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Festa della Liberazione: 1945 – 2009
26 Aprile 2009
Articoli del 2009
Il 25 aprile ieri e oggi. Due generazioni a confronto: Giorgio Bocca e Michele Dalai, su la Repubblica e l’Unità del 22 e 26 aprile 2009 (m.p.g.)

La Resistenza non ha colore

Giorgio Bocca – la Repubblica, 22 aprile 2009Silvio Berlusconi, accogliendo l’invito del segretario pd Franceschini, parteciperà per la prima volta al 25 aprile. È una decisione che va giudicata positivamente perché in essa oltre che a un diritto si riconosce il dovere del presidente del Consiglio di celebrare assieme a tutti gli italiani la festa della Liberazione e i valori della Resistenza, dell’antifascismo e della Costituzione. Ma quando aggiunge che lo farà perché di questa festa non se ne appropri soltanto la sinistra il premier rivela di essere ancora lontano da una autentica maturità democratica e storica. Più fallace di lui si dimostra il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

La Russa, uno dei neofascisti sdoganati da Berlusconi, dichiara che "i partigiani rossi meritano rispetto ma non possono essere celebrati come portatori di libertà", cioè fra i fondatori della democrazia italiana. È difficile capire su cosa si basi l’affermazione di La Russa dato che il Partito comunista italiano che organizzò e diresse i partigiani rossi, meglio noti come garibaldini, fece parte e parte decisiva dell’Assemblea costituente da cui è nata la Repubblica democratica. Che i comunisti italiani abbiano scelto la democrazia invece che la dittatura potrà sembrare ai loro avversari una scelta opportunistica, obbligata dai rapporti di forza in Europa e nel mondo ma si prenda atto anche da chi avrebbe preferito un esito diverso che essa ci fu e fu per i comunisti italiani vincolante. Gli storici non hanno ancora fornito la prova di chi fu la responsabilità di questa scelta: se fu decisa da Stalin o dalla Internazionale comunista di cui l’italiano Palmiro Togliatti era un autorevole dirigente, ma l’accettazione da parte comunista della divisione del mondo in due sfere di influenza fu un dato di fatto accettato sin dagli anni della guerra di Spagna, riconfermato nell’incontro fra i vincitori della guerra contro la Germania nazista e rispettato anche dopo l’invasione sovietica dell´Ungheria.

Fosse interprete del pensiero politico di Stalin o convinto della necessità di convivere con le grandi democrazie occidentali Togliatti, arrivato in Spagna durante la guerra civile, dettò i tredici punti di una costituzione che sarebbe entrata in vigore a guerra finita di chiara impostazione democratica: autonomie regionali, rispetto della proprietà e della iniziativa privata e dei diritti civili, libertà di coscienza e di fede religiosa, assistenza alla piccola proprietà, riforma agraria per la creazione di una democrazia rurale, rispetto delle proprietà straniere non compromesse con il nazismo, ingresso della Spagna nella Società delle nazioni. Naturalmente già allora gli avversari dei comunisti dissero che era una scelta tattica in attesa della rivoluzione, ma una scelta vincolante come si dimostrò in Grecia quando i partigiani rossi di Markos e il loro tentativo di impadronirsi del potere furono abbandonati alla più dura sconfitta. Che la scelta democratica fosse valida nella Repubblica fu chiaro quando tutte le fiammate rivoluzionarie della base comunista, dall’occupazione della prefettura di Milano a quella del monte Amiata dopo l’attentato a Togliatti, furono spente dalla polizia diretta da Scelba senza reazione del partito.

Possiamo dire che le affermazioni di La Russa sull’inaffidabilità democratica dei partigiani rossi sono un processo alle intenzioni smentito dal rispetto alla Costituzione dei comunisti italiani, che al contrario dei neofascisti alla Borghese o delle trame nere, non hanno mai progettato colpi di Stato e si sono schierati con decisione contro il terrorismo delle Br. Ma c’è un’altra ragione, anche essa storica, per dissentire dalla dichiarazione di La Russa ed è quella di considerare il movimento partigiano garibaldino come un tutt’uno con il partito comunista e il partito comunista come la stessa cosa di una dittatura stalinista. Procedere per generalizzazioni arbitrarie è un cattivo modo di fare la storia e anche la politica. Chi ha conosciuto il movimento partigiano nella sua improvvisazione e varietà estrema sa bene che diventare un partigiano rosso non era sempre una scelta politica, ideologica, che si andava nelle brigate Garibaldi per molte ragioni non politiche, perché erano fra le prime formatesi o le più vicine, le prime che si incontravano fuggendo dalle città occupate dai nazifascisti magari per raggiungere dei conoscenti, degli amici. Si pensi solo al comando garibaldino piemontese, che si forma in valle Po con gli ufficiali di cavalleria della scuola di Pinerolo che seguono Napoleone Colajanni, nome partigiano Barbato, perché loro amico non perché comunista, o gli altri che in Val Sesia vanno con Cino Moscatelli perché è uno della valle come loro non perché è comunista.

Così come noi delle bande di Giustizia e Libertà nel Cuneese che non avevamo mai sentito parlare del partito di azione e del suo riformismo liberal-socialista, ma che eravamo compagni di alpinismo di Duccio Galimberti o Detto Dalmastro. Nella guerra partigiana prima veniva la sopravvivenza, la ricerca delle armi e del cibo, poi sul finire arrivò anche la politica, ma le ragioni di lealtà e di amicizia restarono dominanti per cui egregio ministro La Russa mi creda ma per uno che è stato partigiano le differenze di cui parla non ci sono state. Per venti mesi, per tutti, la ragione di combattere era la libertà.

Io, la generazione dell’odio che ha dimenticato di vigliare sul fascismo

Michele Dalai – l’Unità, 26 aprile 2009

Mercoledì mattina mi sono svegliato e non ho trovato l’invasor. Niente di tutto ciò, nessun tedesco in divisa sul mio zerbino, solo un giornale, La Repubblica. In prima pagina una firma pesante, una di quelle che quando forano il muro dei dispacci dal fronte Nuova Resistenza e di quella che Aldo Nove chiama fantascienza grigia lo fanno per buoni, ottimi motivi. Giorgio Bocca e il 25 aprile si frequentano da più di cinquant’anni.

Mercoledì mattina mi sono svegliato e mi sono svegliato. Giorgio Bocca ha quasi 90 anni e dai tempi della Val Grana e del comando della Decima Divisione Giustizia e Libertà ne sono passati ben più di 60, ma la forza e la grazia con cui ha dosato le parole, ricostruito il contesto e rifiutato qualsiasi ri-lettura della Resistenza sono sempre le stesse, sono forse ancora migliori di quelle di altre celebrazioni, di anni più lontani in cui il valore dell’antifascismo non è mai stato discusso non è mai stato minato da distinguo e distinguisti dell’ultima ora. Io sono nato in quegli anni, la mia generazione è cresciuta in quegli anni. Abbiamo respirato l’aria viziatissima dell’odio e siamo diventati piccoli e inevitabili reduci. Poi, all’improvviso, qualcuno ha deciso che non avremmo dovuto ripetere gli errori dei padri e dei fratelli maggiori e invece di una chiara presa di coscienza degli orrori ideologici ci è stata propinata una folle anestesia dei valori. Basta con il conflitto sociale, basta con le ideologie, basta con questo gioco sanguinoso della guerra civile e degli opposti estremismi. Via col disimpegno.

Giorgio Bocca ha 90 anni e ha commesso tutti gli sbagli che una vita così lunga e piena di passione mette sulla strada di un uomo forte, ha combattuto e conosciuto bene il suo nemico. È stato il suo nemico. Giorgio Bocca è un antifascista perché ha visto e frequentato da molto vicino il fascismo. Io no, noi no. Lo abbiamo sempre considerato alla stregua di altri autoritarismi e per questo respinto senza troppa convinzione.

La mia generazione si è addormentata e ha preferito demandare il valore dell’antifascismo ai militanti, ai comunisti, allo strenuo lavoro di sensibilizzazione dell’A.N.P.I. e al supporto incondizionato dei centri sociali, confondendo uno dei cardini su cui la Repubblica è nata e si è consolidata con una specie di volontariato militante. Abbiamo pensato che almeno noi non dovessimo dedicarci più a vigilare sul funzionamento democratico della Repubblica e sul rischio di infiltrazioni fasciste e tentativi di ricostruzione del peggior male possibile.

Abbiamo sbagliato.

Essere democratici non basta, non è sufficiente in questo caso, abbiamo omesso uno dei doveri fondamentali, uno di quelli che garantiscono i diritti. Perché vedere uno come Borghezio che ha rivestito ruoli di responsabilità istituzionale mentre partecipava ad adunate fasciste, in cui chiedeva a gran voce di infiltrare le amministrazioni locali e faceva clamorosa ed evidente apologia del fascismo significa che noi, che io, ho dormito. Che abbiamo dormito in tanti, dando per scontato che il Male sia obiettivamente un male e che tutti dispongano di un apparato critico in grado di decodificarlo. Abbiamo permesso che il Sindaco della più importante città del Nord la consegnasse a una impensabile manifestazione xenofoba e filonazista con la grande giustificazione della libertà di espressione. Abbiamo sperato che tanto i cittadini avrebbero capito anche da soli che quelle bandiere nere, i saluti romani e le celtiche fossero lugubri e sbagliate.

Bisogna ricominciare a raccontarsi che erano tutti ragazzi ma non erano tutti bravi ragazzi e che non lottavano tutti per degli ideali, perché la violenza, il razzismo, la sopraffazione e la guerra nazista non sono e non possono diventare ideali. Perché la patria è bella in quanto somma di persone e di comunità e non solo in quanto luogo fisico non ancora completamente cementificato. Abbiamo dormito ma è tempo che tutti raccolgano quel testimone e non lascino che l’antifascismo diventi un tema di militanza ma torni a essere un valore indiscutibile, non scomponibile e adattabile alle bestialità pre e post elettorali. Abbiamo dormito, ma svegliarsi senza che l’invasor abbia (ancora), vinto è un sollievo. Ora è tempo di raccogliere i testimone, di ringraziare quel meraviglioso e collerico giornalista e garantirgli che quella fermezza, quella lucidità saremo in grado di farle nostre e di trasformarle in una certezza granitica. Una di quelle su cui non si fanno concessioni, tantomeno il 25 aprile.

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