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Attilio Bolzoni
E la grande fabbrica dei sogni si prepara a chiudere i battenti
12 Ottobre 2006
Il Ponte sullo Stretto
Dopo 150 milioni di euro e 126 kg. di carte, addio al ponte sullo stretto. Adesso tocca al Mose. Da la Repubblica, 12 ottobre 2006 (m.p.g.)

A questo punto saranno abbandonati al loro destino anche i pesci e gli uccelli. Chi scruterà più d´ora in poi le picchiate e le planate dei rapaci notturni sullo Stretto? E chi sarà mai più disposto a seguire, come hanno fatto illustri biologi con tanta e ben remunerata passione, i «flussi migratori dei cetacei» fra Scilla e Cariddi? Signore e signori è tutto finito, la grande fabbrica dei sogni sta chiudendo. Trentacinque anni e sette mesi di desideri e di smanie sono destinati ad affogare in un baule pieno di planimetrie, disegni, mappe, tavole, progetti, grafici.

Sono 126 i chili di carte. Lì dentro c´è tutta la storia del Ponte. Era stata annunciata come la più colossale opera del secolo, avevano promesso 40 mila posti di lavoro, qualcuno garantiva perfino che ci saremmo passati sopra nel 2012 o giù di lì. Per fortuna, c´è ancora il vecchio caro ferry boat che solca le acque fra la Sicilia e la Calabria.

Di sicuro ci sarà rimasto male qualche ornitologo svizzero, che non avrà più laute consulenze pagate dai contribuenti italiani per le sue sofisticatissime radar investigazioni nel cielo di Reggio. E malissimo ci saranno rimasti soprattutto tanti imprenditori del Sud e del Nord, uomini d´affari di Catania, mafiosi agrigentini e palermitani, proprietari di cave e di terre, di impianti di calcestruzzo e macchine per il movimento terra. Puntavano tutto su quella striscia di ferro e cemento che li avrebbe fatti diventare ricchi o ancora più ricchi. E invece, invece la Sicilia rimane ancora per un po´ un´isola.

Il Ponte ha già fatto i suoi primi orfani. Sono dodici ragazzi, sei siciliani e sei calabresi. Erano stati ingaggiati qualche mese fa per fare la guardia a quei due Infopoint - uno a Messina, l´altro a Villa San Giovanni - che la "Società dello Stretto" aveva aperto a fine primavera per promuovere «la meravigliosa idea di unire finalmente l´Italia». Il 29 settembre scorso i dodici vigilantes sono stati congedati. Tra non molto chiuderanno anche gli Infopoint. Fra Messina e Reggio resteranno solo le tracce di quell´avventura mai cominciata. Alla Camera di Commercio. Al catasto. Nelle segrete stanze di alcuni consigli di amministrazione. Negli archivi di polizia.

Si erano preparati tutti. Le imprese che dovevano fare il Ponte e quelle altre che se la giocavano per accaparrarsi i sub appalti. Già una mezza dozzina di anni fa alcuni boss di Palermo e di Agrigento avevano spostato le loro attività sullo Stretto, intrecciato alleanze con imprese locali, trasferito camion e ruspe in massa. Dopo qualche mese erano cominciate anche le grandi manovre sulle aree, quelle dove sarebbero dovuti sorgere i piloni.

Rampolli di facoltose famiglie della borghesia messinese, boss della ‘ndrangheta, professori universitari, finanzieri sospetti, tutti insieme in un intrico di società e di sigle per mettere le mani sui terreni. Sono stati tutti «schedati» e inghiottiti da una Banca Dati. Dal 2002 al 2005 sono state monitorate 3827 imprese in Sicilia e 2526 in Calabria, fatte visure su altre 3750 società, controllati 2279 personaggi del movimento terra e 146 delle cave, 9 fogli di mappe catastali passati ai raggi x e 7 mila particelle esaminate. Una montagna di informazioni che da Messina e da Reggio sono state trasmesse, anno dopo anno, alla procura nazionale antimafia.

Ma la vicenda del Ponte era iniziata prima, molto prima che i boss di Palermo o quegli altri della Locride e della Piana di Gioia Tauro cominciassero ad allungare il collo verso lo Stretto. Era iniziata ufficialmente nella primavera del 1971, data di nascita di quella "Stretto di Messina spa" che ha sognato e fatto sognare mezza Italia. Sono loro gli orfanini più orfani del Ponte. In tre decenni e mezzo sono riusciti a spendere 150 milioni di euro. E solo di carte. I conti del 2005 raccontano di 10 milioni e 767 mila euro usciti dalle loro casse, un milione e 237 mila in più dell´anno precedente. Gran parte per «prestazioni professionali di terzi», per pubblicità, per viaggi e trasferte, 78 mila euro solo per fotocopie e 48 mila solo per riproduzioni di foto e filmati.

Gli orfani in carne ed ossa della "Stretto di Messina spa" sono in tutto 85, tredici dirigenti e settantadue impiegati. Hanno elargito quattrini anche per commissionare nel 2005 un´«indagine psico-socio-antropologica sulla percezione del Ponte presso le popolazioni residenti nell´area interessata alla costruzione». Una volta sponsorizzati dai vecchi ras democristiani, coccolati dai nuovi padroni della Sicilia, la "Stretto di Messina spa" negli ultimi mesi si è ritrovata al fianco tutta la destra. Il governatore della Sicilia Totò Cuffaro per primo. E poi quel Raffaele Lombardo del Movimento per l´Autonomia, che un mese fa ha trascinato a Roma 5 mila siciliani che volevano il Ponte. Li ha anche portati a Messina, proprio sullo banchine dello Stretto. A protestare contro il governo. A minacciare rivolte. A gridare: «Noi lo facciamo lo stesso, noi lo facciamo da soli». È partita così l´operazione Ponte-fai-da-te. E sono sempre gli orfani irriducibili che l´hanno architettata. È di appena qualche giorno fa l´ultima «invenzione» del governatore. Ha creato l´ennesimo «ufficio speciale» alla Regione Siciliana. È l´ufficio per il Ponte. Ha come obiettivo ricercare fondi per finanziarlo.

In parte Cuffaro vorrebbe prenderli da quelli europei del programma 2007/2013, e poi cerca partner. L´ufficio per il Ponte avrà 5 dipendenti e tre o quattro consulenti «di altissimo livello». E sarà guidato da Salvatore «Tuccio» D´Urso. È un fedelissimo di Totò, che di lui dice: «Tuccio è la persona giusta per questo incarico: è uomo di inventiva e di lotta». Burocrate della Regione, alle ultime elezioni siciliane era candidato nell´Udc, il partito di Cuffaro. Trombato, l´hanno trasformato in una testa di ariete fra Scilla e Cariddi. E´ l´ultima disperata mossa per quel sogno che non deve finire mai.

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