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Gli studenti lottano per l'intera società
19 Dicembre 2010
Articoli del 2010
Articoli di Marco Bascetta e di Benedetto Vecchi e intervista di Roberto Ciccarelli a Domenico Pantaleo (Cgil) sulle ragioli profonde della protesta degli studenti. Il manifesto, 18 dicembre 2010

Bascetta, Il pensiero unico organizza la riscossa

Pantaleo (CGIL) Le proteste non sono un problema di ordine pubblico

Vecchi, Atenei aperti (ai privati) e città bloccate

Università, il pensiero unico

riorganizza la riscossa

di Marco Bascetta

Domani il ddl Gelmini tornerà in aula. È una scelta criminale, una provocazione scellerata. Il segno di una arroganza che sfocia nell'idiozia. Un messaggio irricevibile: con una maggioranza di tre nullità a buon prezzo, con una opposizione sociale gigantesca e determinata e il rifiuto di gran parte del mondo della cultura e dell'università, procederemo comunque, useremo fino in fondo il potere di cui disponiamo, quello dei voti come quello dei manganelli per imporre la nostra volontà.

Spirito di vendetta? Astiosa resa dei conti con il fronte sconfitto della sfiducia? Grottesca simulazione di una capacità di governo ormai irrimediabilmente liquefatta? Perchè tutto questo accanimento, questa fretta di segnare il punto? Questa strategia di sfondamento? Il fatto è che intorno alla riforma dell'università si gioca una partita, simbolica e politica, di enorme portata e di lungo periodo. Berlusconi e i suoi federali lo capiscono benissimo, l'opposizione centrista e perfino di sinistra, è restia a rendersene conto, come se si trattasse di una pacata disputa legislativa sui dettagli.

Il primo elemento che dovrebbe saltare agli occhi di tutti è che mettere in calendario il ddl Gelmini con questi tempi e in questo clima configura un preciso stile di governo: quello di un potere che disponendo di una maggioranza, comunque raccattata, agisce a prescindere dalla situazione sociale del paese come pura e semplice affermazione di autorità. Chi, pur apprezzando per un verso o per un altro questa pessima riforma, è disposto ad accettare un siffatto stile che assomma l'onnipotenza berlusconiana alle esibizioni muscolari di Maroni e La Russa? Senza rendersi conto che l'approvazione del disegno di legge potrebbe comportare una catastrofe ormai annunciata in ogni modo.

Ma vi è un secondo elemento ancora più importante: la normalizzazione aziendalista dell'università configura un modello sociale complessivo. Un modello che espelle dal suo orizzonte l'idea stessa dell'investimento come investimento sociale, che nega alla radice qualunque possibilità di concepire la crescita culturale di un paese come processo collettivo, e che, sotto le bandiere del «merito», stabilizza e inasprisce gli strumenti di ricatto che disciplinano il mondo del lavoro precario.

Un modello che non concepisce affatto i «tagli» nemmeno come una dolorosa necessità, ma come un principio di giustizia, quasi divina, e una straordinaria occasione per redistribuire i redditi verso l'alto. Un modello, infine, che cerca di riaffermare, costi quel che costi, i principi e le politiche neoliberiste infragiliti e attanagliati dalla crisi. È insomma a partire dall'Università e dall'intero sistema della formazione che il «pensiero unico» e il «non ci sono alternative» sta riorganizzando la sua riscossa, radunando le file, affilando le armi. Per questo non mollano e per questo sono disposti a tutto.

Facciamo i debiti scongiuri e ristabiliamo le debite proporzioni, ma la questione dell'università occupa nella testa (e nella pratica) dei poteri dominanti, da Londra a Roma a Parigi, lo stesso posto che i minatori, a suo tempo, occuparono in quella della «lady di ferro» e i controllori di volo nella testa di Ronald Reagan. È il fronte da spezzare, l'avversario da sbaragliare per predisporre il campo del presente, e soprattutto quello del futuro, all'esercizio incontrastato del potere e del profitto. È il «nulla sarà più come prima», è l'aggressione selvaggia a qualunque pretesa di benessere sociale, di libertà individuale e di rilevanza politica. Non si levano forse da tutte le parti gli inviti all'«umiltà», alla riduzione delle aspettative e all'arte di arrangiarsi? Rivolte indifferentemente a studenti, operai e lavoratori precari?

Certo, i minatori e i controllori di volo hanno perso: gli era difficile parlare all'insieme della società. I primi perchè legati a tradizioni e forme produttive in evidente declino, i secondi per la loro specificità corporativa. Ma con il lavoro cognitivo è tutta un'altra storia. Non si può sostituirlo con le macchine e gli schiavi, né farlo svolgere dai militari. Una certa libertà ne è l'indispensabile carburante, penetra le fabbriche e i più diversi comparti produttivi. Non nutre nostalgie, ma non accetta la chiusura del futuro.

L'Università, insomma, può parlare oggi alla società tutta intera. Chi avesse avuto la pazienza di ascoltare come la città di Roma ha percepito l'insorgenza del 14 dicembre, avrebbe facilmente registrato la sovrapposizione della mobilitazione studentesca all'insieme della condizione giovanile e non solo. Non si parlava degli «studenti», ma di gente derubata del futuro, e di una classe politica complice o impotente. Quanti, nell'aula parlamentare, si troveranno a partire da domani a fare i conti con il colpo di mano del governo sappiano che della complicità o dell'impotenza saranno chiamati a render conto. È proprio a loro che ingiungiamo, per una volta, di isolare i provocatori e i violenti che siedono sui banchi del governo. Quanto alla piazza, ai movimenti, si può star certi che non resteranno a guardare. Non possono farlo. La posta in gioco è troppo alta. Troppo seria per lasciarla alla miseria di questa politica.

Pantaleo (CGIL) Le proteste non sono

un problema di ordine pubblico

intervista di Roberto Ciccarelli

«Siamo l'unico paese europeo in cui il declino peggiora ogni giorno - afferma Domenico Pantaleo, segretario della Flc-Cgil - ma le proteste giovanili vengono trattate come un problema di ordine pubblico. Non dimentichiamo che siamo in un sistema autoritario, c'è l'idea che i conflitti vanno annichiliti, mentre la politica si rinchiude nei palazzi».

Per questo il ministro dell'Interno Maroni propone di estendere il Daspo alle manifestazioni?

Non sono d'accordo, la prevenzione degli incidenti nel corso delle manifestazioni deve avvenire in maniera diversa. Il Daspo è un provvedimento adottato per gli stadi e rischia di impedire la libera partecipazione ai cortei. Fermo restando che bisogna mettere in campo le iniziative necessarie per prevenire i disordini, mi auguro che le prossime manifestazioni siano pacifiche e chiedo al governo di permettere agli studenti di manifestare liberamente.

Come giudica la campagna di diffamazione e criminalizzazione in atto contro gli studenti e i ricercatori?

Molto negativamente. Come Flc rivendico il dialogo politico con il movimento studentesco e quello dei ricercatori che è stato utile per noi, come anche per loro. Il nostro rapporto è iniziato con l'Onda quando gli studenti si sono opposti al Disegno di legge Gelmini e alla politica dei tagli alla scuola e all'università voluta dal ministro dell'Economia Tremonti. Questo rapporto si è rafforzato da quando il loro movimento reclama un modello di sviluppo basato sui beni comuni e alternativo a quello neo-liberista. Stiamo lavorando ad una piattaforma comune da più di un anno, cioè da quando abbiamo promosso un'assemblea con gli studenti e i ricercatori precari alla Sapienza. Insieme a loro abbiamo partecipato alla manifestazione Fiom del 16 ottobre e a quella del 27 novembre in quella della Cgil. E presto lanceremo il percorso degli «stati generali della conoscenza» rivolto a tutti i soggetti che vivono e lavorano nel ciclo dell'istruzione pubblica.

Come giudica gli incidenti visti a Roma martedì scorso?

Ribadisco la mia ferma condanna per quegli atti di violenza. Altra cosa però è l'indignazione espressa in quella piazza. Quella bisogna comprenderla per evitare che le nuove generazioni cadano nella disperazione o nell'isolamento. Gran parte delle tensioni di questi giorni sono dovute al fatto che questo movimento fa paura al governo, rivendica un sistema sociale all'altezza del benessere delle persone ed è capace di costruire alleanze sociali e di conservare il consenso che si è guadagnato nella lotta contro il Ddl Gelmini. Rispetto alla generazione del niente diritto allo studio, lavoro stabile o stato sociale, senza alcuna garanzia per il reddito o per la pensione, qui si è iniziato a rivendicare il diritto al futuro.

Chi è il protagonista di questa rivolta generazionale?

Il lavoro della conoscenza altamente qualificato che ha perso identità ed è stato ridotto alla condizione di sottoproletariato. È questo il protagonista di uno scontro di classe per molti versi inedito in questo paese. La nuova generazione degli studenti ha ormai capito che un alto tasso di scolarità non garantisce alcuna mobilità sociale, l'apprendimento non garantisce l'emancipazione né l'affermazione professionale nella vita. In più questa società gli nega qualsiasi spazio alla cultura, al reddito e alla libertà. È una situazione soffocante contro la quale il movimento propone un'alternativa di civiltà.

Quale?

La cultura di destra ha fino ad oggi sostenuto che le persone da sole possono essere più libere di realizzarsi. Questi ragazzi dicono che solo collettivamente si può cambiare il mondo. Oggi in campo non c'è solo un'opposizione al governo, ma una proposta che rovescia l'idea per cui il successo formativo dipende dal reddito delle famiglie e non dal valore del lavoro intellettuale. Per il movimento, la scuola e l'università non sono più legate all'aziendalismo, alla retorica della meritocrazia e alla selezione dei migliori. Vengono anzi considerati luoghi dove costruire forme di partecipazione dove le persone producono saperi e non sono soggetti passivi di apprendimento.

1990-2010

Atenei aperti (ai privati) e città bloccate

di Benedetto Vecchi

Anni di controrivoluzione. O di rivoluzione passiva, secondo il vecchio adagio gramsciano per indicare le innovazioni sociali, produttive e politiche che il capitalismo mette in campo dopo che si è consumata una sconfitta del suo antagonista storico, la classe operaia. Ma al di là della passione definitoria, gli anni Ottanta erano stati anni dove la sconfitta dei movimenti radicali degli anni Settanta aveva i colori sgargianti del made in Italy ed era illuminata dalle luce algide delle televisioni commerciali di un «furbetto del quartiere» che da lì a una mancata di anni, grazie a spericolate operazioni immobiliari rese possibili dai suoi rapporti con il gruppo di potere craxiano, avrebbe occupato la scene dei media e della politica per non abbandonarle per molti, troppi anni.

Per chi aveva conosciuto gli anni Settanta, il decennio successivo era l'anno dello scontento, della disillusione. L'unica possibilità concessa era capire cosa era accaduto non solo in Italia, ma in un mondo dove impazzavano Ronald Reagan e Margaret Thatcher, i migliori interpreti politici della controrivoluzione liberale.

E quando un pragmatico ministro annuncia che per migliorare la vita negli atenei italiani, le università devono avere l'autonomia finanziaria per attrarre i capitali che la crisi fiscale dello stato sociale non può garantire, il clima asfissiante e le luci tutte lustrini di alcune città italiane vengono cancellate da giovani cresciuti negli anni Ottanta e che dell'edonismo cosiddetto reaganiano ne hanno le scatole piene. È il movimento della Pantera, mix vitale di radicalismo vecchio stile e attitudine controculturale; di stile grunge o punk e forme di vita metropolitane.

La Pantera esplode a Palermo. Gli studenti delle altre città, in una dinamica quasi carbonara, tessono fili di una comunicazione che tuttavia diffondono il virus del movimento. Pochi mesi e il ritornello da stadio «la pantera siamo noi e chi cazzo siete voi?» è il verace mantra che accompagna i cortei. Identità sfuggente, mimetica, ma capace, nelle intenzioni, di graffiare e fare male. I media, come è di consueto, ignorano. E quando lo fanno si affannano a lanciare strali contro il Sessantotto o gli anni di piombo. La sinistra politica è annichilita dalla caduta del Muro e vede nella Pantera solo dei «bravi ragazzi».

In cerca di autonomia



Ogni movimento sociale inventa la sua tradizione e la Pantera non è da meno. L'ecologismo, le teorie della complessità, la dimensione controculturale degli anni Sessanta, le elaborazioni eterodosse della sinistra marxista e la narrativa cyberpunk sono frullate per elaborare un punto di vista che rivendica un'autonomia dal potere, punto di partenza ma anche fondamento del «fare movimento». Non è infatti un caso che molti degli attivisti della Pantera, una volta che il felino si è defilato, costituiranno la componente più riconoscibile dei centri sociali che fioriranno in tutta Italia. Centri sociali come zona temporaneamente autonoma, così come erano state pensate le facoltà occupate durante la Pantera.

La Pantera è un movimento difficile da definire. È fatto di studenti, va da sé, che si battono contro la proposta di Ruberti, ma parla un linguaggio che annulla i confini tra università e società in forme radicalmente diverse dal passato. Sono giovani cresciuti nell'Università di massa e ciò che rifiutano è un futuro scandito dalla logica del mercato, nel quale possono trovare un lavoro dequalificato. La precarietà di massa è dietro l'angolo, ma la forma dominante nei rapporti tra capitale e lavoro è ancora all'insegna del tempo indeterminato.

C'è inoltre un altro aspetto che va nominato. Riguarda l'ingombrante eredità della Pantera, cioè quel rapporto tra produzione di conoscenza e produzione di merci. Ingombrante perché le università sono sempre più diventate una istituzione preposta a formare forza-lavoro docile e bendisposta a un regime di precarietà a tempo indeterminato. «Batti il tuo tempo, fotti il potere», scandiva una posse negli anni della Pantera. Refrain sempre affascinante e che funziona anche adesso, a patto però che il tempo di cui si parla sia quello della lunga durata e non di una immanenza che si dissolve come la fiamma di una candela.

Il liberismo rapace



Sono passati due decenni e le Università sono di nuovo in rivolta. Ciò che la Pantera paventava come rischio è divenuto realtà. L'Università è divenuta un'agenzia di formazione di precari, mentre ai privati viene promesso di potersi prendere il meglio. Come ha scritto Naomi Klein, è nella crisi che prende forma un liberismo rapace e autoritario. Questa volta i giovani che vogliono scandire il proprio tempo sentono sulle loro spalle la crisi economica e che non la vogliono pagare. Quando manifestano ciò che diventa centrale non è una condizione studentesca ritenuta miserabile. Sono molto più sensibili a una condizione sociale generalizzata, quella che è riassunta nella parola «precarietà». Vedono un mondo dove le diseguaglianze sociali sono cresciute, dove la povertà è tornata a popolare la metropoli. Sono inoltre consapevoli che la loro vita avrà molte meno chance di quella dei loro genitori o nonni. Ma fuggono le passioni tristi del rancore o dell'invidia. Anzi si percepiscono come gli unici antidoti a quel clima claustrofobico e asfissiante che, come una cappa, instilla veleno nelle relazioni sociali. Sono cioè precari che parlano con altri precari, magari incatenati in una fabbrica o in un ufficio o che si «sbattono» tra un lavoro e l'altro.

Ricordare la Pantera significa quindi prendere le distanze da un'immagine patinata dei movimenti e fare i conti con una realtà dove la rivolta è un momento, certo rabbioso, di quel tentativo di trovare la strada per riprendersi il presente e il futuro. Può non piacere, ma questa è la realtà. E mette tristezza leggere chi ha nostalgia per l'immagine patinata dei movimenti e che prende le distanze da quanto sta accadendo. È il riflesso pavloviano di chi visto un pericolo nasconde la testa sotto la sabbia. Per chi invece vuol cambiare la realtà è difficile abbandona il campo, perché in politica i rischi vanno corsi. Con intelligenza e duttilità.

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