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Massimo Giannini
Giustizia, i dubbi del Quirinale
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Che cosa dovrebbe o potrebbe fare il Quirinale se la legge din"riforma" della giustizia restasse incostituzionale? Una domanda drammatica. L'articolo è su la Repubblica del 28 gennaio 2005

La ricreazione è finita», ha detto Silvio Berlusconi due giorni fa. Parlava di giustizia. Era infuriato con la gup di Milano, Clementina Forleo, per l´assoluzione dei tre islamici. Ma usare quella sentenza in modo strumentale gli torna utile. E infatti l´ira del premier ha prodotto un primo, tangibile risultato. La riforma dell´ordinamento giudiziario, all´esame del Senato dopo la bocciatura del presidente della Repubblica, sarà rivista dal Parlamento solo sui quattro punti indicati nel messaggio di rinvio. Così ha deciso l´aula di Palazzo Madama, in ossequio ai dettami del premier. Perché, appunto, «la ricreazione è finita», come ha detto il Cavaliere. Il ministro Castelli ha detto di peggio. In un´intervista a Libero, è tornato a esternare contro il Colle: «Basta con il fuoco di sbarramento» eretto dalle istituzioni, i giudici godono di «sponde» ad alto livello perché «un po´ tutti temono la magistratura». Parole oblique, come sempre. Ma pesanti, più di sempre.

Carlo Azeglio Ciampi, dopo la bocciatura della legge Castelli per «manifesta incostituzionalità», non ha più parlato di giustizia. Nel discorso di auguri di fine anno alle alte cariche dello Stato, il 21 dicembre, ha dedicato al tema un cenno breve, ma comunque molto significativo: «Ho chiesto alle Camere una nuova deliberazione, con riferimento ad alcuni importanti profili di costituzionalità...». Il presidente sta aspettando questa «nuova deliberazione». E come sempre, mentre le Camere deliberano, lui tace. Ma intanto il capo dello Stato osserva e riflette.

Quello che vede non lo tranquillizza affatto. Il blitz del governo su Vigna, prorogato a colpi di «decreti ad personam» alla Procura antimafia, gli ha reso evidenti le intenzioni invasive e punitive della Casa delle Libertà in campo giudiziario. Già la lettura «minimalista» del messaggio con il quale aveva rinviato il testo alle Camere, adottata dal Guardasigilli e dagli esperti di giustizia del Polo, non lo aveva rassicurato. Quella lettura «minimalista» precipita adesso in una scelta politica molto precisa: il Parlamento esaminerà solo i quattro rilievi citati dal Colle, ma non potrà riesaminare il provvedimento nel suo complesso. È un approccio che preoccupa. Una riforma «sistemica», come lo stesso Ciampi ha definito quella della giustizia, non è un «meccanismo elementare», dal quale è possibile rimuovere qualche sassolino che blocca l´ingranaggio, per poi rimetterlo tranquillamente in moto. Una riforma sistemica è invece un «organismo complesso», dal quale non si può disinvoltamente amputare una parte, senza pregiudicare la funzionalità del tutto. Qualunque correzione, ad esempio alla norma sulle prerogative del Csm, non sarà neutrale. Avrà riflessi sul resto della riforma. Avrà riflessi sulla seconda parte della Costituzione, perché dall´autogoverno della magistratura dipende il bilanciamento dei poteri. Avrà riflessi sulla prima parte della Costituzione, perché dall´esercizio indipendente della giurisdizione deriva la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini e il rispetto del principio di uguaglianza. La «chiusura pregiudiziale» ad un riesame generale della riforma, imposta dalla maggioranza al Senato, oltre che una «palese scorrettezza» rispetto alle indicazioni contenute nel messaggio alle Camere, è già di per sé un «pessimo segnale» per il Colle. Vuol dire che il centrodestra, obbedendo al diktat del premier, si accinge a modifiche marginali, se non addirittura di facciata, a un provvedimento-chiave per i futuri equilibri istituzionali del Paese.

Per questo al Quirinale si riflette. Che cosa può fare Ciampi, se davvero il centrodestra riapproverà la riforma senza correzioni sostanziali che ne rimettano in discussione tutto l´impianto, ma con pochi ritocchi formali che lasciano inalterato lo squilibrio dei poteri a vantaggio del politico e a danno del giudiziario? È una questione delicatissima. In teoria non si presterebbe ad equivoci. L´articolo 74 della Costituzione è chiarissimo: il presidente della Repubblica può rifiutarsi di promulgare una legge e chiedere una nuova deliberazione, ma «se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata». In pratica, viste le premesse con cui il Polo si accinge alla nuova deliberazione, il Quirinale potrebbe anche adottare, a sua volta, una scelta clamorosa.

Le ipotesi prese in considerazione, per ora in via del tutto accademica, sono due. La prima è quella più dirompente sul piano istituzionale. Il Polo riapprova la stessa riforma, modificata solo in parte e in modo solo formale. Il presidente ne constata la persistente, «palese incostituzionalità», e si rifiuta nuovamente di promulgarla. In dottrina, da Paolo Barile fino ad arrivare a Antonio Baldassarre (che l´ha indicata nei giorni scorsi in un´intervista al Sole 24 Ore) questa possibilità non è affatto esclusa. Si configura come «rifiuto assoluto di promulgare», che il presidente della Repubblica può opporre per non incorrere nel reato di «attentato alla Costituzione». L´ha spiegato qualche giorno fa Leopoldo Elia, presidente emerito della Consulta, ai magistrati dell´Anm. Se il Polo tirasse la corda fino alle estreme conseguenze, il capo dello Stato si troverebbe di fronte a un «conflitto di doveri». Da una parte il dovere di promulgare, sancito dall´articolo 74. Ma dall´altra parte il dovere di difendere i «principi supremi» della Costituzione, sancito dall´articolo 87. Questo conflitto, eccezionale e mai verificatosi nella storia repubblicana, può risolversi in due modi: «O con il nuovo rifiuto di promulgazione della legge ? aggiunge Elia ? o sollevando conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta nei confronti del Parlamento».

La gravità di questo scenario è evidente. Ma il fatto stesso che se ne discuta, e che nella cerchia dei consiglieri del Colle l´ipotesi del «conflitto di doveri» venga considerata «elegante sul piano dottrinario», basta già a dimostrare quali torsioni giuridiche e quanti strappi istituzionali il berlusconismo abbia già prodotto nel sistema. È un´ipotesi di scuola. È un´ipotesi estrema. Ma come ripetono diversi costituzionalisti ascoltati al Quirinale, da Gaetano Silvestri a Andrea Manzella, viviamo una fase politica talmente convulsa e conflittuale, che le ipotesi di scuola rischiano di diventare reali, e quelle estreme rischiano di diventare normali. Ma è uno scenario che nessuno si augura. Ciampi per primo. Per questo, se davvero il Polo optasse per una riconferma della legge Castelli senza apprezzabili modifiche, si considera anche una seconda ipotesi, indicata tra gli altri da Massimo Luciani. Meno traumatica sul piano istituzionale, ma altrettanto devastante sul piano politico. Il presidente potrebbe firmare il nuovo testo, come gli impone la Costituzione, ma potrebbe inviare alle Camere un nuovo messaggio sulla giustizia. Segnalando le non sanate antinomie della riforma. Mettendo in mora le forze politiche che l´hanno imposta alle Camere. Rinviando di fatto la palla a un successivo esame di legittimità costituzionale della Consulta. Sarebbe uno scenario comunque grave. Sancirebbe il definitivo corto-circuito istituzionale tra Quirinale, Palazzo Chigi e Parlamento. Ma purtroppo, in questo momento così teso e difficile, nulla si può escludere a priori.

Berlusconi e la sua maggioranza, a partire proprio dai temi della giustizia, sembrano perseguire una strategia che, passo dopo passo, diventa sempre più esplicita. Sembrano disposti ad andare a un «redde rationem» con il Colle, che serva e ridisegnare, nei fatti, l´assetto dei poteri repubblicani. Il Cavaliere, più o meno consapevolmente, si muove in una logica che vede un «partito degli eletti» contrapposto a un «partito delle istituzioni». Da una parte c´è l´asse governo-Parlamento. Dall´altra parte c´è l´asse Quirinale-Corte Costituzionale. Di qua i partiti, rappresentativi della volontà del popolo. Di là gli organi di garanzia, non eletti e del tutto autoreferenziali. I destini del «modello italiano», in attesa di una riforma costituzionale condivisa che non arriverà mai, dipendono tutti dall´esito di questa contesa. Dalla riscrittura dell´ordinamento giudiziario (legge Castelli) alla questione dei poteri di grazia (caso Sofri) Berlusconi e la sua maggioranza forzano il sistema fino al punto di rottura. Ma non si assumono fino in fondo la responsabilità di rompere. La rimettono nelle mani del capo dello Stato. Per questo Ciampi, che proprio due giorni fa ha ricevuto sul Colle il presidente della Consulta Valerio Onida, si muove con cautela politica e prudenza istituzionale. Ma capisce anche che il finale di questa partita dipenderà molto dalla sua capacità di tenuta. Capisce anche che, di qui alla fine del suo settennato, gli resta poco più di un anno (al netto del semestre bianco, che di fatto assegna al presidente della Repubblica un ruolo poco più che notarile). Sarà un anno lungo e tormentato. Ma Ciampi l´ha ripetuto più d´una volta: «Non faccio sconti. A nessuno».

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