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E l'esilio anti-Silvio divide la sinistra
14 Marzo 2006
I tempi del cavalier B.
Non sembra l’argomento più grave di divisione del centrosinistra, ma certo che le reazioni allo sfogo di Eco sono significative. Da il Corriere della sera del 14 marzo 2006, con una postilla

L'esilio di Umberto Eco non piace né a Massimo D'Alema né a Piero Fassino. I due esponenti ds non hanno gradito la provocazione lanciata dallo scrittore qualche giorno fa, dal palco di un convegno organizzato a Milano dall'associazione «Libertà è Giustizia»: «Se dovesse vincere Silvio Berlusconi e tornassimo in un regime come quello degli ultimi cinque anni, io sarei pronto ad andarmene in esilio».

Col suo grido di dolore, d'altronde, Eco è l'ultimo di una schiera di intellettuali e politici che, già prima di lui, hanno minacciato l'esilio per motivi diversi: Tabucchi, Forattini, Consolo, Pannella, Battiato, Sgarbi... Ma al presidente e al segretario ds stavolta la frase pronunciata da Umberto Eco ha dato fastidio. D'Alema, giovedì sera, in un convegno a Torino ha bacchettato indirettamente lo scrittore: «Non mi piace chi dice che se vince Berlusconi se ne va in esilio perché c'è un regime.

Credo che si debba stare tutti qui a combattere. A parte che non tutti si possono permettere un esilio...». E ieri Fassino, intervenendo a Radio Anche Noi (trasmissione in onda sulle emittenti del gruppo Area) è tornato sul tema: «Quale che sia l'esito delle elezioni, nessuno deve pensare che andrà in esilio, né chi voterà per il centrosinistra né chi voterà per il centrodestra. L'Italia è un grande Paese, capace proprio per la sensibilità democratica dei suoi cittadini di vivere democraticamente quale che sia l'esito delle elezioni». Ma perché D'Alema e Fassino bocciano la minaccia d'esilio di Eco? «Perché i nostri politici sono a prova di bomba — commenta ironico Alberto Asor Rosa —. Sarebbero in grado di mantenere la calma anche se il Paese dovesse cadere nelle mani di un popolo di extraterrestri particolarmente feroce, che stupri bambini e donne... Loro sono corazzati contro ogni evenienza, l'indignazione morale non li sfiora più. Se uno dice che il regime berlusconiano non è democratico, si incavolano perché le ritengono affermazioni avventate. Sono spaventati dalla loro ombra, hanno paura di apparire troppo diversi da Berlusconi». In esilio, però, lo storico non ci andrebbe: «Non ho casa fuori. Credo che quello di Eco sia un ragionamento estremo che non tutti gli italiani sarebbero in grado di fare... Preferisco Borrelli: resistere, resistere, resistere».

Non capisce la reazione di D'Alema e Fassino neppure la scrittrice Lidia Ravera, vicina alla sinistra radicale: «Non si può dare dell'intollerante a una persona che si lamenta di questo centrodestra. Non si può pensare che i cittadini non soffrano. Forse nel gioco astratto della politica si sanguina meno, ma noi invece sanguiniamo. Abbiamo sofferto.

Quello che dice Eco è una mozione di fiducia verso il centrosinistra, e francamente non capisco la reazione di Fassino e D'Alema: dovrebbero sentire la responsabilità di non deludere chi li ha votati e li rivoterà. E per quanto mi riguarda capisco Eco, ma sono contraria all'esilio: anche se vince Berlusconi, conto di continuare a essere fastidiosa. Sono una ragazza combattiva».

Difende invece la posizione assunta dai due leader il deputato ds Peppino Caldarola: «Che significano queste dichiarazioni stizzite di esilio? Capisco lo stato d'animo, ma non comprendo l'andar via. E poi, forse, ragiono da antico militante politico: se si perde si resta. Tanto più se si è dirigenti di partito. Difficile immaginarsi un politico che in caso di sconfitta lasci il Paese. Fassino e D'Alema potevano rispondere solo così: hanno delle responsabilità politiche, loro».

A sorpresa, anche il regista Marco Bellocchio, candidato con la Rosa nel Pugno, sostiene le tesi dei due esponenti ds: «Penso anch'io che quella di Eco sia un'esagerazione. La puoi fare se sei un multimiliardario… Però io dove vado? Lui ha casa a New York, a Parigi, ma gli italiani medi dove scappano? E poi così si attribuisce a Berlusconi un'onnipotenza che non dovrebbe avere. Condivido dunque l'incazzatura dei due leader della Quercia: bisognerebbe resistere. Non ha alcun senso mollare».

Il filosofo Gianni Vattimo, invece, è sulla stessa linea di Umberto Eco. Anzi, annuncia a sorpresa: «Non più tardi del 20 gennaio scorso, trovandomi a Madrid per una laurea ad honorem, ho dichiarato a El País che chiederò la cittadinanza spagnola, viste le condizioni dell'Italia. Non lo chiamerei esilio, ma certo l'atmosfera che si minaccia di respirare qui da noi sarà ancora peggio. Anche se non vince Berlusconi: si scatenerà il partito democratico, a cui bisognerebbe aggiungere fin d'ora l'aggettivo "cristiano". Per quanto riguarda poi Fassino e D'Alema, la verità è che i leader ds sono diventati superconservatori: hanno sempre ostacolato l'idea di regime legata a Berlusconi. Mi ricordo ancora quando alcuni di noi andavamo in giro per il mondo a denunciarlo e loro a ribattere che dicevamo sciocchezze, demonizzandoci».

E con Umberto Eco si schiera anche la presidente di «Libertà è Giustizia», Sandra Bonsanti: «La sua era una battuta, legata al giudizio negativo di questi cinque anni. Capisco, ma non condivido, Fassino e D'Alema: loro fanno un discorso più politico, hanno delle responsabilità. Ma la paura di un altro "regime Berlusconi" c'è, e Umberto si rivolgeva soprattutto ai delusi che potrebbero non votare. Tutto qui».

Postilla

Neanch’io parlerei di esilio. Ma certo, se vincesse di nuovo Berlusconi, bisognerebbe constatare:

- che il Belpaese verrebbe ulteriormente distrutto, il disagio sociale crescerebbe, il costo della vita aumenterebbe, tutela della salute e formazione peggiorerebbero,

- che le teste e le coscienze degli italiani verrebbero ulteriormente imbarbariti da media sempre più mercificanti;

- che oltre la metà dei nostri concittadini sono soddisfatti o rassegnati da ciò che Berlusconi rappresenta ed esprime.

Credo che la tentazione di andare a vivere altrove sarebbe comune a molti, anche se non tutti potrebbero cederle.

Se invece vincesse Prodi bisognerebbe non solo rimanere, ma combattere: si aprirebbe infatti (speriamo!) una fase molto dura, e finalmente civile, di lotta contro il berlusconismo, la cui scomparsa certo non seguirebbe automaticamente alla sconfitta del personaggio da cui il vigente “pensiero unico” prende il nome.

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