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Giovanni Padula
Due sfide per Milano
27 Aprile 2011
Milano
Prendendo a prestito le analisi di un economista internazionale, si spiegano scelte urbanistiche invece del tutto arbitrarie. Corriere della Sera Milano, 27 aprile 2011 con postilla(f.b.)

Milano è una Metropoli che supera di gran lunga il suo perimetro amministrativo. È il motore della regione urbana con la più alta produttività in Italia: in un’area che unisce diversi territori provinciali, si concentra il 14%della popolazione italiana e quasi il 20%del prodotto interno lordo del Paese. Chi lavora o studia a Milano— nella parte più densamente abitata e connessa dell’intera regione urbana — sa bene che a fronte di non pochi svantaggi, inquinamento e traffico in testa, esistono convincenti opportunità di lavoro. Al punto da spingere molti italiani e immigrati a cercar casa dentro o attorno ai suoi confini.

Milano è una di quelle città a cui le grandi trasformazioni in atto— globalizzazione e nuove tecnologie che creano e distruggono posti di lavoro — assegnano una responsabilità importante: ricavare il massimo beneficio dalla vicinanza fisica tra le persone. Come spiega bene Edward Glaeser nel suo recente libro «The Triumph of the City» , l’uomo è una specie sociale: apprendiamo e mettiamo a frutto ciò che impariamo grazie al poter vivere e lavorare «vicino» a persone che hanno talento, qualità, competenze. Glaeser è un economista e sostiene con forza la tesi dei vantaggi dell’ «agglomerazione» : le imprese e gli individui sono più produttivi quando scelgono di stare vicini in aree molto dense.

È questa prossimità fisica che rende più facile la circolazione delle idee e la nascita delle scoperte e delle innovazioni. Negli Stati Uniti il 18%del prodotto nazionale viene dalle tre maggiori aree metropolitane. Saranno le grandi città, e Milano in Italia, a trainare il resto dell’economia fuori dalla recessione? Per interpretare bene questo ruolo, le grandi città e i loro amministratori hanno di fronte due sfide importanti: aumentare la densità con un’offerta di buone abitazioni a basso costo— senza perdere di vista il complesso equilibrio con la bellezza architettonica e la qualità della vita in comune — e prestare una attenzione smisurata alla qualità della scuola e del sistema universitario locale: è qui che nasce quel capitale umano che rende poi così attraente il processo di apprendimento dagli altri attorno a noi.

Due sfide che a Milano si materializzano da una parte nelle scelte sull’urbanistica e sullo sviluppo economico locale— pensiamo al modo non scontato in cui verrà applicato o rivisto il piano di governo del territorio approvato dalla giunta comunale — e dall’altra nelle scelte su come rilanciare il sistema dell’istruzione— pensiamo al ruolo della scuola pubblica o agli investimenti delle Università locali nella ricerca. Si tratta di terreni importanti su cui misurare le idee dei candidati sindaci alle amministrative del 15 maggio. Non dobbiamo aver paura di una Milano più densamente abitata, ma di una città che non sa più trasformare le forze dell’agglomerazione, lo stare vicini, in una crescita della produttività, della qualità dell’istruzione e delle opportunità che essa sa offrire.

postilla

Ha ragione, il professor Giovanni Padula, soprattutto in due punti del suo articolo: quando all’inizio ci ricorda come “Milano è una Metropoli che supera di gran lunga il suo perimetro amministrativo”, e poi quando verso la metà del pezzo osserva che Edward Glaeser è un economista. Si può partire da qui, e prendere per comodità ad esempio il capitolo del citato Triumph of the City proposto qualche mese fa sulle pagine di Mall: Il grattacielo salvezza della città. dove il pur colto professore di Harvard discettando qui e là sul tema delle densità urbane, dalla Chicago di fine ‘800, attraverso la classica Manhattan fino alle megalopoli asiatiche di oggi, dimostra orgogliosamente di ignorare qualunque atomo di disciplina urbanistica, perché ostacola inutilmente il libero dispiegarsi del sacro ciclo domanda-offerta. Il che andrebbe benissimo se poi non pretendesse appunto (è il senso del libro) di esprimere giudizi generali sulla città dai sumeri alle archistar del terzo millennio.

Ad esempio sviluppando interi paragrafi sulle meraviglie della domanda e offerta in rapporto alle densità, col calo dei prezzi, ma senza curarsi di distinguere fra destinazioni residenziali, terziarie, spazi pieni, spazi vuoti, insomma senza curarsi di distinguere fra una città e una operazione finanziaria: del resto, a lui la città interessa proprio ed esclusivamente da quel punto di vista.

E basta leggere il capitolo di Triumph of the City dedicato a Milano (e relativi riferimenti bibliografici) per rendersi conto che Glaeser esprime giudizi globali secondo un criterio a dir poco induttivo: lunghi cicli storici di sviluppo, letti prevalentemente se non esclusivamente nella prospettiva dei vincitori, nel caso specifico operatori finanziari, della moda, del design. Non certo degli abitanti, e neppure di tutti gli operatori economici che da lì se ne sono scappati a gambe levate da lunga pezza. E arriviamo alla questione urbanistica.



Milano, anche la Milano di Glaeser e Padula, è una regione metropolitana: come hanno osservato fino alla noia TUTTI gli osservatori della pianificazione territoriale e urbanistica recente (ovvero dagli anni ’80 della contrattazione privatistica al Pgt attuale) spicca fra le enormi lacune proprio lo stare chiusi a chiave dentro i confini comunali, salvo varie chiacchiere e distintivi: dalla “T rovesciata” della Grande Milano subappaltata ai grandi operatori, ai quasi involontariamente umoristici primi paragrafi del nuovo Documento di Piano , dove spicca fra i riferimenti teorici l’inconsistente modello della “città infinita”, elaborato su commissione da gente che di territorio non ne capisce nulla, e solo per vendere ai gonzi l’ennesima autostrada.

In definitiva: che ci azzecca l’urbanistica, il Pgt, con il bacino socioeconomico metropolitano e la città postmoderna, delle economie della conoscenza, cantata da Glaeser? Questo il professor Padula non ce lo spiega, a meno che tutto non trovi poi la sua bella ricomposizione nelle varie cittadelle della ricerca finanziate dagli speculatori su aree libere, che però dentro al Piano diventano “zero consumo di nuovo suolo”. Non vorremmo che economia della conoscenza sia economizzare appunto sulle cose che si vogliono sapere (f.b.)

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