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Rossana Rossanda
Francia, cattivo esempio
7 Gennaio 2008
Articoli del 2008
La questione del sistema elettorale è seria, per noi tutti: non possiamo snobbarla. Da il manifesto, 5 gennaio 2008

Non è serio ridurre la questione della legge elettorale alla solita rissa fra notabili. Quali che siano i limiti della democrazia rappresentativa, considerare il problema come inesistente è una frivolezza che non ci possiamo permettere.

Il sistema elettorale «alla francese», al quale inclina Walter Veltroni, è il peggiore nei dintorni. Un presidenzialismo secco, vera e propria monarchia, senza neanche un'adeguata informazione degli elettori: Nicolas Sarkozy, scelto dal suo partito nel giro di due sedute a 2007 già avanzato, era presidente della Repubblica quattro mesi dopo. Peggio che negli Usa.

Nel sistema statunitense come in quello francese l'obiettivo è ridurre più che si può la complessità delle espressioni politiche in una società complessa. Cosa che negli Usa è, molto parzialmente, corretta da una divisione dei poteri, in Francia assai meno. E non penso a quella elementare divisione che dovrebbe darsi fra presidenza, governo e parlamento; già era poca cosa dopo la costituzione di De Gaulle del 1958, adesso sarà ancora meno, dato che secondo la commissione nominata da Sarkozy se finora toccava al presidente e al governo decidere la linea della Repubblica, d'ora in poi questo toccherà soltanto al presidente.

Ogni sistema presidenziale sembra fatto per dare voce, dovunque, alle spinte meno riflettute, più manipolate, delle popolazioni relative: vota un re! Fidati di lui! Il buon popolo americano ha votato in massa per la rielezione di George W. Bush perché aveva fatto e continuava a fare la guerra. Il buon popolo francese ha votato, anch'esso in massa, Nicolas Sarkozy, perché si proclamava un fautore dell'ordine e dello slogan «arricchitevi» in salsa parigina. Adesso i cittadini degli Stati uniti sono pentiti di avere votato Bush e i sondaggi francesi danno Sarkozy in vistoso calo, a meno di sei mesi di distanza dall'averlo messo in trono.

C'è da riflettere sullo spessore di un sistema democratico, da esportare fin con la guerra, nel quale si vota a vanvera, pagando poi prezzi altissimi. Eppure Bush s'è presentato per quel che era, Sarkozy non ha mentito sulle sue intenzioni: voleva mettere ordine, ha aumentato la polizia e sta riducendo poteri e mezzi della magistratura, voleva difendere la «francesità» e intende sbattere fuori 25.000 immigrati all'anno, e obliga a chi vuole riunirsi alla famiglia a sottoporsi alla prova del dna.

Voleva far «lavorare di più per guadagnare di più» e sta facendo fuori quel che restava delle 35 ore e ha già fatto passare gli straordinari senza contributi sociali. Aveva annunciato la discontinuità, e ha elogiato i benefici del colonialismo e riportato la Francia in linea con la politica estera del Pentagono. Di passaggio, si è aumentato l'indennità presidenziale del 140%. Di queste vicende a Veltroni evidentemente non cale.

Il presidenzialismo piace a chi è persuaso, come il «Sindaco d'Italia» e a colui che era il suo maggior avversario fino a poco tempo fa, che al governo è meglio essere soli, senza l'intralcio di opposizioni in grado di contare qualcosa. E senza avere fra i piedi una piccola minoranza di sinistra alternativa. Il richiamo al sistema francese è eloquente: esso si propone di distruggere tutti i contendenti salvo due. E già dire due è molto, perché negli Usa come in Francia, è difficile che il secondo arrivato resti visibile: chi si ricorda più di Kerry? E che cosa conta più Segolène Royal, che alle presidenziali aveva raccolto il 47 per cento di voti? Non che il proporzionale "alla spagnola" sia molto meglio, ma almeno non azzera del tutto. In verità, ha ragione Sartori, un qualsiasi democratico dovrebbe arretrare ululando davanti a qualsiasi premio di maggioranza. Resta la necessità per chi non è uno dei due grandi partiti ammessi dal bipolarismo, di esistere. Anche sul piano istituzionale. Perché fuori di esso si danno gruppi di opinione, movimenti, isole di soldiarietà, oppure la rivolta. Almeno su questo le sinistre a sinistra del Pd si dovrebbero accordare e non solo in separata sede. C'è una battaglia da dare in un paese scombussolato. Che da noi oggi la Costituzione sia considerata uno straccio conteso fra quattro poveracci è un po' penoso.

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