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E lo chiamano sviluppo
7 Maggio 2011
I tempi del cavalier B.
Aproposito del decreto infame, articoli di De Berlanga e Berdini, interventi dell'UE, di Scudiero (Cgil) e di Gerardo Rosania. Il manifesto, 7 maggio 2011

Regole zero, speculatori a mille, di Tommaso De Berlanga
Albergo in spiaggia? Si può, di Paolo Berdini
Mare privatizzato, l'Ue «preoccupata»
Cgil/ Vincenzo Scudiere, «Così non si aiuta lo sviluppo, ma il business selvaggio»
Abusivismo/ Rosania, ex sindaco di Eboli,«È un assalto al territorio In Campania sarà una giungla»

«Sviluppo: L’uso dei beni pubblici per ricavare reddito privato, le agevolazioni finanziarie nei distretti turistici, l’autocertificazione per le opere».

Regole zero, speculatori a mille
di Tommaso De Berlanga

Nel provvedimento del governo concessioni ai privati, edilizia senza freni e meno controlli fiscali. Liberismo da furbetti del quartierino Una lunga serie di misure per favorire le microimprese e l'elusione fiscale. Un decreto di classe

Difficile, per un profano, aggirarsi nella marea di punti discontinui che costituiscono il «decreto per lo sviluppo» varato dal governo sotto la supervisione di Tremonti e con l'imprimatur della Lega. Ma un filo conduttore, a ben guardare, lo si trova.

Si tratta, a prima vista, di un decreto che incentiva l'evasione fiscale e cerca di dividere, favorendole, le piccole da quelle grandi; e punta anche ad impedire la la «saldatura» moderata tra quest'ultima (impegnata da oggi, a Bergamo, per l'Assise; a porte chiuse sia per «la politica» che per la stampa) e l'opposizione. A cominciare da quella Cgil che ancora oggi ha chiesto all'associazione degli imprenditori di «voltare pagina».

È vero - come notavano diversi economisti oggi - che questo decreto cerca di «far nozze con i fichi secchi». Molte disposizioni fanno sorridere, altre indignare, specie lo si vuol prendere sul serio come una «frustata» in grado di far decollare la «crescita».

Persino il «liberismo», in questo testo, diventa roba da «furbetti del quartierino» dalla vista ridotta. Prendiamo la parte relativa alle spiagge demaniali, per esempio, date in concessione per ben 90 anni (invece del massimo 6 previsto dalla Ue e tramite normali «aste pubbliche»). Sono certamente un regalo ai privati che toglie un «bene comune» dalla disponibilità della popolazione; ma al tempo stesso inchioda una «risorsa turistica» a un modello di imprenditoria minore senza investimenti, innovazione, ambizione. Anche dal punto di vista capitalistico, insomma, è una stupidata che blocca lo sviluppo invece di stimolarlo. Il fatto di prevedere, in aggiunta, una «burocrazia zero» nei distretti turistico-alberghieri (con «agevolazioni in materia amministrativa, finanziaria») può diventare persino un incentivo per gli investimenti di origine più che sospetta. Ma questa è la cifra politica di questo governo, questa la «cultura imprenditoriale» del suo blocco sociale: l'uso dei beni pubblici per ricavarne reddito privato è il massimo che riesca a concepire.

Una verifica certa viene dalle incredibili «sanzioni» agli ispettori fiscali troppo zelanti nel controllo delle imprese. Vi immaginate gli inviati dell'Agenzia delle entrate (o la guardia di Finanza) che entrano nell'ufficio amministrazione di un'azienda? Una misura come questa può produrre effetti devastanti dal lato delle entrate dello stato - smentendo quindi Tremonti e Berlusconi, che assicurano si tratti di una manovra a «costo zero» - perché si traduce in un incoraggiamento governativo all'evasione fiscale.

È chiaro che una minore sorveglianza fiscale sia ben vista da tutti i tipi di impresa, ma diventa «vitale» - segna il confine tra sopravvivenza e fallimento a breve termine - soprattutto per quella piccola o microscopica «azienda» che proprio non riesce a stare «sul mercato» se deve anche rispettare le regole del mercato. Qui si può vedere con quanta pesantezza la «cultura» della Lega condiziona la decretazione in materia economica. Ma si tratta di una misura cerca anche di parlare a quella fetta di «popolo delle partite Iva» (chi ha visto Annozero l'altro ieri lo avrà capito) che in realtà è lavoro dipendente, ma deve ricorrere al commercialista per curare «l'amministrazione», rimanendo alla fine strozzato tra ritardi o mancati pagamenti delle tasse, interessi di mora, contravvenzioni, ecc.

Questo governo, invece, pensa di risolvere il problema bloccando l'azione investigativa del fisco (invece, casomai, di rimodularla a seconda della tipologia d'impresa). Incoraggia a disattendere controlli e regole, spinge all'evasione e all'elusione fiscale. Ma tutto questo produce un aumento di redditi privati per alcune limitate figure sociali, ma quasi nulla sul piano del prodotto interno lordo (Pil). Quindi ben poca «crescita e sviluppo» .

Una conferma viene dalle sbrigative norme per la costruzione di opere pubbliche: «estensione del campo di applicazione della finanza di progetto», «estensione del criterio di autocertificazione per la dimostrazione dei requisiti richiesti» e relativi «controlli essenzialmente ex post» (quando i soldi saranno stati incassati), «innalzamento dei limiti di importo per l'affidamento di appalti mediante procedura negoziata» (senza concorso pubblico, insomma). Altre perle potrebbero uscir fuori dalla lunga catena di riferimenti criptici a codicilli, commi, articoli, che vengono dichiarati cassati o mutati per una parola.

Quasi una beffa il primo articolo, che istituisce «in via sperimentale» per i prossimi due anni del «credito d'imposta a favore di imprese che finanziano progetti di ricerca in università o enti pubblici di ricerca». Si fa passare per un aiuto alla ricerca il fatto che gli enti pubblici che la fanno saranno costretti ad accettare qualsiasi proposta proveniente dai «privati» che troveranno una qualche convenienza in questa misura (non molti, a occhio). Così come l'altro «credito di imposta» - 300 euro per ogni assunzione nel Mezzogiorno - coperta finanziariamente con i fondi europei.

Ma è l'edilizia il cuore pulsante del decreto, dal «silenzio-assenso» ultra rapido all'applicazione della Scia (segnalazione) in luogo della Dia («denuncia», non a caso), dalla «cessione di cubatura» all'eliminazione dell'obbligo di comunicazione alla Ps; e che prosegue con un elenco sterminato di «semplificazioni» che faranno felici una base sociale ben identificata. E che penalizza la crescita del paese da un tempo infinito.

Albergo in spiaggia? Si può

di Paolo Berdini

I commenti a caldo sul decreto per il rilancio dell'economia si sono concentrati sul fatto - davvero inaudito - della svendita delle spiagge. Con il testo sotto gli occhi si può purtroppo affermare che essa sia addirittura il male minore: è prevista infatti la cementificazione delle coste italiane.

Ma prima è utile sottolineare un'altra vergogna. Invece dei 500 mila euro attuali, le amministrazioni pubbliche potranno affidare appalti a trattativa privata fino ad un importo di 1 milione di euro (articolo 3, lettera l). Bertolaso santo subito. Il sistema di potere della cricca si è basato, come noto, sull'assoluta discrezionalità nell'affidare appalti. Un numero ristretto di imprese veniva prescelta non sulla base delle capacità imprenditoriali ma sulla fedeltà assoluta e sull'inevitabile ritorno di favori e prebende. Con il decreto il sistema viene esteso a tutto il paese. Salvo pochi casi gli appalti pubblici sono infatti prevalentemente al di sotto del milione di euro o possono essere facilmente disaggregati per ricondurli a una sommatoria che singolarmente non superano quella cifra.

Con i livelli di mancanza di etica dei nostri amministratori non è difficile pensare alle conseguenze di questa scelta: la fine della trasparenza delle pubbliche amministrazioni. Sul Sole 24 Ore non sono state versate lacrime.

Ma torniamo ai territori costieri. Con il primo comma dell'articolo 5, al fine di «rilanciare l'offerta turistica nazionale» si cedono le spiagge ai privati per novanta anni. È da tempo che il segmento del turismo marino è in crisi rispetto a un'offerta internazionale che possiede qualità ambientali e d'impresa migliori delle nostre: la risposta è la svendita del demanio. Nel comma 4 si afferma poi che «possono essere istituiti nei territori costieri, con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su richiesta delle imprese di settore che operano nei medesimi territori», i Distretti turistico-alberghieri, che vengono (comma 6) equiparati alle «zone a burocrazia zero» istituite con decreto legge 78/2010.

L'articolo 43 di questo decreto affermava che per favorire l'economia potevano essere istituite zone in cui le richieste di attività produttive sono approvate da un Commissario di governo che provvede mediante una conferenza di servizi a consentirne l'attuazione. Se questo non avviene entro 30 giorni, la proposta si intende comunque approvata. Quell'articolo permette dunque di poter fare ciò che si vuole dove si vuole: costruire un albergo, un villaggio turistico e tutto ciò che salterà alla mente ad una classe dirigente incapace di pensare ad un futuro che non sia la speculazione edilizia. Si possono infatti superare vincoli urbanistici e paesaggistici: ci pensa l'accordo di programma.

Il meccanismo, come abbiamo visto, potrà partire su richiesta delle imprese: le grandi lobby del turismo internazionale e nostrano ringraziano il presidente imprenditore e i suoi ispiratori. Le prove generali di questo nuovo trionfo del mercato senza regole erano state fatte proprio dal primo ministro nella sua più riuscita comparsata a Lampedusa. Nel promettere alberghi e campi da golf, disse: «Abbiamo la possibilità anche di fare delle zone a burocrazia zero. Cosa significa? Che mentre adesso per aprire un ristorante, per aprire un negozio ci vogliono autorizzazioni su autorizzazioni, in quelle zone si potrà far tutto, rispettando i regolamenti edilizi, rispettando le norme igieniche sanitarie, e il Comune manderà soltanto successivamente alla realizzazione dell'opera un suo incaricato a verificare che siano state costruite le opere in osservanza a tali regolamenti e se è il caso chiederà che vengano apportate le opportune modifiche».

Anche in questo caso il Sole 24 Ore non ha fiatato. Forse perché le norme sono state scritte da qualcuno che frequenta via dell'Astronomia. Ma i Distretti turistico-alberghieri insieme alle zone a burocrazia zero rappresentano un'altra tappa, l'ultima forse, del processo di dissoluzione del governo pubblico del territorio e del cammino italiano verso l'inciviltà. E, purtroppo, non c'è opposizione parlamentare in grado di scuotere il paese dal torpore.

Mare privatizzato, l'Ue «preoccupata»

Bruxelles «Non è quello che ci aspettavamo».

Già un'infrazione contro l'Italia

Ci ha impiegato meno di 24 ore, la Commissione europea, a preoccuparsi del decreto Tremonti. Con una procedura d'infrazione ancora non risolta contro l'Italia per il sistema sulle concessioni marittime, che prevede il loro rinnovo automatico ogni sei anni, Bruxelles è rimasta «sorpresa» dalla notizia sul «diritto di superficie» su coste e litorali per un periodo di 90 anni. Il dubbio di Bruxelles è che il provvedimento sia contrario alle regole del mercato unico e della libera concorrenza. E si aggiunge alle critiche già giunte dagli ambientalisti e dai timori dei consumatori di rincari dei prezzi negli stabilimenti attorno al 6%. «Non abbiamo ricevuto nessuna notifica da parte delle autorità italiane, ma se i rapporti letti sulla stampa sono corretti e confermati, saremmo molto sorpresi perchè non sarebbe ciò che ci aspettavamo», ha detto Chantal Hughes, portavoce del commissario francese al mercato interno Michel Barnier. «Ci aspettiamo chiarimenti da parte delle autorità italiane, la nostra richiesta sarà inviata il più presto possibile», ha precisato. «La reazione ufficiale e formale della Commissione al decreto - ha detto ancora - arriverà solamente quando avremo visto e analizzato in dettaglio il provedimento». Il contenzioso riguarda in particolare la Direttiva servizi del 2006 che regola il settore del turismo. All'articolo 12 viene sancito che per le attività per le quali le risorse sono limitate (come nel caso dei litorali), le autorità pubbliche sono tenute ad applicare «una procedura di selezione trasparente ed imparziale, che permetta a tutti gli operatori interessati di candidarsi». La portavoce ha parlato di tempi «appropriati e limitati» per garantire agli operatori di pianificare i propri investimenti per un periodo certo, lasciando contemporaneamente a tutti quelli che lo desiderano la possibilità di stabilire un'impresa. Per avere infranto queste regole, Bruxelles ha aperto una procedura contro l'Italia (le due lettere di messa in mora sono state il 29 gennaio del 2009 e il 5 maggio del 2010), che se non risolta potrebbe portare le autorità italiane davanti alla Corte di giustizia Ue

Cgil/ Vincenzo Scudiere,

«Così non si aiuta lo sviluppo, ma il business selvaggio»

di E. Ma.

«È una risposta totalmente insufficiente alla crisi. Con questo decreto legge non si dà impulso alla crescita e non si aiuta lo sviluppo del Paese». È netto e decisamente negativo il giudizio di Vincenzo Scudiere, segretario confederale Cgil con delega all'industria.

Il dispositivo che il ministro Tremonti ha portato in consiglio dei ministri proprio alla vigilia dello sciopero generale è un tentativo di rispondere alle vostre istanze?

Da una prima lettura, appare evidente che questo decreto legge è utile alla propaganda elettorale del governo ma, a parte alcune semplificazioni di procedure che sono apprezzabili, non corrisponde alle finalità dichiarate. Non si capisce con quali e quante risorse intendono finanziare la ricerca, per esempio. Nel provvedimento, poi, non ho trovato alcuna corrispondenza con le dichiarazioni del giorno prima riguardo le 67 mila assunzioni nella scuola di docenti e personale Ata: in realtà non ci sono numeri e quindi il decreto non dà alcuna risposta certa alle migliaia di lavoratori precari da riassorbire.

Si introduce il credito d'imposta per i nuovi assunti nel Mezzogiorno, non va bene?

Va sempre bene, ma per affrontare la crisi di un Paese che è in coda in Europa, con un tasso di disoccupazione tendenziale oltre il 18,4%, e punte fino al 40% al Sud, soprattutto tra giovani e donne, ci vorrebbero politiche più incisive.

Sembra che Tremonti voglia dare una mano alle piccole e medie imprese, è così?

In Italia c'è una crisi vera nel settore dell'edilizia: negli ultimi due anni si sono persi oltre 200 mila posti di lavoro, anche se una parte si è trasformata in lavoro nero. Per rilanciare l'edilizia ci sarebbe bisogno di investimenti infrastrutturali seri e di un vero piano casa, solo così si può aumentare la crescita nel settore.

Non basta?

Non basta ma anzi, si fa un danno al Paese. Perché il piano casa aumenta le cubature, mette in mora le competenze delle regioni e non risolve la priorità dei 150 mila sfratti previsti per quest'anno. Alle famiglie si dà l'illusione di poter trasformare un mutuo da tasso variabile a fisso senza dire che si dovrà pagare un onere subito. Velocizzando poi l'affidamento di opere pubbliche fino a un milione di euro senza gara d'appalto ed eliminando così la possibilità di avere regole trasparenti come chiediamo da tempo, non si fa altro che dare il via libera a una nuova speculazione del cemento. Insomma, così non si rilancia l'edilizia italiana, si aiuta solo l'edilizia selvaggia. Non è un aiuto alla piccola e media impresa, la si illude spingendola di fatto verso la speculazione.

Abusivismo/ Rosania, ex sindaco di Eboli

«È un assalto al territorio

In Campania sarà una giungla»

di Eleonora Martini

«Il decreto sviluppo? La prima impressione è di un vero e proprio assalto al territorio, come dire "siamo nella giungla". A mio avviso la semplificazione delle procedure dovrebbe passare attraverso un potenziamento e una crescita degli uffici territoriali competenti, non certo eliminando qualsiasi forma di controllo sull'area». Gerardo Rosania oggi è consigliere comunale di Sel a Eboli, ma da sindaco della sua città diventò quasi un simbolo della lotta all'illegalità e alla speculazione edilizia. Fu tra i primi ad avere il coraggio di abbattere, per rilanciare il turismo e lo sviluppo della costa del Sele. Tra il 1998 e il 2001 demolì 472 edifici costruiti dalla camorra sul litorale di Eboli.

Avete liberato l'area costiera, e poi?

Poi cercammo di intervenire anche sugli stabilimenti che privatizzavano tutta la spiaggia, invadevano il bagnasciuga e addirittura spesso entravano nel mare, su palafitte, anche per 20 metri. Adottammo un piano spiagge per disciplinare questo tipo di insediamenti turistici, cercando di definire il limite della concessione, ma fummo costretti a fermarci per la marea di denunce che ci piovvero addosso. Abbiamo vinto tutti i ricorsi amministrativi ma la sentenza assolutoria penale arrivò solo 5 anni dopo la mia legislatura. Nessuno ci ha mai più riprovato e oggi sono quasi tutti condonati.

E allora cosa pensa del decreto sviluppo?

La prima impressione che ho avuto è che questa normativa tende a sottrarre un pezzo del territorio al governo locale e a cristallizzare pericolosamente la situazione per 90 anni. Per esempio nella nostra costa, a sud di Salerno, in 20 anni il mare ha eroso circa 30 metri di bagnasciuga. Ora, davanti a questi fenomeni naturali bisognerebbe poter pianificare l'utilizzo delle aree demaniali e ricalibrare le concessioni.

Aumento della volumetria, permessi di costruzione facili, appalti senza gara: cosa prevede possa accadere dalle sue parti?

Una giungla, un vero e proprio assalto al territorio. Pensi che già ora, in Campania Sicilia e Calabria si concentra l'80% dell'abusivismo edilizio italiano. Figuriamoci dopo: posso sbagliarmi ma mi sembra che il governo confonda la necessità di semplificare le procedure con l'eliminazione di qualsiasi forma di controllo. Governare significa pianificare, non lanciare costruire e poi eventualmente bloccare chi non è in regola. I comuni non sono più in grado di controllare per le pessime condizioni finanziarie e per mancanza di personale, potranno intervenire solo dopo le denunce dei cittadini Perciò questa logica del silenzio assenso si trasformerà in «costruisci e fai quello che ti pare».

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