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Fabrizio Bottini
Et in Arcadia...Lego
30 Gennaio 2005
Scritti ricevuti
"A proposito di urbanistica e paesaggio": un intervento di commento a una Opinione di V. De Lucia. In Italia l'urbanistica nasce proprio dai beni culturali

Urbanistica e beni culturali sono più o meno la stessa cosa, soprattutto in Italia. Da dove nasce infatti la stessa nozione di urbanistica moderna, se non dai conflitti tardo ottocenteschi fra ingegnerie della città piattamente efficientiste, e variegati gruppi di cultori dell’arte, della storia, del rapporto fra tradizione, identità, progresso sociale? E tanto per alleggerire con una battuta, date un’occhiata alle Guide Rosse del Touring che si vendono in questi giorni in edicola. Contate gli urbanisti il cui nome compare tra i collaboratori dei volumi, e avrete fatto bingo. Peccato: non sarete mai dei politici puri e raffinati. Ovvero con una dose industriale di faccia tosta.

Perché ci vuole del bello e del buono, in un’epoca in cui sul senso dell’ambientalismo ci sono pure battaglie ideologico-religiose (come negli USA di Bush parte II: ci torneremo, su Eddyburg), a pretendere di separare pianificazione del territorio e tutela del territorio, là dove esso territorio è nella quasi totalità una fitta rete di centri storici, paesaggi agrari, infrastrutture varie di collegamento e complemento cresciute coi tempi della storia e della natura. Ma qui abbiamo a che fare con una nuova versione del motto: Et in Arcadia, Ego. Che in questo caso è l’ego con la minuscola, dei minuscoli megalomani che hanno fatto questa bella pensata.

Ricordava giustamente Vezio De Lucia, su queste pagine, come lo sviluppo delle leggi sul territorio italiane tra le due guerre sia stato univoco, nonostante la separazione formale tra le leggi Bottai del 1939 sui beni culturali, e quella urbanistica di Gorla del 1942. Ma c’è qualcosa di più, molto di più: è la stessa alchimia che negli anni venti vede la formazione dell’urbanistica moderna italiana, ad alimentarsi direttamente alla fonte beni culturali, paesaggio, insediamento storico. A partire dall’episodio forse più noto, della provocazione del giovane Piccinato (sostenuto sotto sotto da Giovannoni e Piacentini) a Padova contro lo sventramento dei quartieri centrali della società APE, replicato quasi identico a Bari contro il piano Veccia di sventramento della città vecchia, e sfociato poi nell’organizzazione italiana del Congresso internazionale del 1929 esattamente sui temi della tutela, che darà poi vita indirettamente all’INU. E anche le forme assunte originariamente dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, nel bene e nel male, si devono in parte proprio alla “marcia in più” della componente tutela storica e del paesaggio, contro l’approccio più esclusivamente tecnico-amministrativo dei funzionari municipali e del loro progetto di Scuola di Alti Studi per l’Urbanismo.

Un altro elemento, ora del tutto corrente, che deriva sempre dalla forte integrazione fra urbanistica e tutela paesistica, è la dimensione sovracomunale del piano. Nasce negli stessi anni, quando la via italiana alla pianificazione territoriale non può certo basarsi su problemi tangibili come quelli del bacino minerario della Ruhr, o dell’area metropolitana di Londra o New York. C’è però qualcosa che salta agli occhi nella sua dimensione decisamente indifferente ai margini amministrativi o del costruito, ed è appunto quella del paesaggio, delle grandi campiture della stratificazione storica, dell’intreccio fra elementi naturali e loro modificazione da parte dell’uomo. C’è anche un piccolo precedente legislativo, ed è il Decreto 765 15 aprile 1926, noto soprattutto per l’istituzione delle Aziende Autonome di turismo e soggiorno, ma che prevede la redazione di un piano regolatore che riguardi, indipendentemente dai confini amministrativi, l’intero bacino urbanistico/paesistico che si intende così tutelare e rendere contemporaneamente più adatto alla nascente economia turistica di massa.

Non è cosa da poco, se solo qualche anno dopo ancora il giovane Luigi Piccinato col suo Gruppo Urbanisti Romani propone nel dibattito che sfocerà nel piano del 1931 una dimensione “regionale”, esattamente orientata a miscelare gli elementi di pianificazione più strettamente urbanistica, e quelli di tutela del paesaggio, in quello che ora forse chiameremmo “programma di sviluppo sostenibile”. E basta leggere un bell’articolo di Virgilio Testa, Necessità dei piani regionali e loro disciplina giuridica, del 1933, per capire sino a che punto la nuova pianificazione del territorio e quella del paesaggio costituiscano un corpo unico. Tra l’altro la redazione di questo articolo è più o meno parallela all’altro più noto lavoro di Virgilio Testa dello stesso periodo, ovvero la Relazione al progetto di legge urbanistica Di Crollalanza, che come notava Vezio De Lucia su queste pagine recepisce in pieno il collegamento ovvio fra i due aspetti, dello sviluppo e della tutela. Tra l’altro ancora il Testa, proprio durante un convegno sull’ormai approvata legge Bottai per la tutela delle bellezze naturali, conierà il temine “Piano Territoriale”, presente ancora oggi nel lessico disciplinare (per non offendere qualche gerarca centralista con l’aggettivo “regionale”, usato sino a quel momento).

E si potrebbe continuare anche a lungo, ad esempio con la prima stagione dei congressi INU del dopoguerra, ma non credo sia questa la sede, né il momento. Resta invece la convinzione che, come in altri casi, questa maggioranza (e forse qualcun altro, chissà) prosegua per la sua strada, nella logica del divide et impera, già vista per magistrature inquirente e giudicante, o per i percorsi formativi morattiani, di apartheid classe dirigente/classi subalterne. Forse può farlo Ciampi, come auspicava Lodo Meneghetti, in quanto garante della Costituzione che oltre a proteggere il paesaggio si presume protegga anche gli strumenti per metterla in pratica, questa protezione.

Mah!

L'immagine di Poussin è tratta da questo sito

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