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Lucia Tozzi
Editoriale
31 Gennaio 2009
Articoli del 2009
La cattiva urbanistica milanese nell’editoriale di Specchio+ del 31 gennaio, supplemento mensile della Stampa

A volte mi sorprendo a provare una sottile corrente di simpatia per la Moratti, quando appare più provata dalle lamentele dei milanesi. Intendiamoci, non è che manchino le ragioni per lamentarsi: ma una cosa è la protesta della ragazza che vive alla Comasina e sta aspettando la metropolitana da quando è nata, e un’altra è la sciura che sbraita perché è scivolata col tacco sul ghiaccio mentre andava in Galleria.

È strano sentire gli abitanti dell’unica grande città italiana in cui è realmente possibile vivere senza auto (almeno entro la cerchia abbastanza ampia dei viali esterni) imprecare contro l’inefficienza dei mezzi pubblici e azzardare paragoni con metropoli come Londra o Berlino. In quel genere di metropoli il loro Suv parcheggiato sul marciapiede verrebbe accartocciato dalla polizia nel giro di due minuti.

Insomma, se Barcellona è esplosa o Parigi funziona meglio non sarà solo perché, fortunate, avranno avuto eccellenti amministratori e politici, ma anche perché i loro abitanti non si impressionano di fronte all’apertura di un locale notturno sotto casa, a una minuscola Chinatown o alla tassa della spazzatura.

Ma se il sindaco fatica a riconoscere i torti subiti dai cittadini, questi possono sentirsi ampiamente ricompensati dall’atteggiamento consolatorio del resto dei politici, che fanno a gara per assecondarli su tutto, dalla cattiveria degli ausiliari della sosta all’infame perversità dei writers. Il leitmotiv è sempre lo stesso: Milano è brutta e incancrenita perché è stata amministrata in modo dirigista da burocrati conservatori, ma liberando la creatività e la forza organizzativa dei privati la città tornerà a fiorire.

Su questo preciso modello, il nuovo Piano di Governo del Territorio lanciato dall’assessore Masseroli si propone come un manifesto rivoluzionario, che intende porre rimedio ai danni prodotti dal dominio incontrastato dell’urbanistica normativa su Milano scommettendo, guarda un po’ che novità, sul coinvolgimento diretto nei privati nella trasformazione e nella gestione della città.

Il presupposto becero è che Milano, come al solito, fa schifo (e passi). L’analisi, ridicola, è che la causa del degrado sia la rigidità dei vincoli urbanistici e dei criteri quantitativi (gli standard) imposti dai piani regolatori: ma anche i bambini sanno che questa è sempre stata la mecca degli immobiliaristi, e di pianificazione ne ha vista poca. La storia dell’urbanistica milanese è una lunga teoria di patteggiamenti con i privati, che di volta in volta hanno preso il nome di varianti, deroghe, accordi di programma, piani integrati, project financing, e infine perequazione (una parola poco attraente, ma è meglio vincere la ripulsa e farla propria). Scaricare la colpa sugli urbanisti tiranni è come prendersela con Batman, ma presentare la perequazione e la sussidiarietà come coraggiosi elementi di rottura col passato sfiora il sublime. Al contrario sono la ratificazione definitiva e il perfezionamento del sistema di relazioni pubblico-privato che si è stabilito negli scorsi decenni.

Perequazione e sussidiarietà si fondano sulla stessa lettura “realistica” della società contemporanea: lo stato (il comune, la regione, o qualsiasi pubblica amministrazione) non ha i soldi per procurare servizi e welfare, e allora è meglio delegare a chi ce li ha: i proprietari dei suoli nel primo caso, i cosiddetti “corpi intermedi” (associazioni, cooperative, gestori di vario genere) nel secondo. La perequazione è uno strumento di redistribuzione dei valori della rendita fondiaria concepito per sostituire l’esproprio, considerato ad un tempo troppo violento nei confronti dei proprietari e troppo costoso per le amministrazioni. Semplificando all’estremo, è un meccanismo che consente all’ente pubblico di acquisire aree private e realizzare opere pubbliche in cambio di concessioni di volumetrie. Uno scambio tra metri quadri e metri cubi, o tra case a canone convenzionato e metri cubi, stazioni della metropolitana e metri cubi, e così via. I comuni gongolano, perché dispensando un bene virtuale che apparentemente non gli costa nulla (il metro cubo) riescono a finanziare grandi e piccoli progetti pubblici appianando il conflitto con i proprietari. Il PGT di Milano, in particolare, propone delle strategie avanzatissime sulla costruzione della città pubblica e addirittura sulla limitazione (relativa) del consumo di suolo per mezzo della perequazione, come illustrato nelle pagine di questo numero.

Naturalmente basta sovrapporre alle immagini leggiadre di bambini cosmopoliti che giocano nei parchi il peso dei metri cubi che caleranno sulle città per mettere alla prova la reale consistenza di questi scenari paradisiaci. Ma non è questo, a mio parere, il focus della questione. La maggior parte dei tormentoni sulle colate di cemento e sui grattacieli fa buon gioco ai sostenitori della crescita, perché anche l’ultimo imbecille può facilmente argomentare che Manhattan coi suoi grattacieli è più bella di Milano e che pure Londra ha scelto la densificazione.

La posta in gioco è molto più alta, e riguarda la possibilità di gestire democraticamente le scelte di sviluppo del territorio. È un argomento assolutamente prioritario, perché condiziona la vita delle persone in maniera molto più diretta di quanto comunemente siamo abituati a pensare: dall’equa distribuzione di trasporti e servizi, dal costo accessibile della casa, dalla qualità dello spazio pubblico (e non del decoro urbano, sia ben chiaro) dipendono la qualità del lavoro, la mobilità sociale, la sicurezza, i diritti delle donne, il tasso di natalità, la partecipazione alla vita politica e culturale e molte altre cose. Una grandissima parte dello sviluppo urbano ed extraurbano prodotto negli ultimi decenni in tutto il mondo, dagli Usa a Dubai alla Brianza, è fatto di isole recintate, singole villette o manciate di palazzine, sempre recintate da un cancello, piccoli mondi a parte dominati da regole proprie, diverse da quelle condivise. E questo determina la morte progressiva della vita associata, la separazione fisica di ricchi e poveri, l’incuria degli spazi comuni. Il successo di questo modello deriva da un complesso intreccio di fenomeni mediatici e culturali, soprattutto dall’ossessione per la sicurezza, ma è anche la normalissima conseguenza del mutato rapporto tra amministrazioni pubbliche e privati: le società immobiliari, lasciate libere di agire come più gli conveniva, giustamente hanno reiterato all’infinito lo schema più redditizio. La sicurezza vale oro, e ormai anche chi vive in soporifere cittadine di provincia si sente un paria se non ha il cancello automatico.

Contrattare alla pari con i proprietari e gli sviluppatori significa escludere dalle decisioni i cittadini, perché le ragioni di chi mette i soldi sono più forti. Le regole non possono che essere flessibili, pena il ritiro dei capitali. E allora, nel corso delle mille negoziazioni che la procedura della perequazione prevede per il piano, dall’attribuzione degli indici di edificabilità all’attuazione dei progetti, quali garanzie ci saranno per i milanesi? Come si realizza l’agognata mixité, quanti si presteranno a costruire appartamenti a canone convenzionato e piscine pubbliche nei loro condomini, senza timore di deprezzarli? E nell’assenza di regole certe a cosa si potranno appellare i cittadini? Al buon cuore dei developers?

I lunghi anni dell’ascesa del Real Estate ci hanno abituato a pensare che questa fosse l’unica soluzione possibile. Da quando la rendita fondiaria è diventata, da investimento passivo e freno allo sviluppo, il motore della finanza mondiale, città e territorio sono amministrati dai privati, e “le buone intenzioni” dell’urbanistica progressista bollate come una ridicola manifestazione del politically correct.

Ora tutti quei patetici fantasmi che di fronte ai cantieri abbandonati, ai sobborghi desolati, alla prospettiva che Dubai demolisca la metà dei suoi inutili palazzi, al picco di sfratti e alla rovina delle banche e delle borse si affannano a ripetere con lo sguardo perso che era tutto vero vengono guardati con commiserazione. Ora è ovvio per tutti che eliminare i vincoli NON è un buon metodo per aumentare il benessere comune. Anche Milano dovrebbe liberarsi al più presto di questa cappa veteroliberista.

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