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Franco Cordero
Gli spiriti animali del caimano
28 Aprile 2009
I tempi del cavalier B.
Singolari somiglianze tra un eccellente personaggio contemporaneo e un'altro descritto mezzo millennio fa. La Repubblica, 28 aprile 2009

In Rutulia sta diventando un lusso dire le cose come stanno, chiamandole col loro nome: ad esempio, che Leviathan, alias Caimano, abbia circuiti mentali, stile, gusti, look, spiriti animali del gangster; molti lo pensano ma la frase non risuona, così cruda, nei luoghi della parola politica, sebbene sia obbligo morale dirlo quando de re publica agitur, la res publica su cui mette le mani. Stavolta il corrispondente dello «Stylus» racconta discorsi sans gêne colti in privato. S’è fatto consacrare immune, nota uno dei causeurs: qualunque delitto commetta, non è perseguibile; e aveva accumulato enorme fortuna con affari oscuri, campagne piratesche, frode, falso, corruzione. Buttava sul tavolo 20 miliardi d’euro: una briciola rispetto ai profitti lucrabili da chi comandi spesa pubblica, politica monetaria, leva fiscale, azione penale, macchina legislativa; «credete che dica il rosario nel Palazzo o progetti le sue esequie come Carlo V a Yuste?». S’è talmente infiltrato nell’economia rutula da manovrarla come bottega sua, solo che voglia. Può lucrare su tutto, tale essendo l’unica operazione in cui riesca, da maestro. Qui salta fuori uno splendido disegno satirico, dove veste l’abito talare: stola al collo, sorride aprendo mascelle d’alligatore; il berretto d’arciprete è una poltrona. Sarebbe il colmo dell’antinatura, continua l’analista, se a settantatré anni diventasse servitore asceta del bene pubblico, avendo sotto mano un paese da spolpare impunemente. «Guardatelo, che enorme fagocito, compra i colonnelli d’un partito e lo ingoia». Poi l’entretien passa al versante psichico: egomania, loquela enuretica, ipertrofia d’un Io priapesco, autocompianto, deliri; inveisce contro i giudici, chiamandoli malati mentali (meno i corrotti beninteso), o li paragona ai poliziotti assassini della Uno Bianca e invoca verdetti plebiscitari; prende pose da re taumaturgo e consolator afflictorum; nei consessi planetari gode la fama del sinistro buffone. C’è chi perde l’olfatto o l’udito: lui non ha mai posseduto l’organo che discerne vero e falso, né sa cosa significhi decenza; e se acquisisse tali facoltà, perdendo l’impeto mistificatorio, sarebbe la fine dell’impero. Dati i precedenti non stupiscono i gesti criminofili: garantisce l’impunità dei colletti bianchi, purché stiano dalla sua (vedi come assolve i falsari in bilancio o difende gl’impresari edili che frodavano su cemento e ferro in terra sismica); ma chiede poteri abnormi a tutela dell’ordine e appena abbia rimosso le ultime resistenze, lo imporrà pro domo sua, l’ordine che regna a Varsavia, cominciando da pensiero e parola.

Il punto interessante è come gente sveglia nel calcolo degl’interessi abbia potuto assuefarsi allo stato servile in cui la tiene costui. «Codice genetico», risponde l’interlocutore bibliofilo, aprendo un raro incunabolo: Tractato di Frate Hieronimo da Ferrara [...] circa el reggimento et governo della città di Firenze, senza note tipografiche ma l’ha stampato Bartolomeo de’ Libri, 1498; e spiega come sia nato, libello politico in una congiuntura cruciale. L’autore, in rotta con la Corte romana e sotto scomunica, scrive a richiesta dell’ultimo governo bimestrale amico: gli restano poche settimane; è un fondamentalista collerico; formidabile atleta del pulpito, ha commesso degli errori e li aggrava barando; perderà ogni credito ma intellettualmente e in levatura etica soverchia gli avversari. Le venti carte (41 facciate) contengono tre opuscoli. Il capitolo II del secondo è un ritratto del tiranno, sotto vari aspetti attuale.

Il nome indica l’«uomo di mala vita [...] che per forza sopra tutti vuole regnare», gonfio dentro, quindi invidioso. «Gran fantasie, tristizie, timori [...] lo rodono»: ha bisogno d’un divertissement (concetto chiave delle Pensées pascaliane, edite 172 anni dopo); infatti, «rare volte o forse mai» vediamo «tiranno che non sia lussurioso»; e siccome i divertimenti costano, «inordinatamente appetisc[e] la roba, onde ogni tiranno è avaro e ladro», da cui segue che «abbia virtualmente tutti li peccati del mondo». Iracondo, vendicativo, sospettoso, «molto vigilante»: versa in uno stato «che è difficile, anzi impossibile» mantenere indefinitamente, «ed essendo il fine cattivo», lo sono anche i mezzi; atti casualmente buoni conservano «quel perverso stato». In politica segue tre massime: «prima, che li sudditi non intendano cosa alcuna»; seconda, li vuole discordi, «et etiam» i ministri, consiglieri, familiari, così «favorisce una delle parti, la quale tiene l’altra bassa e [lo] fa forte»; terza, non tollera «uomini eccellenti». Gli viene comodo un popolo dalle teste spente, perciò fornisce «spettacoli e feste». «Onora gli adulatori» e «ha in odio chi dice la verità»: coltiva «le amicizie de’ signori e gran maestri forestieri, perché li cittadini reputa suoi avversari e di loro ha sempre paura». Allunga le mani negli affari giudiziari. Col denaro pubblico edifica palazzi e templi, dove appende le sue insegne. Tiene a corte «cantori e cantatrici». S’alleva degli adepti pescando in basso. Espropria campi e case promettendo «il giusto prezzo e poi non ne paga la metà»: lesina la mercede alla servitù; paga i satelliti «con roba d’altri». Formandosi delle solidarietà, «esalta li cattivi uomini» che altrimenti «sariano puniti». Non c’è nomina in cui non metta becco, «insino alli cuochi del palazzo e famigli de’ magistrati». «Tutte le buone leggi» corrompe «con astuzia» e ne «fa continuamente a suo proposito». Ha spie e suggeritori dovunque sia esercitato qualche potere. «E chi sparla di lui, bisogna che si asconda perché lo perseguita [...] insino nelle estreme parti del mondo». Dà «udienza breve e risposte ambigue»: «vuol essere inteso a cenni»; spesso «schernisce gli uomini dabbene». «Vale più un minimo suo polizzino» o la parola d’uno staffiere «che ogni iustizia». Infine, dissemina «ruffiani e ruffiane». «Insomma, sotto il tiranno» non esiste «cosa stabile», dipendono tutte dalla sua volontà. Qui i conversanti discutevano: fin dove l’attuale padrone rutulo sia riconoscibile nel ritratto dipinto da fra’ Girolamo; e quanta impronta servile resti nell’eredità etnica.

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