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Roberto Petrini
Falso in bilancio e bancarotta pressing contro il colpo di spugna
16 Luglio 2009
Articoli del 2009
Oltre alla sostanza, la forma della reazione di Tremonti alle domande del giornalista di Bloomburg ci dà la misura dell’abisso nel quale hanno precipitato l’Italia. La Repubblica, 16 luglio 2009. Vedi link in calce

ROMA - Da Totò Riina al vaudeville. Dalla lotta alle felpate banche svizzere agli insulti. Ai testi che entrano da una quinta e escono dall’altra, al giallo. Durante la gestazione del contrastato scudo fiscale-ter, il terzo che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è costretto a varare, si è sentito di tutto. Dalla ribellione di Di Pietro e del Pd, al nervosismo di Tremonti in conferenza stampa. Fino alle correzioni a penna e agli emendamenti scritti all’ultimo momento per evitare rampogne dalla Ue o altro ancora.

La misura ha una storia irta di polemiche e contrasti. Nei precedenti condoni del 2001-2003, che costavano il 2,5% (poi salito al 4) lo scudo, cioè una sorta di patente da opporre alla Guardia di Finanza per evitare accertamenti, passò come una misura giustificata dal passaggio dalla lira all’euro. Stavolta invece l’idea portante (almeno sulla carta) era quella di recuperare denaro per l’Abruzzo. Un meccanismo sofisticato: con una aliquota scontata avrebbe consentito agli evasori italiani di far rientrare i capitali, vincolarli per dieci anni in Bot, e soprattutto mettersi al riparo da indagini per molti reati, a partire dal falso in bilancio e dalla bancarotta.

Questa versione, anticipata nei giorni scorsi da Repubblica, ma circolata su molti tavoli, era troppo «hard» per sopravvivere. Il ministro dell’Economia non ne ha mai accettato la paternità, e ieri in conferenza stampa ha continuato a parlare di testi «apocrifi». Ma è stata sufficiente a svelare le intenzioni dell’esecutivo: un colpo di spugna generalizzato che ha portato Di Pietro a dire che piuttosto che varare lo scudo era meglio affidare lo Stato a «Totò Riina». Anche in settori della maggioranza, un simile testo era ritenuto impresentabile, soprattutto se affidato alla via parlamentare senza che il governo se ne assumesse la responsabilità, almeno attraverso i relatori. Anche Bruxelles ha trovato qualcosa da ridire sulla destinazione pro-Abruzzo e sull’aliquota speciale.

Così ieri è arrivato il primo emendamento ufficiale al decreto anticrisi. Scarno, confuso, già in odore di retromarcia rispetto alle precedenti versioni, ma ancora non chiaro sui reati esclusi dal colpo di spugna, a partire dal falso in bilancio e dalla bancarotta. In conferenza stampa, in un clima di tensione con i giornalisti, Tremonti diceva di non conoscere il testo, ma poi trascinato dalla polemica, entrava nel merito e lo difendeva. Salvo prendersela con un giornalista di Bloomberg (già insultato da Berlusconi in passato per la domanda sull’"abbronzatura" di Obama) che insisteva nel chiedere se Tremonti non vedesse una contraddizione tra la proposta di nuove regole mondiali per la finanza e il condono per i capitali esteri. «Che testa di cazzo», ha commentato il ministro parlando con Calderoli, che ha tentato di non annuire.

Ma mentre questa scena si consumava in sala stampa di Palazzo Chigi e le opposizioni tuonavano allo scandalo e insorgevano contro l’emendamento affidato agli ignari Moroni e Fugatti, già si preparava una nuova marcia indietro. Non passava molto tempo che scendeva in campo Marco Milanese, consigliere politico di Tremonti: «Arriva una nuova versione», annunciava. Le fessure per far passare il colpo di spugna sul falso in bilancio e bancarotta venivano chiuse: ai due relatori veniva affidato un nuovo emendamento che escludesse sanatorie per tutti i reati. Oltre alla "mafia" e alla "alienazione e acquisto di schiavi", entravano così nella lista dei reati non coperti anche il falso in bilancio e la bancarotta. Restava e resta aperta ancora una questione: nella norma si dice che le dichiarazioni "scudate" non possono essere usate come prova a «sfavore del contribuente» anche in sede giudiziaria. Un linguaggio criptico che potrebbe riaprire la porta a colpi di spugna. Per ora tuttavia il pericolo dello scudo versione «horror» sembra evitato. «C’avete provato», commenta Donatella Ferranti del Pd. E Stefano Fassina, anch’egli Pd, parla di «retromarcia». Il cammino parlamentare è tuttavia ancora lungo e visti i cambiamenti di rotta così repentini non è escluso che arrivino altre novità.

Qui il link alla registrazione audiovisiva della domanda del giornalista di Bloomberg, Steve Scherer, e dell’incredibile risposta del ministro Tremonti. Da YouTube

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