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Finanziaria. Museruola alla stampa libera
8 Dicembre 2009
Articoli del 2009
Spegnere il dissenso, zittire le voci fuori dal coro, assoggettare al ricatto i destinatari delle risorse pubbliche: non è questo il lavoro d’ogni tirannia? Articoli di V. Parlato, R. Natale e M. Bartocci, il manifesto, 8 dicembre 2009

Una pugnalata

di Valentino Parlato

Cari lettori e cari compagni, questo governo si conferma nemico di tutte le libertà. Il 3 di ottobre in piazza del Popolo, a Roma, c'è stata una grande e animata manifestazione per la libertà di stampa. La risposta dell'attuale governo ci ha messo poco ad arrivare. Con un mirato emendamento alla finanziaria ha reso incerta l'entità dei contributi diretti che vengono assegnati in favore delle cooperative di giornalisti e dei giornali di partito. Sarà così il governo a decidere ogni anno quanto dare ai giornali politici cooperativi e non profit. Viene negata ogni idea di autonomia di una parte importante dell'informazione italiana, e cancellate le condizioni della sua sopravvivenza. Una legge di sostegno all'informazione, nata già nel 1981 e consolidata negli anni, viene messa radicalmente in discussione da un emendamento alla finanziaria di cui nessuno ha potuto discutere. Si passa dalla legge uguale per tutti all'arbitrio di chi governa.

Pensando a questa risposta alla manifestazione del 3 ottobre per la libertà di stampa, dovremmo avere qualche preoccupazione, forse anche maggiore, per che cosa si prepara a rispondere il governo all'enorme manifestazione del 5 dicembre a piazza San Giovanni. Quella di ieri, coma ha scritto sull'Unità Vincenzo Vita «è una pugnalata alla schiena».

Con questa pugnalata molti giornali indipendenti, e il manifesto in particolare, sono stati condannati a morte in attesa di esecuzione. Abbiamo le settimane contate. Se vogliamo sopravvivere e continuare la lotta a Berlusconi e al berlusconismo imperante dobbiamo reagire. Noi del collettivo del manifesto facendo un giornale migliore e più efficace. Dobbiamo lavorare di più e meglio se non vogliamo che il Cavaliere possa aggiungere la testata del manifesto ai suoi, già numerosi, trofei. Ma anche voi, lettori e sostenitori, nuovi e antichi, dovete impegnarvi in questo scontro. Scrivendoci, criticandoci, dandoci suggerimenti, ma anche dandoci munizioni per resistere e combattere.

Innanzi tutto comprate tutti i giorni il giornale, preparatevi a comprare il numero speciale a 50 euro, che sarà in edicola il 17 dicembre prossimo, abbonatevi e fate abbonare, sottoscrivete. So che, forse esagero, ma se mille di voi ci mandassero mille euro ciascuno, farebbero un milione di euro e la sicurezza di altri mesi di combattimento.

Scrivete e fate scrivere. In questa nostra deteriorata Italia è ancora possibile combattere ed evitare una sconfitta definitiva che peserebbe non solo su di noi, ma anche sui nostri figli. Il berlusconismo - sono d'accordo con Alberto Asor Rosa - non ha pennacchi e camicie nere ma è peggio del fascismo. Prospetta una dittatura morbida e torbida, che produce un'epidemia di corruzione morale e intellettuale. Con le nostre poche, ma tenaci forze, resistiamo e pensiamo, progettiamo la controffensiva. Anche Berlusconi finirà con lo scoppiare. Ricordiamoci il «non mollare» di chi ha fatto cadere il fascismo.

La notte della stampa

di Roberto Natale*

Queste righe sono dedicate a chi ancora pensa che il 3 ottobre sia stato esagerato ritrovarsi in tanti in piazza del Popolo a difendere la libertà dell'informazione, perché «guarda quanti giornali trovi in edicola». Un bell'esempio di rispetto del pluralismo il governo lo ha dato in questi ultimi giorni con la Finanziaria: venerdì notte ha presentato a sorpresa alla Commissione Bilancio della Camera un emendamento con il quale ha anticipato di un anno la soppressione del cosiddetto "diritto soggettivo" per i giornali di partito, cooperativi e no profit a percepire i contributi diretti dello Stato. Dall'inizio dell'anno prossimo, avranno difficoltà estreme ad approvare i bilanci e a contrattare con le banche, molte testate - all'incirca cento - dei più diversi orientamenti: l'Unità e Il Secolo, la Padania e Europa, Liberazione e Avvenire, il manifesto e il quotidiano in lingua slovena Primorski Dnevnik, solo per citarne alcune. Voci non solo di partiti (veri, esistenti), ma di gruppi sociali e di minoranze linguistiche. Tremonti aveva già provato il taglio nel 2008, ma il Parlamento lo aveva indotto a fare retromarcia. Ora è tornato all'attacco, ed in Commissione non c'è stata alcuna possibilità di modifica del testo, che arriverà blindato in aula, a partire da domani.

Incivile il metodo, al quale ben si addice la presentazione notturna e quasi furtiva dell'emendamento: nessuna forma di interlocuzione con le rappresentanze di un'area editoriale che coinvolge 2000 giornalisti e 2500 poligrafici, nessuna traccia di quel coinvolgimento vantato dal sottosegretario Bonaiuti quando si era trattato di far approvare il regolamento per l'editoria. E incivile il contenuto: si riducono i fondi per i contributi diretti (che negli ultimi 4 anni sono già scesi da 240 milioni di euro a meno di 180) in maniera indiscriminata, senza distinguere fra giornali veri e testate allergiche all'edicola. Non c'è nemmeno la possibile nobiltà del rigore, di quel rigore che tanta parte dell'editoria cooperativa, di partito, no profit chiede da tempo, stufa di vedersi accomunata a esperienze finte al limite della truffa e di sentir spirare un'aria ostile che considera spreco clientelare ogni intervento pubblico. Nel quadro di una editoria già pesantemente segnata dal calo della pubblicità e delle copie vendute, questo intervento rischia di assestare a tante esperienze il colpo di grazia. Nell'Italia dei conflitti di interesse, degli editori che hanno troppe altre attività, degli squilibri clamorosi tra risorse per la tv e per la carta stampata, non accetteremo che l'unica riforma sia lo strangolamento delle voci non allineate alla logica del nostro anomalo mercato. Aspettiamo da un anno gli Stati Generali dell'editoria che il governo aveva annunciato sull'esempio della Francia. Lì sono stati realizzati in pochi mesi; qui, dopo l'annuncio, stiamo vedendo soltanto i tagli. No, non si può proprio tollerare. Contiamo che, nelle prossime settimane, lo capiscano anche i parlamentari, chiamati a decidere se il pluralismo sia ancora un valore.

* Presidente Fnsi

Carta straccia di governo

di Matteo Bartocci

Tagli all'editoria, Giulio Tremonti ci riprova. Per il ministro dell'Economia e il governo la parola pressoché unanime del parlamento a difesa del pluralismo dell'informazione è carta straccia.

L'ultima versione della finanziaria approdata di soppiatto in commissione bilancio alla camera venerdì sera, infatti, cancella con un tratto di penna il «diritto soggettivo» ai fondi pubblici per l'editoria dal 2010. Tutto il faticoso compromesso raggiunto nell'ultimo anno e mezzo tra forze politiche, governo, giornali di partito, di idee e no profit è di nuovo azzerato per un atto di imperio del ministro dell'Economia. L'articolo 53bis della manovra cancella la certezza del contributo pubblico stabilito dalla legge del 1981 e mette a rischio la sopravvivenza di 92 testate (tra cui il manifesto), che impiegano circa 2mila giornalisti (il 18% del totale, fonte audizione del sottosegretario Bonaiuti del 19 marzo 2009 alla commissione cultura della camera) e quasi 2.500 dipendenti tra poligrafici, tecnici, impiegati amministrativi. Con un indotto di collaborazioni occasionali valutabile in altre 20mila persone. Un taglio pesante nonostante il finanziamento del 2007 (erogato alla fine del 2008) non sia impossibile per le casse pubbliche: 178 milioni di euro. Un dato, va ricordato, in netto e costante calo negli ultimi anni anche per un minimo di «pulizia» nell'erogazione dei contributi pubblici.

L'imboscata di via XX settembre non è piaciuta al Pd ma nemmeno alla maggioranza, che fino a ieri mattina aveva presentato due sub-emendamenti soppressivi (uno firmato da Silvana Comaroli della Lega, l'altro dall'ex An Marcello De Angelis del Pdl). Emendamenti che se messi ai voti avrebbero certamente battuto il governo come sempre è accaduto negli ultimi anni (dal governo D'Alema in poi) quando il parlamento si è potuto esprimere sull'argomento. Così non è stato. Dopo l'intera notte di domenica a discutere, come un sol uomo la maggioranza ieri mattina ha dovuto ritirare le sue proposte di modifica. Un «serrate i ranghi totale» su cui si è speso perfino Gianni Letta in prima persona. Il «primo ministro ombra» è dovuto intervenire direttamente nei corridoi della commissione per sedare i deputati furiosi con Tremonti, assicurando che ai «problemi» dell'editoria si metterà mano con un altro provvedimento successivo, forse con l'immancabile «milleproroghe» di fine anno. Un ordine al di scuderia al quale non è estraneo nemmeno Gianfranco Fini, almeno per la parte ex An.

Il presidente della camera infatti non ha battuto ciglio sull'ennesima forzatura scelta dal governo, che ha presentato un testo senza discussioni approvato poi in 35 minuti. L'opposizione ha abbandonato i lavori per protesta e giura di ripresentare le modifiche più significative su famiglia, Abruzzo ed editoria in aula domani. Certo però che se dovesse arrivare il voto di fiducia su finanziaria e fondi per l'editoria calerebbe il sipario finale, visto che è da escludere un intervento del senato nel finale.

Una mannaia finanziaria ma anche politica. Da un lato l'oscurità sulla cifra dei contributi del 2010 (che lo stato eroga effettivamente solo nel 2011) impedirebbe alle imprese di chiudere i bilanci dell'anno prossimo. Dall'altro «un contributo pubblico alla stampa indipendente finisce di fatto nell'arbitrio del principe», spiega Lelio Grassucci di Mediacoop, l'associazione che raccoglie gli editori no profit e in cooperativa. Il governo deciderebbe ogni anno come e quanto dare.

Lo schiaffo di Tremonti però è diretto non solo al parlamento e al mondo dell'informazione ma anche ad alcuni avversari interni al governo e al Pdl. Innanzitutto al ministro delle attività produttive Claudio Scajola, che a luglio aveva ottenuto l'aumento della Robin Tax ai petrolieri per l'editoria e l'anticipo dei fondi previsti a discapito delle Poste, un ente centrale nella tremontiana Banca del sud. E al sottosegretario Paolo Bonaiuti che è delegato all'informazione e che dopo una trattativa complessa durata un anno aveva licenziato un regolamento di riforma che sarebbe entrato in vigore nel 2011. Azzerare tutto significa riportare di nuovo il timone del finanziamento pubblico nelle mani di via XX settembre.

Pd, il sindacato dei giornalisti e i giornali interessati non ci stanno. Già domani ci sarà una conferenza stampa della Fnsi alla camera per denunciare i pericoli dell'ennesimo cambio in corsa delle regole per un settore, l'informazione, sotto attacco su tanti piani, dalle querele del presidente del consiglio contro articoli sgraditi al mai risolto conflitto di interessi a regole «di mercato» che premiano sempre gli stessi a discapito di pluralismo e indipendenza richiesti da una democrazia compiuta.

E' passato un anno è di quei promessi «stati generali dell'editoria» che dovevano riformare il settore e fare pulizia in modo condiviso e trasparente non c'è traccia. Quello di Berlusconi non è il primo governo insofferente verso i giornali scomodi

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