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Tiziana Rinaldi Castro
East Village: grosso guaio ad Alphabet City
3 Novembre 2012
Città quale futuro
Nella New York colpita dall’uragano Sandy si sovrappongono la crisi climatica e le contraddizioni di quella dell’energia, evidenziando problemi e forse prospettando soluzioni.

Nella New York colpita dall’uragano Sandy si sovrappongono la crisi climatica e le contraddizioni di quella dell’energia, evidenziando problemi e forse prospettando soluzioni. Il manifesto, 3 novembre 2012 (f.b.)
NEW YORKHotdog, 6 dollari; 6 ravioli ripieni, 6.50; una fetta di pizza, 3 dollari; caffè, 1 dollaro; ma il riso al curry gratis e i fiammiferi, da sempre gratis, 10 centesimi.Questo il menu oggi pomeriggio nell'East village mentre camminiamo verso Alphabet City, la parte del quartiere più colpita dall'uragano Sandy, per andare a trovare i nostri amici. Non rispondono e siamo preoccupate. Ma nessuno risponde, tuttavia, se il telefono è un cellulare, le torri di controllo sono quasi tutte giù. Siamo arrivate da Brooklyn, abbiamo attraversato il ponte di Manhattan in autobus, una novità per noi che prenderemmo la metro per arrivare sull'isola ma il tunnel sotto l'acqua è inagibile, il treno si ferma nell'ultima stazione di Brooklyn. Le corse sono gratis, i cancelli sono aperti, nel microfono i conducenti continuano a ripetere le nuove, inusuali fermate. A Manhattan ci fermiamo sulla Bowery, appena passata Chinatown, e proseguiamo a piedi. Prima di prendere il treno abbiamo ritirato i soldi da un bancomat e io una tazza di caffè e un panzarotto agli spinaci dal giamaicano, perché sapevamo che dove stavamo andando la città era spenta.«Preparati» mi ha consigliato Stefania che c'era stata ieri. E infatti, una volta entrate sull'isola i cellulari smettono di funzionare. E la città è vuota, chiusa, spenta.Una pizza a 3 dollari non è proprio costosissima, ragioniamo ora, sedute nella pizzeria sulla Prima Avenue tra la Seconda e la Terza Strada. A luci spente, un solo forno in funzione, attivato dal gruppo elettrogeno.

Ma un hotdog a 6 dollari su Saint Mark's Place, nonostante sul menu ci sia scritto 2 dollari e 75. Ma questo è niente, scopriamo da fonti sicure che sciacalli in possesso di generatori chiedono mille dollari per l'uso dei loro macchinari per poter pompare l'acqua fuori dei seminterrati dei poveri disgraziati in preda alla disperazione.Eppure, all'angolo tra la decima strada e la Prima Avenue, al ristorante Sapporo, il gentiluomo giapponese dinanzi alla porta invita i passanti ad entrare per un piatto caldo di riso al curry. Gratis.«Riso al curry, accomodatevi, prego». E da fonti altrettanto sicure sappiamo di uomini e donne di buona volontà che vanno in giro per l'East Village con i loro generatori mettendoli a disposizione per i disperati con l'acqua alle ginocchia per pompare l'acqua fuori dei loro seminterrati. Tra gli altri, i gestori del NuBlu.Incoraggiate, proseguiamo. L'East Village è surreale, irriconoscibile nel silenzio e nell'immobilità.

East Village, l'altra Mela

Questo quartiere è conosciuto per il suo estremo dinamismo, la sua peculiare creatività, la sua gente spesso sui generis, e quel brulichio incessante ma senza fretta e senza stress, così tipico di ogni altro quartiere di Manhattan e così alieno in quest'area della città, domicilio da sempre della classe popolare tedesca, ebrea, ispanica, e poi, negli ultimi cinquant'anni, degli artisti. Incontriamo il bassista Melvin Gibbs in bicicletta. Anche lui è arrivato da Brooklyn, alla ricerca di amici latitanti. Scambiamo quattro parole, ci suggerisce di andarci a consolarci al MoRUS, il Museum of Reclaimed Urban Space, così svoltiamo l'angolo sull'Avenue C e la Decima. Il museo è al piano terra di un palazzo occupato da squatters. E di fronte si presenta effettivamente una scena interessante. Due biciclette adoperate da volontari sono collegate una ad un generatore di corrente che ricarica cellulari e computer e un'altra ad uno che pompa acqua dal seminterrato del palazzo e la riversa per la strada. Quest'ultima fa un po' fatica. È lo stesso progetto di Time's Up Bike Energy, formato dai giovani ingegneri dell'energia sostenibile che usarono le biciclette per sostituire i generatori a gas e gestire l'infrastruttura energetica durante Occupy Wall Street a Zuccotti Park l'anno scorso, per tenere in funzione computer, cellulari, cucine, stufe, luci, eccetera.

Il 17 novembre prossimo il Museo avrebbe aperto le sue porte al pubblico e le biciclette in azione sarebbero state parte dell'esposizione. «Il museo non aprirà per un po' di tempo ancora, i danni sono estesi. Siamo nella Zona A, una delle più disastrate, l'acqua è arrivata oltre i due metri, qui» mi spiega Laurie Mittelmann, una delle direttrici del museo. È seduta a terra, vicina ad un furgone di una stazione televisiva locale. Ha il computer acceso, attaccato alle prese alimentate dal generatore attivato dalla bicicletta. «Sei in rete?»«Sì, finalmente dopo due giorni» mi risponde, «prendo il segnale dalla stazione televisiva».Sul marciapiede di fronte al museo, gli squatters del palazzo cucinano su di un grill e mettono a disposizione del quartiere il cibo, gratis. Una lunga fila si forma in attesa delle salsicce, degli hot dog, degli spiedini di verdura e del riso. «Lo faccia sapere a chi può che noi continueremo a cucinare per tutti finché avremo cibo, e a caricare i cellulari e i computer di tutti, pedalando.
Questo quartiere si è sempre distinto per la responsabilità civile dei suoi abitanti e per il suo senso di comunità» mi dice Laurie prima di tornare allo schermo.Non si può dire che non sia vero. Ne sono testimoni i numerosi giardini recuperati dai lotti vacanti che gli abitanti del quartiere hanno coltivato negli anni, o una sorta di spirito indomito che contraddistingue quest'area della città da altre più cangianti, meno permanenti.

Nelle case senza acqua e luce

Non è facile arrivare a casa di ognuno degli amici che cerchiamo. I citofoni non funzionano e bisogna urlare dalla strada come si faceva una volta. Se i loro appartamenti sono situati nel retro delle piccole palazzine che contraddistinguono la graziosa architettura dell'East Village c'è poco da fare, bisogna aspettare che qualcuno sulla strada apra il portone con le chiavi e salire brancolando nel buio pesto delle scale bussando alla porta con il pugno, sperando siano in casa. Questo perché ci siamo scordate le pile tascabili a casa. A casa dei nostri ospiti, tè, offerta di condivisione del cibo portato dai vicini che prontamente rifiutiamo perché siamo i fortunati che torneranno a casa nella città "buona" stasera, e per riscaldarci acqua a bollire sul fornello e per illuminare una visita al bagno, una coroncina di luci a batteria. Mentre siamo seduti bussano alla porta, un'amica del nostro ospite viene a chiedere una coperta per un amico comune. Il nostro amico si alza e ne prende una molto calda. «Gliela regalo».

L'amica esce con l'involto sotto il braccio.Il nostro amico continua a riempirci le tazze di tè.Ci congediamo, invitiamo i nostri ospiti a raggiungerci a Brooklyn, spieghiamo come fare, dove prendere gli autobus che attraversano il ponte. «Non c'è bisogno di chiamare, la mia casa è la tua, ti aspetto». Camminando vediamo tante persone camminare con valigie. In un bar completamente vuoto ci fermiamo a parlare con il barman. «La gente se ne va, non si può vivere senza elettricità». Sul bancone quattro candele accese si riflettono nello specchio dietro la scansia piena di bottiglie. Non c'è musica dagli altoparlanti, dalla radio. La colonna sonora di questi giorni sono i passi per strada, il ronzio dei generatori, i canti della gente agli angoli della strada, le chitarre e i tamburi, le grida di chi si chiama da una finestra all'altra:«Come ti chiami?». «Jane». "Quanti anni hai?» «70». «Stai bene?». «Sì». «Io sono Mark. Grida se hai bisogno, che vengo». «Okay».Sarà stato così ai vecchi tempi, quando New York non ne aveva di elettricità, quando il mondo non ne aveva.
Ma di bar, questa parte della città ne era fornito come l'intero mondo. Per consolarsi della fatica dell'essere vivi. Non sono d'accordo con lui, si potrebbe in fondo vivere senza elettricità. È invece col freddo che non si può convivere. E a New York il freddo e l'umido possono essere feroci.

Dov'è il governo?

Perché la situazione infine è questa, da Canal Street alla 31esima strada: una città spenta, senza risorse, e lasciata per lo più a se stessa. Dov'è la Fema? Dov'è la Croce Rossa? E tranne che per le chiese, per le organizzazioni private, per i generosi uomini e donne che si alternano a pirati e sciacalli, dov'è il governo? Per raggiungere la luce, il cibo e il calore bisogna camminare chilometri e se si è malati, vecchi, obesi è impossibile. Ma rimane il fatto che procacciarsi il cibo rimane solo uno dei problemi da risolvere ogni giorno. Ritornare a stomaco pieno in una casa fredda a New York non è pensabile.Quanto può durare questa situazione? A un tratto Stefania, la fotografa che mi accompagna, e io ci rendiamo conto che si farà presto buio. Vogliamo arrivare alla Avenue D, la più vicina al fiume East, e ci avviamo. Ed ecco il mostro, all'altezza della dodicesima strada, la centrale elettrica che è scoppiata la sera di lunedì alle 8.30 dopo che la Con Edison aveva già tagliato l'elettricità a ben 6500 utenti nel tentativo di ridurre i danni causati dall'acqua salata al sistema della metropolitana e alla rete elettrica al sud del quartiere finanziario della città.

Le sue quattro colonne spente sembrano delle livide corna. Eppure è proprio a ridosso della centrale che in un grandissimo posteggio di automobili decine di volontari insieme a militari e poliziotti scaricano da camion dell'arma scatole di cibo che organizzano su lunghissimi tavoli. Potenti fari illuminano l'area protetta da poliziotti. Stefania si avvicina con la sua macchina fotografica e immediatamente un poliziotto grasso ma dall'aria ingenua, le si para di fronte per vietarle di fotografare.«Perché?» chiede Stefania, «finora ci è stato detto che eravate latitanti. E ora che siete qui non vi fate fotografare?»Il poliziotto sembra rabbonirsi.«Va bene, allora fotografi pure».Un soldato ci spiega che la Fema e una chiesa, ma non saprebbe dirci quale, hanno organizzato gli aiuti e che l'esercito è lì per consegnare i viveri. Saranno qui anche domani e nei giorni successivi.

«Ma allora l'elettricità non tornerà?» chiedo.«Indipendentemente. Noi saremo qui».Sulla via del ritorno incontriamo il musicista blues Francesco Pini e Wendi Oxenhorn, direttrice della Jazz Foundation. Sono stanchi e ci spiegano che stano girando per la città spenta alla ricerca di musicisti blues e jazz per recapitargli dei sacchetti di pronto soccorso: pollo fritto, verdura, mutandoni di lana, guanti, un gallone d'acqua, torcia elettrica.«Erano contenti, tutti. Molti sono vecchi o malati, altri semplicemente bloccati qui da giorni, come tutti. Non pensavano che qualcuno si ricordasse di loro. Abbiamo gridato il loro nome dalla strada e ci hanno aperto».
«Avete trovato tutti?»«Più o meno, solo James Blood Ulmer non c'era, sarà uscito».Ho abbracciato Wendy, delicata fata, sebbene sia poi una delle più feroci armoniciste d'America. Me la ricordo ancora suonare insieme al sommo Pete Cosey con Melvin Gibbs e J.T. Lewis, sollevare gli spiriti dei morti che erano seduti lì in prima fila, più di una volta, anni fa. E si faticava a star fermi e a mantenere gli occhi asciutti. Anche stasera, di fronte a tanta determinazione.Bene, è ora di tornare a casa.

Ritorno a Brooklyn

Non facile, nel buio pesto. Ed è in questo rientro fino al Bowery dove ci aspetta l'autobus per tornare a Brooklyn che ragioniamo che la situazione è esplosiva. Per la prima volta dopo tantissimi anni, la mia città adorata, e in essa il mio quartiere preferito, che ho amato tanto fino a celebrarlo in un mio romanzo, mi dà i brividi. Finora hanno prevalso il buon senso e la responsabilità civile dei miei concittadini. Ma se, aumentando il freddo e facendosi amaro il disagio dovesse montare la rabbia, chi può dire cosa accadrà? Manderanno allora centinaia di poliziotti? Quegli stessi che non persero un istante a riversare nelle strade per proteggere la cittadinanza l'anno scorso da un gruppo di giovani in un parchetto di pochi metri quadri a piazza Zuccotti nel mezzo del quartiere finanziario? Stamattina la benzina scarseggia. La maggior parte delle stazioni di benzina a New York sono chiuse. Il maggiore distributore della città, che si trova in New Jersey, è al buio.

Sebbene la città sia divisa a metà e a nord della trentesima strada Manhattan sembra essersi ripresa, almeno in superficie, è tutto difficile. Raggiungerci l'un l'altro un'odissea. Harlem, il Queens e il Bronx diventano Itaca per noi qui a Brooklyn. E noi per loro.Brooklyn. Nel quartiere di Red Hook alle 7.30 si è formata una lunghissima fila di persone in attesa del camion della Fema1, che aveva promesso di arrivare con un camion pieno di viveri e prodotti di pronto soccorso. Dopo ore di attesa nel freddo, alcuni dei residenti in fila che sono riusciti a ricevere il segnale avvalendosi della connessione wi-fi di un furgone parcheggiato poco lontano hanno ricevuto messaggi via testo in cui si annunciava l'arrivo dei camion nel pomeriggio.Mi sono ricordata di una donna ieri, in bicicletta, che commentava l'inettitudine della città di New York: «Certo una cosa così non sarebbe mai accaduta in Europa, vero? O in Australia! Queste cose succedono solo in un paese incivile come il nostro».

Ho aggrottato le sopracciglia. Vaglielo a spiegare. Queens. A Breezy Point, il quartiere nella penisola di Rockaway che si affaccia sull'oceano atlantico, ad un passo dall'aeroporto Kennedy, dove 111 case sono bruciate come fiammiferi in fila, mentre i pompieri remavano nell'acqua su piccole imbarcazioni, per arrivare alle case in fiamme e tiravano fuori ad uno ad uno i superstiti dall'inferno d'acqua e fuoco che si divorava in un batter d'occhio un'intera strada, la distruzione è totale. Anche lì, i volontari sono quasi eroici. Con camion, macchine, motociclette, individui arrivano da ogni parte della città portando alla gente del luogo quello che serve, in attesa che torni la luce. Forse ha ragione il barista su Avenue C, è impossibile vivere senza elettricità.

Obama surclassa Romney

Io penso che questa tempesta, catastrofica, orrenda ed essenzialmente fuori stagione, ha fatto tanto bene alla campagna di Obama. Intanto lui si è comportato da vero politico gentiluomo. Ha abbandonato di botto la campagna elettorale dedicandosi a noi. Nel New Jersey ha preso tanto a cuore l'orrenda situazione della bella costa distrutta da Sandy - che onestamente, come ha scritto su Facebook ieri il grande intellettuale e musicista Greg Tate, merita di chiamarsi Sandra e lasciarsi indietro il vezzeggiativo infantile che le è stato tanto incautamente dato, da guadagnarsi le lodi del governatore repubblicano Chris Christie, che ha naturalmente appoggiato Romney durante tutta la campagna elettorale. In un'intervista su Fox News, il canale televisivo più reazionario di New York, Christie ha rilevato quanto straordinaria fosse stata l'attenzione del Presidente degli Stati Uniti e immediato ogni intervento e ogni risposta alle richieste dello Stato del New Jersey.

Infine - e qui ha scioccato tutti - quando uno dei cronisti ha suggerito se non fosse il caso di invitare anche Romney a fare un giro delle zone devastate dall'uragano, il governatore ha risposto con un tono piuttosto seccato: «A me non me ne importa un fico secco delle elezioni in questo momento e se lei pensa altrimenti, non mi conosce» e ha aggiunto che il suo compito era quello di occuparsi del suo Stato, che era in uno stato d'emergenza.Che piacere, ogni tanto, risentire un po' dei toni graffianti del vecchio John Wayne incrinare l'ipocrisia nella nuova America patinata. Sarà l'assenza di elettricità. Ironia a parte, New York è in ginocchio. E non soltanto la parte al freddo e al buio. Tutta, anche quella calda e illuminata al centro di Brooklyn, in cui scrivo al computer, ascoltando Jimi Hendrix e Thelonious Monk e mandando questo reportage via e-mail. È un solo cielo livido che la copre tutta, come un ombrello. E come un ombrello, su di essa si apre e si richiude.

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