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Paolo Vagheggi
Gregotti: Cosi faccio architettura
11 Dicembre 2005
Articoli del 2004
Un'intervista su la Repubblica del 21 giugno 2004, di un architetto che conosce la città

Tutto cominciò mezzo secolo fa, nel 1953, a Novara, negli anni in cui si avviava a conclusione la ricostruzione e si avvicinava il boom. Fu allora che Vittorio Gregotti, fresco di laurea, fondò con Lodovico Meneghetti e Giotto Stoppino lo studio Architetti Associati. Oggi la Gregotti Associati - di cui fanno parte, con lo stesso Gregotti, Augusto Cagnardi e Michele Reginaldi più una sessantina tra architetti e collaboratori - è il primo studio italiano che appare nella lista di "World Architecture" che statuisce i duecento maggiori studi del mondo e che da soli, complessivamente, impiegano oltre ventimila architetti.

Ovviamente ha lasciato Novara, opera da Milano come racconta attraverso progetti e immagini Gregotti Associati 1953-2003 (Skira-Rizzoli, pagg. 355, euro 39), il libro scritto da Guido Morpurgo, che dello studio è collaboratore e che presenta 150 lavori degli oltre mille realizzati. In copertina uno progetti più recenti, quello per la nuova Banca lombarda di Brescia perché, dice Vittorio Gregotti, «non voglio una commemorazione. Il libro non vuole essere una pietra tombale». E´ solo una tappa di un cammino brillante - l´ultima impresa è in Cina, seguita giorno dopo giorno da Augusto Cagnardi - a volte contestato, costellato di polemiche. Ma sempre sotto il segno dell´architettura. E sempre con un filo di ironia e una punta di amarezza. Racconta Gregotti: «Quando ho cominciato l´architettura non aveva una grande popolarità. Non ce l´ha nemmeno adesso ma oggi gli architetti si sono trasformati in qualcosa che somiglia al modo di essere dei calciatori o dei cantanti. Cercano di conquistare il pubblico, la massa. L´architettura è diventata più popolare ma nei suoi aspetti più estetici e più esteriori».

Solo spettacolo...

«Oggi il pubblico è più sensibile alle cose di moda. Ma non è più interessato di ieri all´architettura. E´ l´atteggiamento che hanno anche i mass media. Parlano architettura solo per il grande scandalo o per il grande palazzo. Come è avvenuto, ad esempio, in occasione dell´apertura del Guggenheim di Bilbao».

Eppure nel tempo qualcosa è cambiato.

«Sono cambiati i processi, è cambiato il modo di produzione dell´edilizia, è aumentata la committenza privata ed è diminuita quella pubblica. Si è aperta una discussione sull´eredità del moderno, si sono affacciati i postmoderni. Ma è passato anche questo. Adesso non c´è una tendenza imperante. Oggi come nelle arti visive si rappresentano le opinioni della maggioranza. Non c´è più una critica di fondo ma semplicemente estetica. C´è stato un periodo in cui il grande tema dell´arte era la rottura delle regole. Il compito dell´avanguardia odierna è la ricostruzione delle regole».

L´irrompere della committenza privata dunque ha modificato lo stato delle cose.

«Nel nostro paese la committenza privata è meglio di quella pubblica. Quest´ultima non solo si è trasformata in modo speculativo ma addirittura salta completamente la cultura italiana. Negli ultimi anni tutti i concorsi pubblici sono stati vinti da architetti stranieri. In questo modo la committenza cerca di evitare la discussione e il confronto. Lavora con lo star system internazionale invece che affrontare le questioni. Da noi c´è un curioso esotismo. Questo non avviene negli altri paesi europei».

Esterofili...

«E´ così. Se vince un concorso Foster, ad esempio, si superano di colpo tutti gli architetti e non ci sono proteste».

Forse è colpa degli architetti italiani. Sono sempre in litigio tra loro.

«Litigi... Un tempo l´architetto portava pochi progetti nella società che venivano guardati e discussi con attenzione. Ora gli architetti sono migliaia. Questo è il guaio. In Italia ci sono sessantamila studenti di architettura, in Francia tredicimila. Sul resto... Aggiungo che purtroppo oggi c´è un grande interesse per l´oggetto non per il disegno urbano. Quello che si vede è design ingigantito».

Design ingigantito?

«Design ingrandito, questo è uno dei risultati dell´architettura odierna. Nel nostro paese il design è una delle attività che si è più deformata».

Allora è giusto avere una legge sulla qualità dell´architettura.

«Può servire per dimostrare un certo interesse verso l´architettura, per distribuire del lavoro ai giovani. Ma chi decide la qualità? La qualità imposta per legge poteva esistere quando c´era un´accademia».

Parla di sistema e di regola. Anche i suoi interventi sono stati contestati: lo stadio di Genova, detto per non vendenti, e il quartiere Zen di Palermo.

«Il progetto del quartiere Zen lo rifarei uguale. Non è mai stato finito. Non è mai stato completato. Non ci sono servizi, energia elettrica. E´ rimasta un´idea, che ancor oggi è valida. Come tessuto urbano è infinitamente migliore dei quartieri speculativi di Palermo. Si è creata una leggenda metropolitana intorno allo Zen. E´ come il Corviale di Roma dove non sono mai stati portati i servizi. Io lo difendo. Quanto a Genova... Abbiamo lavorato in condizioni pessime, il presidente della Sampdoria voleva ricattare l´amministrazione. E´ uno slogan inventato dai media. Non è vero che c´è una zona dove non si vede. E´ rimasta l´etichetta».

Non è mai colpa degli architetti, le responsabilità sono sempre esterne. E´ un refrain...

«Non si può parlare di architetti in generale. E´ una categoria che non esiste e in cui non mi riconosco. Ognuno è responsabile del proprio lavoro. Noi riflettiamo su quello che facciamo, abbiamo una grande passione per questo mestiere. Su molte cose la vera responsabilità è delle istituzioni. Dipende da loro, dal sistema. Il grande problema italiano sono le istituzioni».

Lei è stato amico di celebri architetti, dei padri dell´architettura. Qual è quello a cui si sente più legato?

«Ho conosciuto molto bene e sono stato molto amico di Walter Gropius. Incarnava anche fisicamente la cultura europea degli anni Venti, era una persona straordinaria capace di avere grandi contatti personali, un genio assoluto, capace di farti capire che quello della modernità non è più un problema tecnico ma che quello che conta è il significato e la finalità».

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