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Oreste Pivetta
Gregotti: «Speculazioni e abusi: un fallimento culturale»
21 Luglio 2009
Articoli del 2009
Un’intervista a Virttorio Gregotti, nell’ambito di un servizio sul turismo ladrone in Italia. L’Unità, 21 luglio 2009

Scusi, architetto,ma consiglierebbe mai a un giapponese di venire in Italia? Da turista naturalmente...

«Sì, gli consiglierei ancora di venire. Magari lo fornirei di una guidina: l’elenco di quanto sarebbe meglio evitare, mari, monti, città, paesi, ristoranti, eccetera eccetera...».

Una volta erano i tedeschi. Era Der Spiegelche sintetizzava in copertina: spaghetti troppo rossi e una pistola (della mafia,naturalmente). Ne seguirono altre di copertine “anti-italiane”.Ma quella fu tra le prime e fece scandalo. Adesso anche i giapponesi, quelli che facevano pazienti la coda a Milano davanti a Prada e a Roma davanti ai Musei Vaticani, cominciano ad avere qualche dubbio: prezzi troppo alti, il rischio della truffa dietro l’angolo, per ultimo il pericolo influenzale (malgrado i richiami all’ottimismo di alcuni ministri). Venire in Italia? Sì, risponde l’architetto Vittorio Gregotti, che in Italia ha costruito molto, dal contestatissimo Zen di Palermo al quartiere della Bicocca, tra Milano e Sesto San Giovanni, la dove si alzavano i capannoni della Pirelli. Dove abbiamo sbagliato?Chi ha sbagliato?

«Verrebbe da dire intanto che l’Asahi Shimbunha ragione, riconoscendo con amarezza il fallimento di una politica e di una cultura. Come se ci fossimo tutti piegati alle esigenze della speculazione o di un interesse individuale, negando il valore di una risorsa come il paesaggio, quello naturale e quello costruito. E del turismo. Malgrado tutto, in Italia resistono migliaia di capolavori da ammirare. Ma lo sperpero è stato brutale. L’amarezza nasce dalla constatazione che una volta era forte la speranza di cambiare, era vivo il dibattito, mentre adesso neppure più la speranza rimane. Come se avessimo imboccato la strada più veloce del declino. Con infinite responsabilità e complicità. Persino tra l’indifferenza di chi dovrebbe opporsi. Quando si sente parlare di “piani casa” c’è solo da spaventarsi».

La facoltà degli ampliamenti, in nome del risparmio energetico, del rinnovo edilizio, per premiare il piccolo proprietario... Ultima per ora è arrivata la Regione Lombardia. La verità è che quando si apre una porta, non c’è freno all’invasione. Del cemento in questo caso: s’è fatto il conto di nove milioni di abitazioni “ampliabili”...

«Senza considerare che l’equilibrio urbanistico-paesaggistico è spesso delicatissimo e basta niente per devastarlo. Bastano pochi metri cubi. E poi? Non si recupera nulla».

La sensazione è che ciascuno coltivi gli interessi propri, Ligresti e il padrone della villetta. Incuranti tutti delle conseguenze, figuriamoci dell’estetica o della salvaguardia...

«Trent’anni fa fu violenta la campagna contro il vincolismo dei piani regolatori e si alzò la bandiera della deregulation. La critica al vincolismo aveva un senso, se si fosse contrapposta un’idea forte di sviluppo diverso. Un disegno. Invece tanta battaglia ha partorito solo la miseria dell’urbanistica contrattata, che avrebbe dovuto mettere di fronte pubblico e privato. Senza tenere conto della debolezza del pubblico, debolezza indotta dalla corruzione. Ci siamo visti alle prese con amministratori incapaci, poveri e corrotti. Incapaci di concludere certi programmi, piegati dalle complicità».

La casistica è infinita: dalle coste alle aree dismesse di città industriali come Milano. Chicomanda? La sensazione è di un altro passo in avanti: prima si procedeva a colpi di tangenti, adesso si è addirittura consegnato il bastone del comando.

«Mettiamoci pure la responsabilità della cultura, cioè degli architetti. Alla fine gli architetti firmano solo il dieci per cento di quanto si costruisce. Il resto tocca a geometri e a ingegneri. Ma firmano e avrebbero pur dovuto, in generale, far valere una loro opi-nione, far risaltare un proprio punto di vista. Sarà un problema di committenza, in primo luogo, ma anche in un progetto si dovrebbe far opera di contrasto. La conseguenza è che la cultura del rapporto con il paesaggio è un disastro».

Qui sento la critica all’ennesimo rito ambrosiano: una manciata di grattacieli, progetti di grandi star, distribuiti in luoghi chiave della città, senza alcun riferimento al contesto, cioè con il costruito. Il grattacielo della regione, cioè il nuovo mausoleo di Formigoni, offre in questo senso scorci orripilanti. C’è anche chi ha inventato il grattacielo verde, con un po’ di vasi alle finestre per amore di ecologia.

«Quello lo aveva già inventato mia zia, che abitava in centro a Milano in una palazzina di quattro piani e impose ai condomini di lasciar crescere un bel glicine lungo tutta la facciata. Ma di invenzioni se ne leggono altre: c’è l’assessore che vuole moltiplicare gli abitanti di Milano,come se tutti fossero pronti a tornare e a pagare certi prezzi; c’è l’altro assessore che vuole trasferire il Palazzo di Giustizia, senza spiegare che cosa ne faranno di quello che c’è, se lo demoliranno, dove trasferiranno i mosaici di Sironi. L’architettura di Piacentini non è mai stata nelle mie corde. Ma insomma, un po’ di rispetto... Emi fermo a Milano

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