loader
menu
© 2022 Eddyburg

Food Valley. La perdita di suolo agricolo a Parma
20 Luglio 2006
Consumo di suolo
Nell’ambito di un progetto condiviso varie associazioni (WWF, Legambiente, Italia Nostra, Lipu, Bioarchitettura e Le Città invisibili) hanno prodotto un utile lavoro, testimonianza e modello di un’azione possibile.

L'ultimo raccolto?

La perdita di suolo agricolo è un problema non solo a Parma. Escludendo dal computo l’edilizia abusiva, ogni giorno in Italia vengono cementificati 161 ettari di terreno. A livello mondiale si calcola un tasso di incremento delle superfici urbanizzate del 2,7%: 128.000 kmq in un anno, tanto quanto la Grecia!

Il suolo coltivabile, che si forma grazie a processi naturali a velocità dell’ordine di un millimetro di spessore ogni secolo, viene progressivamente sostituito da aree residenziali, industrie, centri commerciali, strade ed altre infrastrutture. Dopo avere sostenuto lo sviluppo della società umana dall’inizio della Storia, anno dopo anno, il terreno agricolo viene trasformato definitivamente in quello che è stato definito l’”ultimo raccolto”: una superficie impermeabile e sterile.

In questo Pianeta così maltrattato c’è un posto chiamato “Food Valley” dai suoi abitanti. Una ragione c’è, perché la provincia di Parma si trova in uno dei luoghi più fertili al mondo, dove il comparto agroalimentare risulta essere il settore più rilevante sotto il profilo industriale, con 5.500 milioni di euro di fatturato, pari al 35% del totale e 15.500 occupati (dati anno 2000).

Ma l’esame degli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale, che da anni ci vede impegnati come associazioni ambientaliste, prefigura un quadro ben diverso da quello che viene spacciato sui pieghevoli patinati, nei siti internet ufficiali e alle iniziative enogastronomiche, mirati a diffondere un’immagine artefatta di tutela del territorio e dei suoi prodotti. La Food Valley sta rapidamente consumando il bene più prezioso che ha: il suolo. Tra le varie occasioni di discussione sul futuro del territorio, quella del nuovo PSC di Parma ci è sembrata particolarmente utile, per richiamare l’attenzione su interessi collettivi di lungo periodo, anziché lasciar guidare le scelte urbanistiche e territoriali da interessi particolari e di corto respiro.

Fino a quando potremo sostenere lo sviluppo che oggi viene proposto? L’analisi presentata in questo opuscolo vuole richiamare l’attenzione sulla necessità di questa domanda e dimostrare che uno sviluppo diverso non solo è possibile, ma è anche necessario.

Il caso di Parma: un'analisi storica dell'espansione urbana

Ancora oggi, per promuovere quello che viene chiamato “sviluppo economico”, a Parma – città demograficamente stabile ormai da qualche decennio - si prevedono nuovi insediamenti industriali, nuovi centri commerciali, aree residenziali ed infrastrutture viarie. Il fabbisogno di cemento e asfalto sembra non diminuire, anzi… Ma quali benefici ha portato l’espansione urbana finora? E che futuro stiamo preparando, continuando a ragionare come quarant’anni fa? Per rispondere a queste domande, abbiamo studiato l’andamento dell’espansione urbana nel territorio comunale di Parma, utilizzando come riferimento i rilievi cartografici e fotografici che si sono succeduti dalla fine dell’ottocento al 2003.

Un comune in crescita o in crisi d’identità?

Un’idea più precisa dal punto di vista quantitativo, si può ottenere dal grafico seguente. L’ampliamento dell’area urbanizzata nel comune di Parma, molto lento fino al 1960, ha subito un’accelerazione che ha portato al suo raddoppio nei primi anni ’90 anni e ad aumentare di un ulteriore 28% dal 1994 al 2003, facendo così registrare in questi ultimi nove anni un tasso di espansione mai visto prima. Meno abitanti, più edifici Se in una prima fase l’aumento di insediamenti rispondeva ad un incremento demografico, è sorprendente notare come dal 1976 in poi questa relazione viene meno: l’espansione urbana prosegue a ritmi sostenuti, mentre la popolazione diminuisce del 3%! Inoltre, considerato l’attuale costo delle case, si può affermare che l’aumento dell’offerta non ha portato neppure ad un beneficio in termini di riduzione dei prezzi.

Chi ci ha guadagnato?

Facciamo un confronto tra il 1994 e il 2003. Dopo altri nove anni di espansione sostenuta, possiamo dire di avere una città migliore? L’ulteriore peggioramento della qualità dell’aria, la sempre maggiore vulnerabilità idrogeologica, la perdita di nuove ampie porzioni di campagna periurbana, che cosa ci hanno dato in cambio? Difficile dirlo. L’unico dato certo riguarda il settore dell’edilizia, comparto “Costruzioni”: nel triennio 2000-2002 in provincia di Parma si è avuto un ulteriore aumento netto di imprese, pari a 963 unità. Intanto, nello stesso periodo, il comparto “Agricoltura e Silvicoltura” in provincia è diminuito di 789 imprese. Fino a quando potremo chiamarla “Food Valley”?

Anno 2060: il limite di uno sviluppo senza limiti

Nei nove anni dal 1994 al 2003 l’espansione urbana nel comune di Parma è proseguita ad un tasso del 3% annuo. Pur senza tenere conto dei problemi di vivibilità, di regimazione delle acque, di inquinamento o altro ancora, esiste un limite definitivo ed invalicabile a questa espansione: i 26.100 ettari della superficie comunale. Ebbene, continuando a questi ritmi, arriveremmo a ricoprire l’intera superficie agricola del comune già nel 2060!

Un’elaborazione matematica basata sull’andamento dell’espansione urbana degli ultimi quarant’anni conferma questo dato, collocando la data di cementificazione totale del comune tra il 2040 ed il 2079.

A quel punto, dopo avere compromesso, abbruttito e degradato completamente il nostro territorio, dovremo necessariamente fermarci e abbandonare questo modello di sviluppo senza limiti. Ma allora, non è meglio fermarci ora e dedicarci piuttosto a interventi di qualificazione, mitigazione e recupero, per migliorare la qualità della vita a Parma?

PSC 2006: ancora cemento e asfalto

Purtroppo, a guardare le previsioni del Piano Strutturale Comunale (Documento preliminare), non sembra che si intenda frenare l’impermeabilizzazione del territorio. Non solo; mentre si ragiona nell’ambito del PSC sul futuro della città, questo viene in parte ipotecato, approvando diverse varianti che accelerano l’espansione urbana, prima dell’adozione di questo importante strumento urbanistico. Ecco alcuni esempi di cementificazione prossima ventura.

* Espansione industriale a nord della città. Prevista dal PSC, consente di ampliare ulteriormente l’attuale area industriale, determinando una saldatura con l’area di S. Polo, quando una parte consistente degli edifici industriali in zona sono vuoti o sottoutilizzati.

* Polo logistico. Pur avendo già un interporto di notevoli dimensioni in comune di Fontevivo, si ritiene indispensabile un’altra ampia area a pochi chilometri.

* Parco scientifico tecnologico. A sud della città, in quella che ncora oggi è in parte considerata “area rurale”, il PSC prevede un insediamento “dove concentrare le funzioni rare che presentano un esteso bacino di potenziali utenti.” (?). Ne sentivamo la mancanza?

* Multisala cinecampus. Quel poco di verde che resta attorno al Campus universitario di via Langhirano è destinato a lasciare il posto ad un super cinema da 11 sale e 2.300 posti a sedere. Fuori dall’anello delle tangenziali e quindi da raggiungere possibilmente in auto, come si desume dalla dotazione di un parcheggio da circa 600 posti.

* IKEA. Probabilmente sorgerà tra via Burla e via Ugozzolo un grande centro commerciale occupato principalmente dall’IKEA, che avrà una superficie di 23.663 mq e porterà a Parma un flusso notevole di traffico: nei fine settimana sono previste 70.000 presenze al giorno!

*Nuova Ipercoop. Sorgerà su via Traversetolo, non lontano dalla già esistente Esselunga: 18.500 metri che conterranno un supermercato alimentare da 4mila mq (il più grande del Parmense).

*Nuova Esselunga. L’unico aspetto positivo di questa ulteriore “centrocommercializzazione” della città, è che andrà ad occupare,almeno in parte, un’area già edificata: quella della Battistero.

*Via Emilia bis. Non prevista inizialmente nel PTCP, è stata richiesta ed ottenuta dal Comune di Parma, il quale ritiene di convincere le persone ad utilizzare meno l’auto in città, aumentando la superficie di suolo asfaltato.

*Via La Spezia Bis. Il carico di traffico sulla città è diventato insostenibile? La soluzione, per il PSC, è quella di costruire nuove strade, dimenticando che sono proprio le strade a incentivare il traffico e che una nuova Via La Spezia, come altre infrastrutture dedicate al trasporto su gomma, si contrappone al modello di trasporto ferroviario metropolitano

prospettato da Provincia e Comune.

*Parmacotto. A sud della città, in area agricola e al di fuori di qualsiasi previsione di piano, il Comune consentirebbe la costruzione del nuovo megastabilimento della Parmacotto, considerato di “pubblica utilità”.

La situazione in provincia Allargando lo sguardo dal comune di Parma al resto del territorio di pianura della provincia, la situazione non è migliore. Pur non avendo analizzato in modo sistematico e dettagliato questa vasta area, l’analisi del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale e alcune segnalazioni raccolte dal territorio forniscono un quadro poco confortante. Ad esempio nel comune di Fidenza tra il 1976 e il 2003 l’area urbanizzata è cresciuta da 854 a1161 ettari e il nuovo PSC prevede di raggiungere addirittura i 2264 ettari, con un ulteriore incremento del 95%!.

Ecco alcuni esempi di come stanno per essere cancellate per sempre porzioni significative di terreno agricolo della provincia.

1. Bretella autostradale Tirreno-Brennero. Collegherà l’Autocisa con il Brennero, facendo passare una quota considerevole di traffico pesante nei comuni di Fontevivo, Parma, Trecasali e Sissa. La Coldiretti di Parma ha definito questa inutile autostrada un’”opera fortemente impattante e devastante uno dei territori agricoli storicamente più importanti e forti d’Europa per le vocazioni a produzioni d’eccellenza e per la qualità del paesaggio e dell’ ambiente circostante, con gravi danni per numerose imprese agricole”.

2. Via Emilia Bis. Una nuova strada che attraverserà l’intero territorio provinciale, passando a nord dell’attuale via Emilia e creando così ulteriore consumo di suolo, frammentazione di fondi agricoli, nuova urbanizzazione ed inquinamento.

3. Cispadana. Secondo la Provincia di Parma (Valsat del PTCP) con questa infrastruttura

“la mobilità su gomma viene favorita aumentando tendenzialmente tutti i tipi di

pressione ambientale”. Inoltre, il fatto che consenta un raccordo rapido con l’Autobrennero all’altezza di Reggiolo, non risulta sufficiente ad evitare la costruzione della Tirreno-Brennero (vedi sopra).

4. Pedemontana. L’aumento della pressione sui sistemi ambientali incide su un’area vasta e su aree di interesse naturalistico, sia per l’occupazione del suolo, sia in termini di emissioni atmosferiche.

5. Polo del freddo. Si tratta di magazzini per lo stoccaggio di surgelati che occuperanno

una superficie complessiva di ben 29 ettari, garantendo un numero limitato di posti di lavoro, consumando enormi quantitativi di energia elettrica in una situazione già di forte sofferenza della rete e con un sicuro aumento del traffico pesante e dell’inquinamento sul territorio.

6. Ponte Collecchio-Medesano. Poteva essere l’occasione per riqualificare un’area a rischio di esondazione; invece la Provincia ha preferito il tracciato che taglia in due il parco in una zona di pregio naturalistico. Nessuna risposta è stata data ai numerosi dubbi sollevati dall’Istituto Nazionale della Fauna Selvatica.

7. Insediamento produttivo a Medesano-Noceto. Sorgerà nei pressi del nuovo ponte Collecchio-Medesano, con una superficie di ben 60 ettari.

8. Insediamento residenziale a S. Michele Tiorre. E’ solo uno dei vari esempi di progetto di cementificazione della pedemontana. Per realizzare 52 unità abitative si mettono in gioco 25 ettari di suolo agricolo, lontano dal nucleo abitato frazionale e in cambio il Comune riceve 1.200.000 Euro per realizzare una scuola altrove e, forse, incrementare le possibilità insediative fra qualche anno.

Città diffusa, città a perdere

“Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori” (I. Calvino, Le città invisibili , Milano, 1993)

Che ne è della “città”, oggi? Sempre di più assistiamo ad un fenomeno che potremmo qualificare della “dissipazione” urbana, fenomeno della città che non finisce e di una campagna che non inizia. Le città “si perdono”, uscendo da sé, attraverso la proliferazione selvaggia delle periferie, che tendono non solo a fagocitare spazi, ma anche ad annichilire le condizioni antropologiche vitali della città intesa come luogo. Vengono meno i punti di riferimento e i contenuti della città, che si muta sempre di più, in quanto diffusa, in un “vuoto a perdere”: la dispersione è così anche il tramonto della città terrena, cioè umana. Scrive M. Augé: “Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico, definirà un nonluogo” (M. Augé, Non Luoghi, Milano, 2002). La città è nonluogo perché ormai priva d’identità, e perché non più in grado di favorire, creare identità. Tale nonluogo non è compensato però da una nuova dimensione di pienezza, che venga a costituire altrove uno spazio rinnovato di relazioni e storia condivise. La città, infatti, vuole essere “globale”: un puro involucro, possibilmente planetario, specchio del nulla.

“Il fenomeno dell’esplosione urbana nasce proprio dal successo storico della città, nicchia ecologica costruita dall’uomo. Ogni epoca ha fornito un ambito funzionale diverso ed il processo di trasformazione ha a che fare con l’evoluzione economica e sociale.

Dal successo della città deriva la sua valorizzazione, esasperata da un settore agricolo che ha perso la sua valenza economica. Ma mentre nella città costosa il “povero” continua a vivere, occupandone gli interstizi, la classe media non ce la fa e, aspirando ad un modello abitativo soddisfacente, pensa che il sogno sia realizzabile in campagna.

Così nasce l’illusione da costo, rotta dalla successiva scoperta del grande prezzo dei servizi che non ci sono. Anche le imprese subiscono i costi delle città, perciò vendono e costruiscono fuori, disseminando la produzione nel territorio, alla ricerca di mercati a basso costo. Ma la crisi della grande fabbrica e del processo produttivo è stata determinata anche dall’avvento delle nuove tecnologie. Queste, e un’accresciuta mobilità (da 500.000 auto del ’51 a 25 milioni di oggi) hanno causato il passaggio all’agglomerazione all’articolazione. L’origine di questi fenomeni risiede dunque nell’eccessiva valorizzazione della città e nell’assenza di governo della stessa. La questione va innanzitutto capita per essere poi governata e arginata. Le città devono diventare convenienti, altrimenti la speculazione e i grandi interessi economici determinano una struttura sicuramente dissipativa del territorio, a forte consumo energetico, con problemi di organizzazione dei servizi ecc.” (F. Indovina, dialogo durante la conferenza “Città diffusa, Città a perdere”, Parma, novembre 2005)

“L’uomo della città diffusa è felice? La diffusione e gli stili di vita dettati dalle nuove tecnologie comportano un grande problema di identità e di estraniamento (es. se siamo al cellulare o collegati ad internet, non siamo consapevoli di quello che ci succede intorno). Una modernità liquida e globalizzante toglie qualcosa. Anche un contesto costruito come quello della città, forniva importanti riferimenti per creare quell’identità che assicura stabilità all’interno di un contesto. In una città diffusa, gruppi di persone a macchia di leopardo costruiscono le loro identità, che in breve tempo svaniscono. Anche la figura del pianificatore è cambiata. Oggi l’etica della responsabilità che dovrebbe far parte del suo ruolo, non trova più la comunità di riferimento; ne trova molte e non sa più come muoversi all’interno di questa nuova complessità”. (E. M. Satti, dialogo durante la conferenza “Città diffusa, Città a perdere”, Parma, novembre 2005)

La qualità dell’abitare

L’attività edilizia è uno dei settori industriali a più alto impatto ambientale anche per il consumo energetico, per le emissioni in atmosfera ad esso connesse e per il sempre più diffuso utilizzo di materiali di origine petrolchimica che, oltre a rendere l’aria nelle abitazioni molto più inquinata di quella già pessima che respiriamo fuori, determinano gravi problemi di inquinamento ambientale durante tutto il loro ciclo di vita. Consumano energia l’estrazione delle materie prime, la produzione e la lavorazione dei materiali e i relativi trasporti, l’esecuzione e la manutenzione delle opere, nonché la demolizione e lo smaltimento degli edifici.

In Europa il settore edilizio è responsabile:

- del 45% del consumo di energia;

- del 50% dell'inquinamento atmosferico;

- del 50% delle risorse sottratte alla

natura;

- del 50% dei rifiuti prodotti.

Il concetto di sostenibilità nel campo delle costruzioni edili mostra i suoi limiti: un’attività è infatti considerata sostenibile se attuabile senza limiti di tempo e di risorse per un territorio illimitato. Il punto è dunque capire entro quali limiti e riferimenti è possibile combinare la sostenibilità con l’attività edificatoria. Oggi però è possibile, mediante l’approccio della bioarchitettura, fare della casa un ambiente sano dove trovare il massimo benessere psicofisico, rispettando nel contempo l'ambiente. Ecco alcuni utili consigli per una migliore qualità dell’abitare.

* La costruzione della casa dovrebbe partire da considerazioni bioclimatiche, come peraltro si è sempre fatto nei tempi passati, sfruttando il clima, l'orientamento della casa rispetto al sole e tenendo presente i venti principali.

* La luce solare non solo scalda l'aria, ma la ionizza ed è battericida. Esistono sistemi solari passivi che raccolgono e trasportano il calore con mezzi non meccanici. La sensazione di benessere e comfort è maggiore in edifici riscaldati in modo passivo che è possibile realizzare con materiali facilmente reperibili.

* È necessario impiegare materiali naturali e non nocivi. Per esempio materiali naturali per la costruzione di edifici, per tinteggiare, per intonacare ed incollare, invece di quelli soliti di sintesi anche se meno costosi. Da non sottovalutare la possibile presenza di radon in materiali da costruzione di origine naturale o provenienti da lavorazioni industriali. È

bene quindi accertarsi circa i livelli di radioattività.

* Una muratura sana dovrebbe costituire un buon volano termico ed essere perciò realizzata con materiali e spessori tali da assicurare un lenta dispersione del calore, in modo da consentire un microclima interno relativamente costante.

* Inserire dove possibile del verde in grado di migliorare il microclima e assorbire una parte dell’inquinamento dell’aria. Rivolgendosi alla bioarchitettura, oltre ad avere un ambiente interno più sano e a rispettare l’ambiente si può migliorare l’efficienza energetica e il risparmio energetico degli edifici.

Gli edifici che normalmente vengono costruiti oggigiorno, consumano circa 200 kilowattora al metro quadrato per anno, mentre quelli a basso consumo arrivano a circa 50. Confrontando i consumi complessivi di un’abitazione tradizionale di 100 metri quadrati con quelli di una casa ecologica, è stato evidenziato un risparmio del 38%.

Di fronte a dati che indicano come l’abitare ecologico possa costituire un beneficio, sia per le tasche del cittadino che per l’intera collettività, qual è l’atteggiamento da parte di chi amministra il bene comune rispetto al “mattone verde”?

Da una recente indagine condotta da Confocooperative-federabitazione, in collaborazione con Anci, Istituto Nazionale di Bioarchitettura e Legambiente si evince un impegno, seppur minimo, da parte dei Comuni italiani per la promozione della casa ecologica.

Finalmente si fa avanti l’idea che la trasformazione della città, attuata in prospettiva di sostenibilità, possa avere ricadute positive sulla maggiore disponibilità energetica nazionale, sulle emissioni di anidride carbonica, sull’effetto serra e sul benessere collettivo.

Meglio tardi che mai.

Alcune proposte per ridurre il consumo di suolo

Ed ecco qui di seguito, alcune chiare e concrete proposte di lavoro. Si tratta in fondo di semplici questioni di buon senso. Ma dietro questa apparente immediatezza ci sono in realtà due questioni non scontate. La prima questione di fondo è che come cittadini abbiamo smesso da molto tempo di chiederci che territorio vogliamo, a quale idea di Parma stiamo lavorando e contribuendo. Vogliamo una città ancora più grande o piuttosto migliore? Vogliamo una città che garantisca maggior opportunità e spazi a chi li ha già o che assicuri condizioni di vita minimamente decenti a chi fa più fatica? Vogliamo strade più grandi e trafficate o vogliamo più spazi per camminare, per lasciar liberi i bambini, per incontrare e intrattenersi con altre persone? Vogliamo consegnare al futuro solo ettari di superfici cementificate non più riutilizzabili o garantire a noi e a chi verrà dopo il patrimonio di un suolo fertile ed in buone condizioni?

La seconda questione è il rifiuto di ricascare nella retorica dello sviluppo per lo sviluppo, della crescita per la crescita. Se proponiamo di abbandonare questa retorica e questo immaginario, non è certo per promuovere un atteggiamento conservatore o reazionario. Conservatore e reazionario è semmai quell’atteggiamento che ci riduce tutti a ingranaggi di una macchina che continua a produrre, a investire, a bruciare risorse passando sopra le persone e l’ambiente, in nome solamente della pura conservazione del sistema. Lo sviluppo non è più quel passepartout utile per congelare ogni dubbio e valutazione critica, per screditare le proteste dei cittadini e per giustificare qualsiasi cosa e qualsiasi intervento, compresi i più devastanti.

Oramai la gente ha capito che ci sono cose che possono crescere e svilupparsi e cose che invece devono essere ridotte e limitate. Altre ancora che possono essere fatte ma solo a certe condizioni. L’intelligenza politica dovrebbe servirci a distinguere le une delle altre. Non proponiamo dunque di arrestarci e non fare più niente, ma di pensare in termini di significati sociali e quindi di un’economia al servizio della qualità della vita.

L’invito al dibattito che queste proposte contengono è quello di considerare le cose con un respiro più ampio, che tenga conto dell’ambiente in cui viviamo, delle condizioni di unicità del nostro territorio, della complessità delle interazioni tra attività umana e processi naturali e quindi della fragilità della nostra ricchezza. Occorre ricordarci infatti che i soldi, l’efficienza, l’intraprendenza, i cantieri sono nulla, anzi possono diventare addirittura pericolosi se non si esercita contemporaneamente la facoltà di scelta e di discrimine, che è poi semplicemente la facoltà dell’intelligenza. E l’esercizio dell’intelligenza critica è in fondo l’unica garanzia contro la cementificazione del pensiero.

* Prima di consentire nuove costruzioni, valutare attentamente la disponibilità dei numerosi edifici non occupati, delle aree dismesse ed eventualmente incluse in ambiti ormai urbanizzati, non edificate, ma ormai sottratte definitivamente all’agricoltura.

* Verificare l’economicità della realizzazione di nuovi insediamenti (solo se assolutamente necessari), tenendo conto di tutti i costi esterni: dalla perdita di terreno agricolo, alla regimazione delle acque, al degrado del paesaggio.

* Coordinare maggiormente la distribuzione di funzioni con i comuni attorno alla città, che in alcuni casi sono ormai saldati anche fisicamente con il capoluogo.

* In occasione dell’adozione di nuovi piani urbanistici, revocare le previsioni non attuate, quando se ne inseriscono di nuove.

* In futuro, compensare la trasformazione di suolo da rurale o naturale a urbanizzato con la contemporanea naturalizzazione di suolo urbanizzato.

* Attivare strumenti economici e fiscali, che favoriscano un uso efficiente degli insediamenti già realizzati, scoraggiando il fenomeno di realizzazioni edilizie necessarie al solo investimento immobiliare.

* Indirizzare i nuovi interventi verso aree che in seguito agli usi precedenti o per la loro stessa natura giocano un ruolo secondario nel bilancio naturale complessivo.

* Utilizzare tutti gli strumenti per mitigare l’impatto nella costruzione di nuovi edifici e nella trasformazioni di edifici esistenti.

* Introdurre nelle norme del PSC l'obbligo di mantenere una quota pari al 70% di area permeabile rispetto a tutte le aree classificate come edificabili, utilizzando anche metodologie adeguate a garantire la permeabilità.

* Utilizzare, compatibilmente con i criteri estetici del paesaggio, tipologie edilizie che privilegiano la verticalità.

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg