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Francesco Merlo
Fenomenologia dei Villari
17 Novembre 2008
Articoli del 2008
Si possono condividere o meno le proposte sulle candidature, ma “i Villari” sono proprio così. La Repubblica, 17 novembre 2008

È difficile entusiasmarsi per Leoluca Orlando o per Riccardo Villari, scegliere tra un democristiano resuscitato e una mummia democristiana, e magari pensare che la sinistra sia incarnata dall’uno o dall’altro o da tutti e due. Di sicuro Villari, che è stato eletto dai troiani a capo degli achei ma non si vuole dimettere, è un altro capolavoro berlusconiano, un capolavoro di mediocrità italiana. Tutti capiscono infatti che Villari non si dimette perché è un topo che da tutta la vita aspetta il suo pezzo di formaggio. E dunque, adesso, non gli importa nulla che a dargli il formaggio sia stato il gatto, che del topo è l’antagonista.

Eppure, diciamo la verità, non solo Villari non è antipatico, ma non riesce neppure a indisporre e a irritare. Non è in grado di suscitare sentimenti di alcun genere, tanto è fradiciamente democristiana, anche nella metodologia, tutta la vicenda dell’elezione del presidente della commissione di Vigilanza della Rai. C’è infatti Di Pietro che zompa sulla debolezza di Veltroni e ci sguazza. C’è Berlusconi che ha i ‘mezzi’ per governare ben altri trasformismi senza pudori astuti e senza finti candori. E c’è l’intero centrosinistra che, ancora un volta, non riesce a dare segnali di vero rinnovamento, non sa neppure indicare un uomo, una figura per la quale valga la pena di battersi, per la quale sia un po’ più facile mobilitarsi, vuoi per i titoli specifici su Rai informazione e giornalismo, come nel caso per esempio di Sergio Zavoli, Furio Colombo o Giuseppe Giulietti; o vuoi per virtù di garanzia di vigilanza giuridica o culturale: dal costituzionalista Salvatore Vassallo all’ex magistrato Gerardo D’Ambrosio, dal demografo Massimo Livi Bacci allo scrittore Gianrico Carofiglio?.

Sono tanti i nomi altrettanto antiberlusconiani di Orlando ma per i quali potrebbe avere senso accendersi e dinanzi ai quali potrebbero sentirsi inadeguati anche gli Arlecchino servitori di due padroni, com’è il carneade Villari.

Per il resto, l’epatologo Villari non fa neppure sorridere quando si appella al senso dello Stato e vuole essere ricevuto dal presidente della Repubblica e da quelli delle Camere. Non gli pare vero di sentirsi parte dell’Accademia Italiana dei Saggi e degli Equilibrati. E’ anche lui un garante, un arbitro, un’authority e diceva il saggio Senofane: «Occorre un saggio per riconoscere un saggio».

E in fondo Villari non ha ancora tradito e nessuno può accusarlo fino a quando non sarà consumato l’evento. Mastella diceva: «Mando Villari che è un politico avvolgente». E a Mastella Villari diceva: «Manda me che sono sinuoso». Ebbene, anche in questa ambiguità Villari incarna un’eterna maschera italiana, quella del colpevole al quale non si può rimproverare nulla.

Il caso Villari è più vecchio della stessa Dc meridionale, e Villari non riuscirebbe a sorprenderci neppure se volesse. Democristiano di buona famiglia è ovviamente orgoglioso di inscenare, sia pure nel suo piccolo, la commedia dei due forni e delle convergenze parallele. La sua utopia politica è la moglie ubriaca e la botte piena. Lo fa impazzire di gioia l’idea di diventare l’ago della bilancia, il Centro per eccellenza.

Comunque vada a finire, sa che in futuro, tranquillo e rispettabile borghese, ispirerà una certa soggezione quando, nella sua Capri, attraverserà la strada senza ostacolo per scomparire presto dalla vista: «Quello lì un giorno è stato presidente?».

Anche fisicamente Villari rimanda a una politica fatta in casa, autentica e ruspante, che facilmente risveglia i vecchi pregiudizi dei Vicerè: «Piccoli uomini che si sentono più astuti che prudenti, litigiosi, adulatori, timidi quando trattano i propri affari ma d’incredibile temererarietà quando maneggiano la cosa pubblica e allora agiscono in tutt’altro modo: diventano avidissimi mangiatori?.». E ribaltano da sempre, prima ancora che l’Italia inventasse il trasformismo. Nel mondo dei Villari i cristiani passavano all’Islam in cambio di un lavoro nelle navi pirata e gli ebrei diventavano cattolici solo per il piacere di inquisire gli ex compagni di fede. Insomma nella terra dei convertiti e dei pentiti la mediocrissima spregiudicatezza di questo vanitoso allievo di Mastella e di De Mita non scandalizza davvero nessuno. E il finale è ancora apertissimo. Villari può esercitarsi nel finto tradimento, nel bitradimento e nel tradimento del tradimento. La presidenza della commissione di Vigilanza non sarà granché ma pur sempre di potere si tratta, ed è terribile doverlo abbandonare in questo modo: è come morire di sete accanto alla fontana.

Povero Villari e più povera ancora la sinistra. Chi avrebbe mai immaginato che oltre Amendola e Pajetta, Ingrao e Berlinguer, si sarebbe divisa tra villariani e orlandiani? E meno male che Villari ha dichiarato di confortarsi con il suo consigliere spirituale. Proprio come donna Lola che, lasciato compare Alfio (Veltroni) per compare Turiddu (Berlusconi), annuncia: «Domenica voglio andare a confessarmi perché ho sognato dell’uva nera».

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