi questioni del movimento, ma ora sono scettico riguardo a quei discorsi “Ho avuto un incubo”.

Negli anni ’70 il movimento ambientalista era convinto che l’oleodotto in Alaska avrebbe devastato i branchi di caribù dell’Artico centrale. Da allora, sono quintuplicati.

Quando ho iniziato a preoccuparmi per il mutamento climatico, il raffreddamento globale e l’inverno nucleare sembravano i rischi principali. Come scriveva Newsweek nel 1975: “I meteorologi divergono tra loro su cause e tendenze del raffreddamento ... ma sono quasi unanimi nel ritenere che la produzione agricola si ridurrà per il resto del secolo”.

Questo dovrebbe insegnare agli ambientalisti un po’ di umiltà. Il problemi sono reali, ma lo è anche l’incertezza. Gli ecologisti avevano ragione rispetto al DDT che minacciava le aquile calve, per esempio, ma bloccare tutte le disinfestazioni nel terzo mondo ha portato a centinaia di migliaia di morti per malaria.

Allo stesso modo, gli ambientalisti giustamente allertavano riguardo alla pressione demografica, ma esageravano enormemente nelle stime. Paul Ehrlich sosteneva in The Population Bomb che “la battaglia per nutrire l’umanità è finita ... Centinaia di milioni di persone sono destinate a morire di fame”. Nella mia biblioteca ho un libro ancora più vecchio, Too Many Asians, con la foto di una massa di indiani in copertina. Il volume avvisa che la minaccia degli asiatici che si moltiplicano senza tregua è “anche più grave della guerra nucleare”.

Jared Diamond, autore dell’affascinante nuovo Collapse, che mostra come alcune civiltà di fatto si siano suicidate saccheggiando il proprio ambiente, dice che i falsi allarmi non sono una cattiva cosa. Il professor Diamond sostiene che se accettiamo falsi allarmi per gli incendi, perché non per la salute del pianeta? Ma le sirene degli allarmi ambientali hanno suonato così a lungo, come antifurti di macchine, da diventare solo rumori di fondo iritanti.

Da un certo punto di vista, siamo tutti ambientalisti ora. Il Pew Research Center ha rilevato che più di tre quarti degli americani concordano sul fatto che “questo paese dovrebbe fare ogni cosa per proteggere l’ambiente”. Ma il sostegno all’ambiente si accoppia al sospetto verso gli ambientalisti. La Morte dell’Ambientalismo sottolinea che un sondaggio del 2000 ha rilevato come il 41% degli americani consideri gli attivisti ecologici degli “estremisti”. Ci sono molti ambientalisti seri, naturalmente, ma quelli con eccesso di zelo hanno fatto terra bruciata.

La perdita di credibilità è un fatto tragico, perché di ambientalisti ragionevoli – senza allarmismi o esagerazioni – c’è un urgente bisogno.

Viste le incertezze e i do-ut-des, si dovrebbe dare priorità all’evitare i danni ambientali irreversibili, come le estinzioni, il mutamento climatico, la perdita di spazi naturali. E i cambiamenti irreversibili sono esattamente la posta in gioco, con l’amministrazione Bush che programma di trivellare nelle aree selvagge dell’Artico, di costruire strade nelle foreste vergini, di non fare essenzialmente nulla per il riscaldamento globale. È un programma che ci farà fare una figuraccia, davanti ai nostri nipoti.

Dunque sarebbe un fattore critico, avere un movimento ambientalista credibile, articolato e dotato di sfumature, molto rispettato. Ma ora, temo, non ce l’abbiamo.

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