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Fabrizio Bottini
Expo: un’occasione, certo. Ma per fare cosa?
11 Aprile 2008
Alla fine l'area milanese ha ottenuto l'Expo 2015: se lo merita, il ruolo di capitale mondiale dell'alimentazione, e del relativo equilibrio del territorio? Il dubbio è lecito

Come ci ripetono i suoi più decisi sostenitori, il progetto dell’esposizione universale che coinvolge la regione padana centrale che fa capo a Milano si è imposto per la forza delle sue idee. Che riassumendo riguardano:

Qualità e certezza dell’alimentazione, cibo sano e acqua potabile;

Eliminare fame, sete, malnutrizione che colpiscono oggi 850 milioni di persone

Prevenire le nuove malattie sociali, obesità, patologie cardiovascolari, tumori;

Innovare la filiera alimentare, le caratteristiche nutritive, conservazione e distribuzione;

Favorire nuovi stili di vita;

Valorizzare la conoscenza delle “tradizioni alimentari”.

Salta immediatamente all’occhio, la quasi totale corrispondenza di questi temi con il dibattito che, non certo solo negli ultimi anni, attraversa le discipline territoriali, in particolare – ma non solo - quello relativo al contenimento del consumo di suolo e sulla critica al modello dell’insediamento diffuso o sprawl.

Qualità e certezza dell’alimentazione e dell’acqua rinviano a una ampia disponibilità di spazi, risorse, superfici, ad una loro localizzazione strategica rispetto agli insediamenti serviti. Il tema della malnutrizione richiama immediatamente la dicotomia megalopoli- slum globale e abbandono delle campagne nei paesi in via di sviluppo, per non parlare delle recentissime accese discussioni sulla conversione di superfici a biocarburanti. La salute degli abitanti è ormai argomento corrente negli studi su pianificazione e progettazione fisica degli insediamenti, dopo la serie di studi che dal Nord America all’Europa mettono in diretta relazione forma urbana e alcune patologie diffuse. La filiera alimentare evoca il tema della distribuzione, sia nei suoi aspetti di scala più vasta (le grandi reti di trasporto, i tempi, i costi ambientali), sia la dimensione regionale-locale del commercio, dalla sua attuale dipendenza dal trasporto stradale (le merci, la mobilità degli utenti) e dal modello ubiquo e assai discusso dello shopping mall.

Infine, stili di vita e tradizioni alimentari non possono che evocare il fenomeno, che si spera vada ben oltre la moda, del “movimento per la dieta delle cento miglia”, così strettamente legato ai rapporti sociali e territoriali fra città e campagna, al recupero in senso moderno e innovativo di un rapporto diretto col mondo agricolo, al relativo contrasto dell’espansione e sviluppo secondo il modello di sprawl a macchia d’olio.

Tutte queste idee, che hanno determinato il successo dell’opzione centro-padana per l’Expo, sono ad esempio ben rappresentate anche nella composizione del comitato scientifico: basta pensare a Carlo Petrini, che non da ieri attraverso Slow Food promuove un coerente approccio al territorio e all’ambiente, o a Claudia Sorlini, il cui curriculum di ricerca tocca anche importanti studi sul rapporto fra società e insediamenti.

E non mancano nemmeno, nel dibattito recente e in corso, diffusi e importanti contributi sui temi territoriali e ambientali evocati dall’esposizione: dalle ricerche sui rapporti fra urbanizzazione e agricoltura nell’area vasta, a quelle sul consumo di suolo e introduzione di meccanismi anche normativi in grado di contenerlo al massimo, infine ai temi affrontati dalla pianificazione di coordinamento, con la grande attenzione alla continuità e tutela dei corridoi ecologici e dei sistemi ambientali a scala metropolitana.

Fin qui, gli aspetti positivi, evidentemente quelli che hanno determinato il successo del progetto, e che favoriranno un grande afflusso di risorse in grado, come si afferma, di “rilanciare Milano”.

Resta però più di una perplessità, pur senza negare l’evidenza di quanto riassunto sopra: quale sarà in effetti l’orientamento di questo “rilancio”? La storia recente non propone ottimi esempi da questo punto di vista. Gli eventi speciali, come i Mondiali di calcio o il Giubileo, anche senza guardare a contraddizioni o distorsioni (certo quasi inevitabili viste le dimensioni degli interessi mobilitati) si sono caratterizzati prima, durante e dopo, come occasioni perse sul versante di una trasformazione virtuosa e complessiva delle città e delle infrastrutture. Le procedure speciali attivate per queste occasioni hanno funzionato solo per accelerare interventi isolati e puntuali, spesso discutibili nel metodo e nel merito, senza configurarsi – come invece accaduto in altri contesti europei e non – come attuazione di un disegno globale, nel quale l’occasione si inserisce organicamente in quanto tale.

Sempre per non parlare appunto del fatto che, come ha osservato Luigi Scano, storicamente questo genere di eventi nel nostro paese “ viene cupidamente visto come una nuova occasione per riproporre un vecchio e adusato gioco: prendere le mosse da una circostanza "straordinaria" per attivare ingenti investimenti, totalmente o prevalentemente pubblici, essenzialmente nel comparto delle opere edificatorie, assumendo l'urgenza e la ristrettezza dei tempi disponibili, l'assenza di coerenti e funzionali previsioni sedimentate negli strumenti di pianificazione e di programmazione, e anche la farraginosità (presunta, e anche reale) delle ordinarie disposizioni di merito, le carenze dei sistemi decisionali politici e delle amministrazioni, come ragioni per sospendere l'efficacia del maggior numero possibile di regole” (*).

A Milano e nella sua regione urbana, anche le ultime evoluzioni in termini di dibattito sul futuro del territorio sembrano andare in una direzione diametralmente opposta: sia dal punto di vista del coordinamento di area vasta, sia nel merito specifico dei temi sollevati dall’Expo.

Basta pensare al recente scontro, ancora non risolto, sul ruolo dei parchi nel sistema insediativo regionale. Dove le stesse istituzioni che hanno promosso e sostenuto il grande progetto dell’Esposizione, si sono fatte esplicitamente portatrici di un’idea quantomeno contraddittoria. Nell’ordine: il comune di Milano che considera la greenbelt agricola metropolitana una interferenza nei propri programmi di espansione urbanistica, anziché un indispensabile polmone per un sistema insediativi fra i più congestionati d’Europa; la Provincia, che recentemente (e proprio in relazione anche se indiretta con l’Expo) con una discutibile procedura ha avallato “in via eccezionale” proprio uno dei grandi progetti di espansione del comune capoluogo in area agricola, realizzando forse i presupposti per nuove pressioni in questo senso; infine la Regione, che con una proposta modifica alla legge sul territorio voleva e forse ancora vuole estendere a tutti i comuni la possibilità di modificare i confini di un parco a vantaggio dell’espansione urbana, anche quando l’ente parco si oppone. Oppure, a dimensione più vasta, ma non meno direttamente connessa alle medesime tematiche, il recente emergere della contraddizione fra la grande crisi dell’ hub aeroportuale di Malpensa, e il parallelo moltiplicarsi di scali locali (e relative infrastrutture e insediamenti di servizio) in territori che competono l’uno con l’altro, e in assenza di una seria programmazione attenta, ancora, al contenimento dei consumi di suolo, alla tutela delle risorse naturali, al mantenimento delle reti ecologiche e dei grandi sistemi agricoli padani.

Tutto questo, anche indipendentemente dalle scelte di merito, entro un contesto culturale e politico che da molti anni appare interpretare spesso (se non sistematicamente) l’interesse generale come somma di interessi particolari, e coerentemente a questo approccio il piano come somma di progetti, come dimostrano le vicende recenti e meno recenti di enormi trasformazioni urbanistiche, che hanno sconvolto e radicalmente trasformato l’assetto della città centrale e dell’intera area metropolitana (ultimo, il “recupero” degli spazi della Fiera coi discutibili e molto discussi grattacieli) sulla base di puri interessi privati, e in assenza di una cornice generale, vista la mancanza di un piano regolatore cittadino aggiornato.

Guardando gli schizzi dell’insediamento dell’Expo 2015 pubblicati in questi giorni sui quotidiani, possono anche tornare alla mente le diversissime, ma in fondo analoghe, immagini in bianco e nero di un’altra esposizione mondiale, quella di New York di fine anni ’30, dove la General Motors organizzò il padiglione di maggior successo, intitolato Futurama.

Nelle immagini, plastici, nel percorso “a giostra” proposto ai milioni di visitatori che si precipitarono quell’anno alla fiera, le immagini del futuro: autostrade, torri scintillanti, villette con lo steccato bianco, centri commerciali, e naturalmente tante automobili di tanti modelli diversi a fare da collante al tutto. All’alba del XXI secolo, sappiamo quali sono stati gli sviluppi di quel Futurama, al punto che si moltiplicano non solo le critiche al modello insediativo-ambientale diffuso e ad alto consumo energetico dello sprawl suburbano (ormai esportato ovunque) che quelle immagini deliberatamente auspicavano, ma anche a livello legislativo in tutto il mondo aumentano i tentativi di disincentivare quel “sogno”.

Le idee che hanno determinato la scelta di Milano, sembrano andare proprio in questa direzione: riusciranno davvero ad affermarsi nelle pratiche, oppure resteranno affermazioni di principio? La sfida, per l’ambiente e il territorio, è naturalmente ancora aperta, ma resta tutto da vedere in che modo si schiereranno i protagonisti. Come si dice, la speranza è l’ultima a morire.

Nota: un'opinione positiva e propositiva sull'Expo è anche quella sostenuta, da sinistra, da Antonello Boatti in un articolo pubblicato da il manifesto; del tutto opposti nelle prospettive i timori per una "sciagura da evitare", del Comitato No Expo. Per chi volesse infine vedere qualcosa di più del citato padiglione Futurama dell'esposizione 1939-40 a New York, disponibile su YouTube un interessantissimo filmato promozionale d'epoca in due parti (f.b.)FUTURAMA 1FUTURAMA 2

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