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Gabriele Polo, Ezio Mauro, Furio Colombo: Tre opinioni sulla crisi
25 Gennaio 2008
Articoli del 2008
Tre opinioni sulla crisi del governo, della maggioranza che l’ha espresso e fatta cadere e degli altri. Da il manifesto, la Repubblicae l’Unità del 25 gennaio 2005

il manifesto

Suicidio politico

Gabriele Polo

Romano Prodi è caduto con la stessa ostinata sicurezza con cui aveva brindato in una triste festa notturna di piazza il 10 aprile di due anni fa. Fermo nel voler portare fino in fondo la propria sfida alle leggi della matematica e della politica. Si è presentato al senato sapendo che gli avrebbero sparato addosso e lui ha mostrato il petto lanciando ai suoi cecchini un avvertimento inascoltato: «Dopo di me il diluvio». Avversari vecchi e nuovi gli hanno concesso l'onore delle armi e della coerenza parlamentare. Poi hanno sparato.

Ma la sua ostinazione copre solo in piccola parte il lento ma inesorabile suicidio politico dell'Unione sfociato nella crisi di governo. A spiegarla non basta la debolezza numerica - frutto di una legge elettorale inguardabile - che in questi mesi ha trasformato il senato in una sorta di ring. Né l'eterogeneità della coalizione e nemmeno la vaghezza di un programma troppo generico e al tempo stesso corposo. Su queste radici sono cresciuti due problemi che hanno portato al collasso. In primo luogo il progressivo allontanamento dalle attese degli elettori - badando più agli equilibri interni e alle compatibilità di bilancio. Più che in parlamento Prodi è rimasto solo nel paese: coperto a sinistra dal sacrificio di chi veniva sempre indicato come il possibile «traditore», ha deluso le attese di quella parte dell'elettorato che più di ogni altra chiedeva una svolta dopo il quinquennio berlusconiano. Alla fine è caduto da destra, come era ampiamente prevedibile. In secondo luogo, a destabilizzare un quadro politico diventato la principale se non unica attenzione del premier, è arrivato il parto del Pd, determinando un dualismo di potere che non poteva durare. E così è stato proprio il «suo» partito a togliere il terreno sotto i piedi a Romano Prodi.

Tra le macerie che ora si cercherà di raccogliere in qualche modo per evitare le elezioni anticipate, emerge la sconfitta della sinistra che pagherà i costi più alti di una scommessa perduta: contrattare l'alternativa sociale sul tavolo di governo. Ma si profila anche il sordo rovello del Partito democratico, concepito per vivere al potere e oggi posto di fronte alla scelta tra un'opposizione che non sa più cosa voglia dire e cercare alla sua destra i partner di una futura alleanza. Un bel disastro: complimenti a tutti

la Repubblica

Così muore il centrosinistra

di Ezio Mauro

Nemmeno due anni dopo il voto che ha sconfitto Berlusconi e la sua destra, Romano Prodi deve lasciare Palazzo Chigi e uscire di scena, con il suo governo che si arrende infine al Senato dove Dini e Mastella gli votano contro, dopo una settimana d’agonia. È lo strano – e ingiusto – destino di un uomo politico che per due volte ha battuto Berlusconi, per due volte ha risanato i conti pubblici e per due volte ha dovuto interrompere a metà la sua avventura di governo per lo sfascio della maggioranza che lo aveva scelto come leader. Con Prodi, però, oggi non finisce soltanto una leadership e un governo, ma una cultura politica – il centrosinistra – che tra alti e bassi ha attraversato gli anni più importanti del nostro Paese, segnando la storia repubblicana.

Ciò che è finito davvero, infatti, è l’idea di un’ampia coalizione che raggruppi insieme tutto ciò che è alternativo alla destra, comunque assemblato, e dovunque porti la risultante. Prodi è morto politicamente proprio di questo. È morto a destra, per la vendetta di Mastella e gli interessi di Dini, ma per due anni ha sofferto a sinistra, per gli scarti di Diliberto, Giordano e Pecoraro, soprattutto sulla politica estera. Mentre faceva firmare ai leader alleati un programma faraonico e velleitario di 281 pagine e un impegno di lealtà perfettamente inutile per l’intera legislatura, Prodi coltivava in realtà un’ambizione culturale, prima ancora che politica: quella di tenere insieme le due sinistre italiane (la riformista e la radicale), obbligandole a coniugare giustizia e solidarietà insieme con modernità e innovazione, in un patto con i moderati antiberlusconiani. Quell’ambizione è saltata, o meglio si è tradotta talvolta in politica durante questi due anni, mai in una cultura di governo riconosciuta e riconoscibile.

I risultati positivi di un governo che ha rovesciato il proverbio, razzolando bene mentre continuava a predicare male, non sono riusciti a fare massa, a orientare un’opinione pubblica ostile per paura delle tasse, spaventata dalle risse interne alla maggioranza, disorientata dalla mancanza di un disegno comune capace di indicare una prospettiva, un paesaggio collettivo, una ragione pubblica per ritrovare il senso di comunità, muoversi insieme, condividere un percorso politico. Anche le cose migliori che il governo ha fatto, sono state spezzettate, spolpate e azzannate dal famelico gioco d’interdizione dei partiti, incapaci di far coalizione, di sentirsi maggioranza, di indicare un’Italia diversa dopo i cinque anni berlusconiani: ai cittadini, le politiche di centrosinistra sono arrivate ogni volta svalutate, incerte, contraddittorie e soprattutto depotenziate, come se la rissa interna – che è il risultato di una mancanza di cultura comune – avesse succhiato ogni linfa. Ancor più, avesse succhiato via il senso, il significato delle cose.

Fuori dal recinto tortuoso del governo, la destra non ha fatto molto per riconquistarsi il diritto di governare. Le sue contraddizioni sono tutte aperte, e la crisi della sinistra regala a Berlusconi una leadership interna che i suoi alleati ancora ieri contestavano. Ma la destra, questo è il paradosso al ribasso del 2008, è in qualche modo sintonica e addirittura interprete del sentimento italiano dominante, che è insieme di protesta e di esclusione, forse di secessione individuale dallo Stato, probabilmente di delusione repubblicana, certamente di solitudine civica. Nella grande disconnessione da ogni discorso pubblico, che è la cifra nazionale di questa fase, il nuovo populismo berlusconiano può trovare terreno propizio, perché salta tutte le mediazioni, dà agli individui l’impressione di essere cercati dalla politica e non per una rappresentanza, ma per una sintonia separata con la leadership, una vibrazione, un’adesione, ad uno ad uno. Intorno si è mossa e si muove la gerarchia cattolica, che ormai lascia un’impronta visibile non nel discorso pubblico dov’è la benvenuta, ma sul terreno politico, istituzionale e addirittura parlamentare, dove in una democrazia occidentale dovrebbe valere solo la legge dello Stato e la regola di maggioranza, che è la forma di decisione della democrazia. Un’impronta che sempre più, purtroppo, è quella di un Dio italiano fino ad oggi sconosciuto, che non si preoccupa di parlare all’intero Paese ma conta le sue pecore ad ogni occasione interpretando il confronto come prova di forza – dunque come atto politico –, le rinchiude nel recinto della precettistica e se deve marchiarle, lo fa sul fianco destro.

Un contesto nel quale poteva reggere soltanto una politica in grado di esprimere una cultura moderna, cosciente di sé, risolta, capace di nascere a sinistra e parlare all’intero Paese. Tutto questo è mancato, per ragioni evidenti. La vittoria mutilata del 2006 ha messo subito il governo sulla difensiva, preoccupato di munirsi all’interno, col risultato di una dilatazione abnorme di ministri e sottosegretari. Ma i partiti, mentre si munivano l’uno contro l’altro, si disconnettevano dal Paese. Nel loro mondo chiuso, hanno camminato a passo di veti, minacce e ricatti, indebolendo la figura dello stesso Presidente del Consiglio, costretto a mediare più che a indirizzare. Si sono sentite ogni giorno mille voci, a nome del governo. La voce del centrosinistra è mancata.

Oggi che Mastella ha firmato un contratto con il Cavaliere e Dini ha onorato la cambiale natalizia, risulta evidente che Prodi salta perché è saltato quell’equilibrio che univa i moderati alle due sinistre, e come tale poteva rappresentare la maggioranza dell’Italia contemporanea. Tuttavia, senza il trasformismo (non nuovo: sia Dini che Mastella sono ritornati infine a casa) Prodi non sarebbe caduto. Barcollando, il governo avrebbe ancora potuto andare avanti, e questa è la ragione che ha spinto il premier ad andare al Senato, per mettere in piena luce sia la doppia defezione da destra e verso destra, sia l’assurdità di una legge elettorale che dà allo stesso governo la vittoria alla Camera e la sconfitta al Senato.

Da qui partirà il presidente Napolitano con le consultazioni, nella sua ricerca di consolidare un equilibrio politico e istituzionale che ritrovi un baricentro al sistema e al Paese. Il Capo dello Stato dovrà dunque tentare, col suo buonsenso repubblicano, di correggere queste legge elettorale prima di riportare il Paese al voto. La strada è quella di un governo istituzionale guidato dal presidente del Senato Marini, formato da poche personalità scelte fuori dai partiti, sostenuto dalle forze di buona volontà per giungere al risultato che serve al Paese. Riformare la legge elettorale, e se fosse possibile, riformare anche Camera e Senato, cambiando i regolamenti, riducendo il numero dei parlamentari, correggendo il bicameralismo perfetto. Un governo non a termine, ma di scopo. Che può durare poco, se i partiti sono sinceri nell’impegno e responsabili nelle scelte, col Capo dello Stato garante del percorso e dell’approdo.

Berlusconi è contrario a questa soluzione perché vuole votare al più presto, con i rifiuti per strada a Napoli (altra prova tragica d’impotenza del centrosinistra, locale e nazionale), con piazza San Pietro ancora calda di bandiere papiste, con il volto di Prodi da esibire in campagna elettorale come un avversario già battuto, in più in grado di imbrigliare l’avversario vero, che è da oggi Walter Veltroni.

E qui si apre una partita decisiva, per il Paese che ha bisogno di governabilità, stabilità, di un rapporto sano e corretto tra cittadini, partiti e istituzioni, anche attraverso una legge elettorale che restituisca agli elettori il potere effettivo di scelta, e ristabilisca una relazione di mandato tra gli eletti e gli elettori. Ma la partita è decisiva anche per le sorti della sinistra, che col governo rischia di smarrire se stessa.

Le due sinistre potranno allearsi in futuro, ma oggi con ogni evidenza si separano. Rifondazione vuole riprendere la sua libertà di movimento e col movimento. I riformisti vogliono tentare la sfida del governo, provando a parlare all’intero Paese, attraverso il Partito Democratico che si presenterà da solo alle elezioni, contro Berlusconi. Questa soluzione è l’unica che ha una possibilità espansiva, dall’abisso in cui si trova oggi la sinistra italiana, dopo la sconfitta di Prodi. È una carta che va giocata, che può cambiare da sola il quadro politico, che rappresenta non solo una novità ma una innovazione: ma che nello stesso tempo può essere depotenziata fino alla rovina dalla capacità di conflitto intestino della sinistra italiana, se importerà dentro il Pd le risse di coalizione che hanno distrutto l’Unione e il governo Prodi. Già si vedono le avvisaglie: l’Unione contro la solitudine, l’alleanza contro il leaderismo e infine e soprattutto l’Ulivo contro il Pd, in una contrapposizione che sarebbe distruttiva.

Tocca a Prodi, che tutto il Paese oggi dovrebbe salutare come un galantuomo, comportarsi da leader anche nella sconfitta, aiutando il Pd che ha fondato a rendersi autonomo nelle sue strategie, e a compiere la sua strada e il suo destino. Tocca a Veltroni, in caso di ostacoli da parte dei vecchi potentati, strappare in avanti, rivolgendosi a chi lo ha votato, i cittadini delle primarie. Non c’è altra strada per chi deve prendere atto che il centrosinistra ha fallito, ma pensa che non è il Berlusconi III, quattordici anni dopo, la ricetta contro il declino dell’Italia.

l’Unità

Per futili motivi

di Furio Colombo

Prodi esce dall’Aula con la dignità con cui era entrato mentre un’opposizione volgare e fascistoide esulta come alla fine di una brutta partita. Ma vediamo la storia della giornata dall’inizio.

Alle tre del pomeriggio una folla disorientata attende intorno al Senato di sapere il destino di Prodi. Uno mi dice, senza animosità e senza amicizia: «Io non so chi vince o chi perde, oggi, ma in qualunque caso non vi accorgete che non contate niente? Quelli che contano intanto stanno svuotando le Borse, stanno cambiando i prezzi, raddoppiano il costo delle case. Sono loro che comandano. Sono loro che decidono. Voi, quando va bene, siete come le piante in un corridoio, degli ornamenti, e quando va male, come oggi, vi cambiano».

C’è un po’ di confusione, un po’ di tensione. È impossibile rispondergli. Come fai a dargli torto se illustri notisti politici e addirittura intere compagini editoriali sembrano non avere notato che i conti pubblici sono in ordine e non lo erano, che le entrate fiscali sono robuste, e non lo erano, che contratti come quello dei metalmeccanici che poteva spaccare il Paese, sono stati firmati?

È vero, conta poco la politica senza l’opinione pubblica e conta poco l’opinione pubblica senza la televisione e la stampa. E aiutano poco la televisione e la stampa se diventano, per comodità e per progetto, la casa del conflitto, il luogo di scontro dei politici trasformati in gladiatori invece che il crocevia in cui si incontrano i portatori di opinioni diverse e le spiegano in modo chiaro e senza condurre un continuo gioco al massacro.

Una ragione il mio interlocutore tra la folla intorno al Senato ce l’ha: una brutale tempesta economica, una sorta di si salvi chi può, imperversa nel mondo e sbatte contro le porte dell’edificio Italia.

L’edificio non è così debole, né così indifeso. O almeno, non lo era fino a ieri sera. Un governo, che a volte appare introverso e noioso, non ha mai smesso l’ingrato impegno intrapreso di mettere in ordine la casa dell’economia.

La tempesta che si sta scatenando nel mondo ci avrebbe trovato, almeno, con le porte sorvegliate. C’è differenza fra congiunture difficili e momenti di rischio totale. Il mio interlocutore fuori dal Senato, che ha fatto anche un elenco di nomi di coloro che, in Italia, decidono il nostro futuro invece dei politici, non sa che adesso stanno per avere le mani molto più libere. Le hanno avute per i cinque hanni in cui ha governato Berlusconi e si è ammassato di tutto, dall’immondizia (la crisi inizia proprio nel 2001) al debito, dallo sperpero delle risorse ai condoni fiscali (in modo da avere le entrate tributarie più basse della storia italiana). Ma niente è successo di cui si possa dire: ecco, comincia qualcosa di nuovo.

D’accordo, questo governo è quasi afasico, e in un’epoca in cui le comunicazioni contano al punto da essere continuamente alterate e taroccate, non è un problema da poco. E tuttavia, nonostante il buon lavoro di 20 mesi (vedi il Financial Times e il Wall Street Journal) il governo che ha chiuso il buco e incassato le tasse, sta cadendo.

Una volta entrato nell’aula del Senato mi accorgo, ascoltando, che cade - in un momento molto grave nel mondo - per futili motivi. Fate l'elenco di coloro che fanno mancare il voto al Governo di Prodi e avete una immagine più squallida del non dimenticato evento del 1998, non sto parlando di Calderoli e Castelli. Quella è gente che preannuncia la rivoluzione e fa sapere che sta cercando le armi. Continuiamo pure, per salvare l'immagine del Paese, a far finta di credere che siano compagnoni scherzosi invece di un serio pericolo per le questure. Ma questo è il loro livello e il loro mestiere: una politica che ha le impronte - già debitamente schedate - del deputato Borghezio.

Non sto parlando dei discorsi finto-dolenti e finto-decenti delle varie componenti della Casa delle Libertà che - gira gira - gravitano sempre, tutte, verso il vulcano spento di Berlusconi. Sto parlando dei futili motivi di Mastella che si vendica su Prodi per le presunte offese fatte alla moglie. Sto parlando dei Senatori di Mastella, che litigano a rischio infarto per l'onore della moglie di Mastella, come in un film di Germi.

Sto parlando di Lamberto Dini. Su quale palcoscenico recita? In quale dramma? Con quale ruolo? Per quale pubblico? Quando dice «noi» visto che il suo partito sono tre e uno non lo segue e l'altro non partecipa al voto, di quale «noi» sta parlando? Forse le sue ragioni non sono così futili, ma niente, tranne il no è trapelato del suo discorso, niente è trapelato che si possa eventualmente citare in una nota, carattere corsivo a piè di pagina, in un libro di storia.

Poi c'è lo scampanio della sinistra-sinistra. Impegna il suo prestigio, che non è da poco, nell'accusare come unico vero nemico il Partito democratico. Possibile che persone di grande, indiscutibile esperienza politica guardino il mondo dalla feritoia stretta di una rivalità occasionale, mentre qui cade un governo che sembra «fare poco per il lavoratori» ma - nel drammatico dopo - lascerà un rimarchevole vuoto e un pauroso sbandamento a destra, la destra economica che decide? In una cosa hanno ragione. In tanti - anche nella maggioranza che finisce adesso - hanno lamentato la palla al piede della sinistra, e preannunciato mille volte la caduta del governo per colpa e azione malevola della sinistra. E invece sono sfilati, a uno uno, tutti i «volenterosi» di destra della maggioranza che finisce.

E, a uno a uno, per futili motivi e per non sempre chiare ragioni private, hanno offerto, la loro mano ben tesa a Berlusconi, hanno bruscamente voltato le spalle a chi aveva dato loro uno spazio politico che - spiace per loro - non avranno mai più. Alla fine, nel brutto show, torna a farsi avanti, sia pure con esuberanza un po' consumata, il corpo di ballo della compagnia Berlusconi. Arriva fino al punto da stappare bottiglie in aula come in una festa un po’ volgare delle matricole ricordando sempre che, «prima di tutto viene il rispetto per le istituzioni».

È una replica triste e dobbiamo domandarci che cosa abbiamo fatto per meritarcela. Nota bene. Tutto ciò avviene esattamente come e quando aveva predetto Berlusconi. Bisogna riconoscere un po’ di ragione alla persona che mi ha fermato fuori dal Senato: il potere dei soldi fa miracoli.

colombo_f@posta.senato.it

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