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Expo 2015: il cupo tracollo di una classe dirigente
25 Giugno 2010
Milano
In alcuni articoli da la Repubblica e dal Corriere della Sera ed. Milano, 25 giugno 2010, la rassegna delle vergogne, inefficienze e interessi particolari (f.b.)

la Repubblica

Stanca lascia, per l’Expo incubo fallimento

di Alessia Gallione



MILANO - Expo prova a voltare pagina. E, dopo 27 mesi dalla vittoria di Parigi che decretò il trionfo di Milano sulla città turca Smirne, tenta di uscire dalla pericolosa paralisi. Ma nel giorno delle dimissioni dell’amministratore delegato Lucio Stanca, l’uomo voluto da Silvio Berlusconi alla guida dell’evento che abbandona l’incarico dopo un anno di polemiche e scontri all’interno del centrodestra, torna l’allarme sui finanziamenti che dovranno mettere le gambe al progetto del 2015. Perché il problema rimane sempre lo stesso: la mancanza di certezza sui fondi. Una preoccupazione espressa anche dal consiglio di amministrazione della società di gestione, che ha rimandato la discussione sui tagli al budget del 2010: impossibile fare previsioni senza sicurezze per il futuro. E, soprattutto, con un articolo della manovra che riduce all’osso la capacità di spesa della spa. Ecco la presidente Diana Bracco: «Ci preoccupa il drastico contenimento dei costi che ci viene dalla manovra finanziaria». Per la fine di luglio è stata convocata un’assemblea che dovrà chiedere ai soci - se necessario - un’altra ricapitalizzazione. Ma adesso la grande paura di trovarsi di fronte a un fallimento si sta facendo concreta. Nessuno lo dice apertamente, ma tanti iniziano a temere che su Expo possa davvero calare il sipario.

È di nuovo bufera ai vertici. Un secondo divorzio che per Paolo Glisenti, il braccio destro del sindaco-commissario Letizia Moratti che fu costretto all’addio un anno fa, non sarà l’ultimo: «La situazione è ingestibile. Succederà ancora», dice. E il Pd parte all’attacco: «Il centrodestra sta dando uno spettacolo vergognoso che riguarda tutto il Paese - dicono la presidente del gruppo Anna Finocchiaro e i senatori Marilena Adamo e Luigi Vimercati - Tremonti riferisca in Senato prima dell’esame della manovra: il governo vuole ancora realizzare Expo? Ci sono i soldi promessi per le opere necessarie?».

Quando fu nominato il 9 aprile di un anno, sembrava che le guerre all’interno di Expo fossero finite e, dopo mesi di stallo, potesse partire la fase di realizzazione. Eppure anche Lucio Stanca, da manager «con ampie autonomie gestionali» si è ritrovato all’angolo. Quattordici mesi di liti e un rapporto sempre più difficile con lo stesso centrodestra che lo ha lasciato solo spingendolo all’addio. Stretto tra la crisi, gli scontri sempre più accesi all’interno della maggioranza e le polemiche sul suo doppio incarico (e doppio stipendio) come parlamentare e ad, alla fine ha lasciato. Le sue dimissioni - anche da consigliere - sono arrivare ieri mattina, prima che iniziasse il cda a cui non ha preso parte. Quattro pagine per ripercorrere i traguardi raggiungi - il dossier di registrazione al Bie di Parigi - e i motivi dell’addio. Dalle contestazioni arrivate dalla presidente Bracco e lette come «un’improvvisa e infondata contestazione del mio operato» fino all’articolo 54 della manovra con cui di fatto il governo lo ha commissariato: «In un contesto - dice - in cui recenti provvedimenti hanno limitato sostanzialmente i miei poteri e dall’altro lato rimangono insolute alcune questioni di fondo».

A spiegare il cambio è la Moratti, che ringrazia Stanca: «Ora si conclude una fase e se ne apre una nuova, più operativa». Per il post-Stanca ci si affida a un manager come Giuseppe Sala, il direttore generale del Comune. È lui l’amministratore delegato in pectore, anche se bisognerà aspettare almeno il prossimo cda convocato per il 20 luglio per sciogliere le riserve. Un mese che servirà a Sala anche per avere quelle rassicurazioni sulla solidità finanziaria necessarie per accettare l’incarico. Perché chiunque si troverà alla guida della macchina del 2015 si troverà ad affrontare anche una serie di nodi difficili da sciogliere.

Il budget complessivo era già stato ridotto di un miliardo (da 4 a 3) e anche i fondi stanziati dal governo rimangono bloccati: oltre 40 milioni di euro solo per i primi due anni di vita della spa. È già partito un piano di tagli che prevede anche licenziamenti del personale, ma a preoccupare è la manovra che limita al 4 per cento le spese per la società. «Poco», lo giudica Diana Bracco, che chiede di aumentarlo almeno al 7%. Prima di novembre, poi, Milano dovrà presentarsi al Bie per la registrazione ufficiale e, prima di allora, le aree di Rho-Pero dove sorgeranno i padiglioni dovranno essere acquisite. Ma quel milione di metri quadrati rimane di proprietà di Fondazione Fiera e Gruppo Cabassi. Regione Lombardia, Comune e Provincia dovrebbero acquistarli, ma la strada è ancora lunga. E le casse degli enti locali sempre più vuote.

E Prodi accusa: "Ora solo veleni dal trionfo su Smirne al disastro"

di Marco Marozzi

BOLOGNA - «Che figuraccia. Mamma mia, che disastro». Romano Prodi commenta il «disastro» dell’Expo di Milano subito dopo aver assistito al disastro della Nazionale di calcio. Le parole valgono doppio. «Che tristezza» dice il Professore nel suo studio di via Santo Stefano, nel cuore di Bologna, dove sta preparando le sue lezioni per l’università di Shanghai. Corso estivo, si parte domenica per la Cina.

Un altro clima lo attende. Da un Expo terremotato a Milano, a un Expo super decollato a Shangai. Eppure in Cina l’Italia ha mandato all’inaugurazione «solo» il ministro Stefania Prestigiacomo e a maggio a Roma all’insediamento del nuovo ambasciatore cinese, Ding Wei, non c’erano le cariche istituzionali italiane. «Ho sempre pensato che la Cina sarebbe stato presto una protagonista della politica e dell’economia mondiale. Questo mi è stato regolarmente rimproverato dagli attuali governanti. Quindi non mi stupisco rispetto a due episodi che rappresentano la continuazione di una linea passata e che riflettono la scarsa comprensione che essi hanno del ruolo della Cina nel mondo. Secondo una recente indagine della Bcc, l’Italia è tra i paesi occidentali quello che ha la percezione peggiore nei confronti della Cina».

Prodi parla di Cina per parlare di Italia. Di una «scarsa comprensione» che si risolve in un «disastro». E’ lontanissimo quel 31 marzo 2008 in cui Milano batté Smirne a Parigi 86 a 65. L’Expo 2015 sarebbe stato nella capitale lombarda, il sindaco Letizia Moratti si sperticò in lodi per Prodi, premier sconfitto e dimissionario che però fra i suoi ultimi atti si impegnò a fondo per l’Expo a Milano. Poi? «Attorno all’Expo è andata in scena una lite continua fra strutture di potere» ripete da tempo l’ex presidente del Consiglio. L’indice è puntato su tutti: Moratti, Formigoni, Lega, Pdl, liti «su tutto» nel governo.

«Milano - ricorda l’ex premier - la spuntò su Smirne grazie a un grande gioco di squadra del sistema-Italia che poi è saltato». Letizia Moratti un anno dopo la vittoria, sempre a Parigi, annunciò che Prodi, D’Alema, Al Gore, altri grandi nomi sarebbero stati nel Comitato d’onore dell’Expo. Con la benedizione di Berlusconi. «Veramente, pensavo di esserci già da almeno un anno, dal 2008» ride Prodi. «Invece dopo la vittoria non ho avuto più avuto notizie né alcun aggiornamento sui lavori».

«La questione non è mai stata il comitato d’onore, ma un percorso condiviso che consentisse di portare in porto un evento di tale portata» è il commento di Prodi. «Gli unici aggiornamenti sull’Expo di Milano li ho avuti recandomi all’estero per il mio lavoro. E non mi hanno fatto per niente piacere. Molti di quelli che a Parigi ci avevano dato il voto, mi chiedevano preoccupati che cosa stesse succedendo, come mai la macchina non si fosse ancora messa in moto. Verso di loro, io ed altri del mio governo ci eravamo spesi in prima persona». E i turchi? «Lasciamo perdere i loro commenti».

E adesso cosa si augura? «L’Expo riguarda l’interesse nazionale. Per questo, il mio augurio è che si raggiunga un’intesa. Non solo sugli aspetti immobiliari. Sui contenuti».

Il Corriere della Sera ed. Milano

L’addio di Stanca: «Mancata la fiducia»

di Elisabetta Soglio

Lucio Stanca non è più amministratore delegato di Expo e il Comune ha avviato le procedure per il bando che sostituirà il rappresentante del Comune nel cda. L’ad se ne va accusando la Bracco di aver leso la sua immagine e di aver sempre condiviso le scelte fatte nei 14 mesi precedenti. La Bracco non risponde, ma ammette il timore per i conti: «Ci preoccupa il drastico contenimento dei costi inserito nella manovra». In corsa per il dopo-Stanca resta il dg del Comune, Giuseppe Sala, che però ha posto condizioni ai soci e non si è ancora confrontato con i rappresentanti del Tesoro. Il dopo-Stanca è già cominciato. Il Comune ha avviato ieri le procedure per indire il bando, che ufficialmente dovrebbe essere aperto all’inizio della prossima settimana, per nominare il proprio rappresentante nel consiglio di amministrazione di Expo al posto di Lucio Stanca.

L’amministratore delegato uscente di Expo, infatti, non si è presentato ieri alla riunione del cda, facendo recapitare alla presidente Bracco una lettera di quattro pagine in cui ha motivato le sue «irrevocabili dimissioni» accolte dal consiglio di amministrazione. Dimissioni accolte dal cda: Stanca ha però incassato il plauso del presidente Roberto Formigoni, («Un gesto di grande dignità»), del sindaco Letizia Moratti («Ringraziamo Stanca per il lavoro importante che ha fatto. Ora si conclude una fase, se ne apre una nuova, una fase più operativa»), del presidente della Provincia, Guido Podestà («A lui il grazie mio personale per il significativo e determinante impegno profuso nei 14 mesi di attività per Expo»).

Come prevede lo statuto, i poteri vengono così trasferiti allo stesso cda, in attesa che la governance venga definita. La presidente Diana Bracco, che ha scelto di stare lontana dalla polemica con Stanca, ha garantito che «entro l’estate» il cda verrà completato. L’ipotesi che continua a circolare, e che era stata discussa anche dai vertici del Pdl milanese e lombardo, è quella di nominare un direttore generale cui delegare tutti i poteri dell’ad e di scegliere un manager. Il nome che circola è quello dell’attuale dg del Comune, Giuseppe Sala, che però ha già chiarito ai soci pubblici che lo hanno interpellato le sue condizioni, di autonomia e possibilità di manovra. Amonte, però, non risulta che Sala abbia ancora avuto un contatto con il rappresentante più importante della società che gestisce Expo, cioè il governo: e pare che questo passaggio sia imprescindibile anche in vista di una eventuale accettazione dell’incarico.

Al sindaco Letizia Moratti si aprirà poi il problema della successione di sala in una fase decisamente delicata visto che la campagna elettorale è di fatto cominciata e bisogna tirare le somme del lavoro svolto in questa legislatura. Proprio per evitare scossoni, il sindaco potrebbe decidere di affidarsi a uno dei due attuali vice di Sala, l’ingegner Antonio Acerbo che lavora in Comune fin dai tempi della giunta Albertini e che, tra l’altro, aveva gestito con il vicesindaco la ristrutturazione della Scala.

Torniamo ad Expo. La presidente Bracco ha ammesso al termine di cinque ore di cda la «grande preoccupazione per le implicazioni della manovra finanziaria che ha un articolo, il 54, dedicato all'Expo e ci preoccupa il drastico contenimento dei costi». C’è poi il problema del 4 per cento imposto dal governo come percentuale massima di finanziamenti, utilizzabile per le spese correnti. «Come azienda industriale, se fai il 7 per cento sei bravo. Ma questa è una impresa diversa e il 4 per cento è francamente poco», ha aggiunto la Bracco.

Ancora più schietto Leonardo Carioni, nel cda in rappresentanza del Tesoro: «I problemi di oggi riguardano i terreni e soprattutto i bilanci perché i soci, ad esclusione di Tremonti e Formigoni, hanno più volte fatto sapere di non avere i soldi sufficienti » . Gil risponde Matteo Mauri, responsabile nazionale pd di Expo: «Leonardo Carioni, con la schiettezza che gli è solita, alza il velo di ipocrisia che da sempre avvolge Expo. I soldi non ci sono, le aree nemmeno e le idee sono poche e confuse».

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