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James Glanz
Gli italiani, secondo gli iracheni, non collaborano alle indagini sul rapimento
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
L'articolo del New York Times sul rapimento di Giuliana Sgrena che, il 16 marzo 2005, ha indirettamente provocato numerose polemiche. Con annessi alcuni illuminanti commenti da un forum conservatore USA (f.b.)

Titolo originale: Iraqis Says Italians Aren't Cooperating in Kidnapping Investigation– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

BAGHDAD, Iraq, 15 marzo – Gli investigatori iracheni che stanno cercando di individuare i rapitori della giornalista italiana Giuliana Sgrena affermano che il loro lavoro è stato ostacolato dalla mancata cooperazione dei servizi segreti italiani, che hanno ottenuto il rilascio ad un mese esatto dal rapimento, avvenuto il 4 febbraio.

Gli iracheni sostengono di aver compiuto almeno mezza dozzina di incursioni in un quartiere del nord-ovest di Baghdad, dove si ritiene che la signora Sgrena - di 56 anni, reporter del quotidiano romano di estrema sinistra Il Manifesto – fosse tenuta prigioniera. Ma i rapitori sono scivolati fra le dita, e l’ostaggio è stato rilasciato dopo che i sequestratori avevano negoziato con gli agenti italiani. Uno di questi agenti è stato ucciso dalle truppe americane, che hanno aperto il fuoco sull’auto che portava la signora Sgrena verso la libertà.

Anche dopo il rilascio, gli agenti italiani hanno rifiutato di condividere le informazioni con gli iracheni, afferma il colonnello Jabbar Anwar, capo della polizia criminale per il settore di Baghdad che comprende Gazalea, il quartiere dove si pensa sia stata tenuta prigioniera.

Il gruppo che ha compiuto il rapimento è un’organizzazione di criminalità comune, che probabilmente ne farà altri, continua. “Hanno fatto un grave errore lasciando andare i criminali, soprattutto se hanno pagato” dice il colonnello Jabbar, riferendosi a quanto sostenuto ai media italiani e negato dal governo, su un riscatto di 8 milioni di dollari pagato. Erminio Amelio, del gruppo di magistrati di Roma che conducono l’indagine sul rapimento della signora Sgrena, afferma che non c’è stato alcun tentativo di trattenere informazioni utili alla polizia irachena. “Non so che tipo di rapporti abbiano i nostri agenti con gli iracheni, a Baghdad” dice Amelio. “Abbiamo molti rapporti con gli americani, sono gli americani a trattare di più con gli iracheni”.

”Non abbiamo ricevuto alcuna richiesta di informazioni. Può darsi che abbiano chiesto ad altri italiani in Iraq, non saprei, ma non ci è stato chiesto niente in modo ufficiale”.

Il colonnello Jabbar e un altro funzionario dell’unità di polizia criminale affermano che le indagini indicano come ai rapitori sia stato rivelato l’itinerario della Sgrena, il giorno del sequestro. Il 4 febbraio Sgrena si era recata nei pressi dell’Università di Baghdad per alcune interviste in una moschea sunnita dove si trovavano alcuni rifugiati di Falluja. Un fotografo italiano che aveva aiutato ad organizzare la visita di Sgrena alla moschea, Franco Pagetti, ha affermato in un messaggio e-mail di averla vista nel cortile dell’edificio circa alle 12.45.

Le guardie della sicurezza ai cancelli della moschea si comportavano in modo sospetto, dice Pagetti. “Ci hanno chiesto quali armi avessimo, quanti stranieri, e se avevamo una seconda macchina”.

Pagetti se ne andò, ma non prima di scattare una foto alla Sgrena con la sua macchina digitale; lo scatto ha impressa l’ora: 1.37 p.m. Verso la 1.40 il cellulare della giornalista viene acceso, e trasmette brevemente i rumori del rapimento: spari, e il suono di passi su una superficie bagnata in un giorno di pioggia.

Gli investigatori iracheni dicono che otto rapitori, armati di pistole e kalashnikov, con i visi nascosti da fazzoletti, erano arrivati su una Opel grigia e una Kia nera. Testimoni hanno sentito la Sgrena urlare mentre si svolgeva il rapimento.

Il suo autista, spaventato, non ha allertato la guardia dell’università. L’autista poi è stato fermato dalla polizia, ed è tuttora trattenuto, secondo il vicecomandante della polizia criminale.

Poi la guardia finalmente ha visto quanto stava accadendo ed ha aperto il fuoco, ma ha dovuto portarsi al coperto mentre gli uomini armati si allontanavano in macchina portando con sé la signora Sgrena, e lasciando indietro autista e interprete. Gli investigatori ritengono che la rapita sia stata tenuta in varie case sicure nella zone di Gazalea.

Gli investigatori iracheni affermano di aver ottenuto informazioni molto dettagliate da due collaboratori, su dove sia stata tenuta prigioniera la Sgrena a Gazalea. Ma al momento delle incursioni riusciva sempre a scivolare fra le dita, probabilmente perché i sequestratori la spostavano da una casa all’altra.

L’unico arresto effettuato sinora, è quello di un abitante di una delle case, maggiore della polizia irachena, che possedeva una serie di documenti di identità falsi, compreso uno dell’Ambasciata americana. Altri tre sospetti, che si ritengono originari di Falluja, sono ancora latitanti.

”Eravamo sicuri al cento per cento che si trovasse a Gazalea” dice il vicecomandante. “Quando abbiamo avuto la notizia che si trovava là, abbiamo assalito la casa. Ma se ne erano già andati. I vicini ci hanno detto ‘Li abbiamo visti’”.

Dodici giorni dopo il rapimento, la Sgrena è apparsa in un video chiedendo che le fosse risparmiata la vita e che tutte le truppe, in particolare quelle italiane, abbandonassero immediatamente l’Iraq. Ma gli investigatori iracheni ritengono che quel messaggio fosse essenzialmente un oggetto di scambio nelle trattative per il rilascio.

Le informazioni da parte degli italiani, asserisce il colonnello Jabbar, avrebbero potuto fare la differenza nella soluzione del caso e assicurare i rapitori alla giustizia. Invece, dice, le linee di comunicazione si sono chiuse appena gli italiani hanno cominciato a trattare coi rapitori.

Di seguito, alcuni (illuminanti) commenti all’articolo, dal forum del sito conservatore Free Republic (f.b.):

C’è stato un riscatto, e probabilmente una trattativa per il ritiro delle truppe. Non vogliono [gli italiani] che noi lo veniamo a sapere.

NON SPARARE FINO A QUANDO NON VEDI IL BIANCO DELLE TENDINE CHE SI METTONO SULLA TESTA!

Ho Molta poca simpatia per gli italiani. Li ringrazio per quello che hanno fatto in Iraq, ma al di là di questo il bilancio è squallido. Per prima cosa, hanno l’abitudine di pagare i terroristi, e di fatto così finanziano il terrorismo. Poi tengono segrete le cose sporche, ovvero di aver lasciato scappare i rapitori. E, dopo aver fornito ai terroristi decine di milioni di dollari, coperto i terroristi mentre scappavano, e rifiutato di collaborare alle indagini, decidono che l’Iraq è troppo pericoloso per le loro truppe.

Oggi annunciano dal palco mondiale che ritireranno le truppe: accennando sottilmente al fatto che ciò avviene a causa della morte dell’agente italiano, ucciso dai soldati USA dopo che aveva dato milioni ai terroristi.

Andarvene a settembre non è abbastanza presto. LEVATEVI DALLE PALLE ADESSO!

L’intera faccenda puzza di messa in scena. Dubito che ci sia stato alcun rapimento. È stata una cosa del tutto volontaria: lei lavora per loro, e viceversa.

Fra un anno, la Sgrena firmerà un contratto da un milione di dollari per un libro, a alla fine sarà tutto molto conveniente per lei. Non sono sicuro che si sia trattato di una messa in scena, ma qualche investigatore dovrebbe verificare inmodo approfondito questa possibilità.

L’Italia ha fatto pace coi terroristi. Togliamoli dall’Iraq, prima che finanzino nuovo terrorismo, con falsi “rapimenti” e milioni di dollari di “riscatti”.

Nota: qui il sito Free Republic (f.b.)

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