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Patricia McArdle
Gli ultimi localovori sono in Afghanistan
28 Luglio 2011
La questione energetica
L’Occidente riesce a fare anche peggio di quanto non si dica, esportando sé stesso in punta di baionetta. Uno sconcertante racconto ambientale-energetico-politico dal New York Times, 19 giugno 2011 (f.b.)

Titolo originale: Afghanistan’s Last Locavores - Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Molti americani che vivono in città tendono a idealizzare le culture di una vita a basso impatto o dello “slow food”. Sono molto in pochi però a capire che fra i modelli più importanti di sostenibilità non ci siano tanto le loro colture biologiche degli Stati Uniti, ma l’Afghanistan. Dove una gran maggioranza dei 30 milioni di abitanti a tutt’oggi si coltiva e lavora da sé ciò che consuma. Sono i migliori localovori.

Nei dodici mesi che ho trascorso nella zona settentrionale del paese come consigliera del Dipartimento di Stato, ero esterrefatta nel vedere come, invece di sfruttare la tradizione afghana di agricoltura e edilizia a forte impiego di manodopera, gli Stati Uniti spendano invece gran parte delle risorse per trasformare questa fragile società agricola in una economia dei consumi, meccanizzata e dipendente dai combustibili di origine fossile.

Nel 2004, sull’Afghanistan ha condotto uno studio il Dipartimento dell’Energia. Ed è emerso come esistano in abbondanza fonti energetiche rinnovabili che si potrebbero usare, per piccole centrali a sole o vento a produrre elettricità, al solare termico per riscaldare l’acqua e cucinare.

Ma invece di concentrarsi su queste risorse il governo degli Stati Uniti ha speso centinaia di milioni di dollari in grossi generatori diesel, per sfruttare le riserve di petrolio e gas del paese. Magari nuovi pozzi di estrazione possono dare un po’ di lavoro a personale non qualificato, ma il grosso dei profitti se ne va all’estero, o finisce nelle tasche di qualche signore della guerra o funzionario governativo.

Si usano i soldi del contribuente americano anche per progetti di opera energeticamente inefficienti. Durante il mio anno in Afghanistan, spesso sono stata per ore in riunione con rappresentanti locali in montagna o nel deserto, sudando o battendo i denti – a seconda della stagione – dentro a scuole o posti di polizia in blocchi di cemento di bassa qualità, costruiti coi contributi americani. Progetti che devono corrispondere a criteri tecnici internazionali, dove non sono consentite strutture tradizionali in terra.

Strutture che si realizzano in cob: fango, sabbia, argilla e paglia modellati in forme eleganti, durature, ultra-isolate e resistenti ai terremoti. Con le loro spese pareti, le piccolo finestre e la ventilazione naturale, le abitazioni tradizionali afghane magari non rispondono ai requisiti costruttivi internazionali, ma sono molto più fresche d’estate e calde d’inverno delle scatole di prefabbricato. Durano anche molto tempo. Alcune delle più antiche, come le mura difensive vecchie di 2.000 anni attorno a Balkh, città sulla via della Seta, di cui restano in piedi alcuni tratti, sono di cob e terra compressa. In Gran Bretagna la gente abita ancora in case fatte con materiale di questo tipo, e realizzate prima ancora ce nascesse Shakespeare.

Energie rinnovabili e sostenibilità non sono solo temi che riguardano lo sviluppo. Interessano anche la sicurezza. Il 70% del bilancio energetico del Dipartimento della Difesa in Afghanistan se ne va in carburanti diesel per i convogli corazzati. In un assai opportuno tentativo di ridurre questa pericolosa e costosa dipendenza dai combustibili fossili, recentemente il Corpo dei Marines in due basi in Afghanistan lavora esclusivamente su energie rinnovabili.

Purtroppo è un po’ poco, e fatto troppo tardi. Se si fosse iniziato dieci anni fa con un programma di energie rinnovabili, quando gli Stati Uniti sono arrivati nel paese per rovesciare i Talebani, Washington poteva risparmiare miliardi di dollari in carburanti e, cosa più importante, risparmiare centinaia di vite perse nel trasporto e vigilanza alle scorte di benzina.

Oltre a sostenere la realizzazione di una condotta per il gas naturale dall’Asia Centrale, attraverso l’Afghanistan e fino al Pakistan, gli Usa contribuiscono a finanziare una rete di distribuzione elettrica che obbligherà poi gli afghani a comprare per decenni energia dalle vicine repubbliche ex sovietiche. Anche se la rete riuscisse a sopravvivere a instabilità e sabotaggi, fili e piloni scavalcheranno del tutto le zone rurali per convergere verso i grandi centri, nonostante si sia ufficialmente individuato proprio nell’arretratezza energetica delle campagne il principale ostacolo nella lotta contro gli insorti.

In Afghanistan lo sviluppo sostenibile è passato in seconda fila rispetto agli “obiettivi facili” che possono essere presentati al Congresso come segnali di successo: macchinari agricoli che in contadini non sono in grado di riparare, e che necessitano di carburante diesel troppo costoso; scuole costruite male; strade asfaltate con uno strato troppo sottile, che non sopporteranno mai il clima rigido dell’Afghanistan senza interventi costosi di manutenzione tutti gli anni.

Se le nazioni impegnate non iniziano a riconoscere l’accumulo di secoli di esperienza in termini di sostenibilità, continuando invece a sfruttare carburanti fossili e non energie rinnovabili, le generazioni future delle campagne potranno solo assistere in silenzio e impotenti alla devastazione della loro magnifica terra per farci oleodotti e linee dell’alta tensione, senza che le loro esistenze migliorino.

Dopo che gli americani se ne saranno andati, toccherà invece proprio a questi abitanti delle zone rurali, non certo alla minuscola popolazione delle città afghane, decidere se sostenere o meno rivoluzioni future.

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