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Galapagos
Giochi di banca
18 Marzo 2009
Articoli del 2009
Nominare i prefetti per il controllo dell'erogazione del credito è l’ennesima pressione politica pericolosa. Da il manifesto, 18 marzo 2009 (m.p.g.)

Molti analisti - cifre alla mano - sostengono che tra economia di carta e economia reale c'è un rapporto di 18 a 1. E aggiungono: quando il rapporto sale oltre «quota 10» significa che si è innescato un circuito monetario «vizioso» e che la bolla prima o poi è destinata a scoppiare. Anzi - come ben sappiamo - è scoppiata, trascinando nel disastro - ce l'ha confermato ieri il Fondo monetario - tutto il globo. Prime responsabili di questo disastro sono le banche e ha una certa rilevanza il dibattito che ieri ha visto ancora una volta contrapposti Mario Draghi e Giulio Tremonti.

Il governatore della Banca d'Italia nella polemica è stato raffinato, ma deciso: ha mandato a dire al ministro dell'economia che l'idea di fare dei prefetti i controllori del credito è assurda. Assurdo - aggiunge il manifesto - che l'ordine pubblico e amministrativo sia centrato sui prefetti dei quali in tempi non sospetti abbiamo chiesto l'abolizione, con risparmi non indifferente per l'erario. Ma i prefetti da sempre sono la lunga mano della politica, spesso ex sbirri, soliti «obbedir tacendo». E neppure Maroni con i suoi trascorsi di sinistra se la sente di abolire una figura, impolverata, fuori dal tempo che gli garantisce però un potere senza pari.

Draghi ha anche detto altre cose interessanti. La prima che l'economia italiana è avvitata su se stessa e il peggio non è alle spalle. Anzi. Una affermazione in particolare colpisce: «I piani di investimento delle imprese sono stati drasticamente ridotti a causa degli ampi margini inutilizzati di capacità produttiva». Insomma, per far ripartire la produzione sarebbe necessario aumentare il potere d'acquisto di salari e pensioni, perché una delle specificità di questa crisi è la pessima distribuzione dei redditi. Ma significa anche che se i privati non investono, è necessario che l'investimento sia fatto direttamente dalla mano pubblica. Come consigliava Keynes nel suo Trattato sulla moneta.

Draghi dopo aver lodato i «Tremonti bond» che ampliano la base patrimoniale delle banche, lancia però una frecciata al curaro a Tremonti sui prefetti sostenendo che debbono «essere evitate interferenze politico-amministrative nella valutazione del merito di credito di singoli casi». E questo perché «il credito è e deve restare attività imprenditoriale, basato su un prudente apprezzamento professionale della validità dei progetti professionali».

In realtà i banchieri ormai sono dei semplici contabili, visto che il «merito del credito» è valutato applicando acriticamente i parametri di Basilea-2. Come dire: il credito lo concedono non sulla base della bontà dei progetti di investimento (o sulle necessità finanziarie) ma unicamente considerando la capacità patrimoniale di chi chiede soldi a prestito.

In questa ottica i «Tremonti bond» non hanno nessuna logica. Al pari dell'incarico ai prefetti di controllare l'erogazione del credito. Un industriale amico mi ha confessato: «Questo sistema bancario non è in grado di far ripartire l'economia reale». Ha ragione, anche se il giudizio potrebbe essere viziato dall'essere parte interessata in quanto industriale. E' fin tropo facile parlare male delle banche alla luce del disastro nel quale ci hanno trascinati, ma il sistema creditizio - anche quando è sano - tende ad agire secondo il criterio indicato da Draghi. Che significa fare soldi con i soldi, senza la volontà e la capacità di distinguere quando il credito fa l'interesse pubblico o quello privato. Ciò che manca è una politica pubblica del credito, forzare le banche a comportamenti virtuosi. Che significa non dare soldi solo a chi rispetta i parametri di Basilea-2, ma finanziare chi si impegna in progetti di riconversione delle industrie in crisi che sono tante e lo saranno sempre di più. E chi si getta nel costoso settore dell'innovazione che porta occupazione.

Vuol dire che il sistema bancario deve essere nazionalizzato? Ci piacerebbe, anche se la banca pubblica quando agisce secondo i criteri dei privati commette gli stessi errori, magari aggravati dal clientelismo e dai rapporti politici. In alternativa, significa predisporre strumenti d'intervento diretto e vincolante che non sono i «Tremonti bond» che sono una foglia di fico che copre solo le vergogne delle banche.

Ma fuori Italia che succede? Accade per esempio che Barack Obama ha messo le mani e i piedi nel piatto, obbligando le banche che hanno ricevuto aiuti (tutte) pubblici a tagliare i vergognosi bonus ai manager. In Italia invece si fa l'opposto: ieri in Parlamento è stata stoppata dalla maggioranza la proposta dalla Lega che imponeva un tetto di 350.000 euro ai manager pubblici. Tetto che in passato era stato abbassato a 500.000 dal governo Prodi, ma con molte eccezioni. E, poi, è stata cassata in commissione finanze della Camera la norma che prevedeva l'aumento al 20% dell'una tantum (invece del 10%) per i precari licenziati. I co.co.pro si rassegnino e imparino a campare: la prossima volta scelgano di fare i banchieri. Magari per salvare la faccia scelgano il ruolo di banchiere immortalato in uno splendido romanzo di Pessoa.

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