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Umberto Mazzantini
Dubai, la torre di babele dell’iperconsumo
28 Novembre 2009
Articoli del 2009
Crollano anche le vetrine (trappole per gli allocchi) della globalizzazione capitalistica. Ma Proteo è ancora vivo. Greenreport, 27 novembre 2009

LIVORNO. "Bancarotta a Dubai" gridano oggi gli stessi giornali che solo ieri, accompagnando negli Emirati Arabi Uniti la visita di Silvio Berlusconi, magnificavano, con la complicità estasiata dei nostri ministri di turno, il bengodi arabo, le isole cementizie che si sporgono in fogge floreali nell'instabile Golfo persico (od arabo che dir si voglia), i grattacieli record, i pomodori coltivati nel deserto per le tavole di emiri che lasciano una scia di petrodollari, lo shopping mondiale in luccicanti ed esclusivi grandi magazzini planetari che hanno trasformato la Costa dei Pirati di antica memoria, i Trucial Staes occupati dagli inglesi, nel nuovo paese dei balocchi del lusso planetario che tanto vorremmo riprodurre nelle zone franche e nei casinò a cui bramano schiere di comuni e regioni italiani.

Ancora una volta (e fino all'ultimo) il nostro governo e gran parte dei nostri media hanno peccato di provincialismo, hanno scambiato le perline per la sostanza, il luccichio per oro puro. Che Dubai e gli altri 6 emirati fratelli stessero sprofondando nella sabbia di una crescita insensata che riassumeva in sé tutte le esagerazioni dell'ipercapitalismo era cosa nota, gli articoli sulla stampa internazionale si sono sprecati, ma qualcuno pensava che pur essendo crollato il palazzo dell'economia finanziaria di rapina, potesse rimanere intatta la sua vetrina sulle rive del Golfo.

Non è così e non era già così da un pezzo (come ha scritto più volte anche questo giornale) e ben prima che scoppiasse la bolla immobiliare che sta terrorizzando le borse mondiali e che sta svelando la fragilità di una "ripresa" che deve ancora fare i conti con le mine di cui il neoconservatorismo economico ha infestato il pianeta e la sua economia, pronte ad esplodere ad ogni minimo cambio di pressione.

Gli Emirati della cuccagna erano già in crisi da un bel pezzo, nessuno voleva e poteva più comprare le case sulle isole artificiali, gli alberghi si svuotavano per la crisi (ma anche per la cacca in mare), il mondo scopriva sempre di più che quel benessere si basava su un 90% di popolazione immigrata, senza nessun diritto politico e civile, ridotta praticamente in schiavitù che costruiva per gli emiri e per i turisti dello shopping planetario un mondo artificiale, una finzione da ricchi, un tentativo maldestro quanto arrogante di addomesticare l'ambiente con i petrodollari, magari investendoli anche in futuristiche città "verdi" e in progetti di energie rinnovabili. Il greenwashing della disperazione: solo qualche giorno fa il governo indonesiano ha chiesto ai suoi immigrati negli emirati arabi di ritornare a casa per sottrarsi ad uno sfruttamento che diventava ogni giorno più inumano con il progredire di una crisi che segna la fine del sogno filo-occidentale dei monarchi arabi.

Un greenwashing della dittatura, al quale purtroppo ha partecipato anche il nostro Paese facendo passare come moderati Paesi (Arabia Saudita in testa) dove la democrazia e i diritti umani sono un sogno e dove la condizione della donna è ben peggiore di quella del tanto criticato Iran e si avvicina più a quella delle donne afghane che un tempo dicevamo di voler liberare dal burka talebano, che gli è rimasto addosso anche con l'intervento Nato.

Le borse tremano, perdono, piangono, per quel che succede al già ammirato esperimento ambientale-finanziario nel deserto costiero degli Emirati, i pasciuti regnanti rimarranno comunque straricchi e assicurano le banche occidentali rimpinzate dei loro petrodollari, le multinazionali piene di loro azioni, gli investitori traditi dal crollo del sogno immobiliare e delusi dall'incubo dell'artificializzazione dell'ambiente e della costruzione di una società fittizia, che nasconde gli schiavi ed i prezzi ambientali, ingannati dall'assicurazione che sarebbe durata in eterno la società dello scialo e dello spreco di risorse esibito come modello da raggiungere in comodi voli di Fly Emirates, come ci ricordano le maglie di notissime squadre di calcio.

Il super grattacielo da 818 metri del Dubai World rischia di diventare la torre di Babele di una globalizzazione che aveva portato il mondo a parlare lo stesso linguaggio economico, ad usare gli stessi strumenti di rapina, a proporre un unico modello, le isole artificiali rischiano di diventare le polverose arche di Noè di un'ingordigia interrotta in un Paese piccolo e già miserabile che non sembra essere riuscito a gestire una ricchezza improvvisa, un tesoro energetico che comunque finirà, che non è riuscito a non soccombere alla maledizione del petrolio.

La guerra persa dagli Emirati e da Dubai non è quella guerreggiata di Saddam Hussein, è la sconfitta della più luccicante avanguardia di uno scatolone di sabbia che la globalizzazione e l'iperconsumismo avevano trasformato in un supermarket di lusso, è la sconfitta dell'idea che dollari e volontà, artifici economici e spregiudicatezza politica, potessero realizzare un mondo nuovo ed esclusivo basato su una colossale esclusione, sullo sfruttamento di una manodopera schiavizzata che doveva far nascere dalla sabbia un Paese nuovo anche nel suo ambiente, dove si reintroduce l'orice nel deserto e si nascondono centinaia di migliaia di poveri disperati che costruiscono mega-chiese e moschee, grattacieli girevoli, isole che potrebbero diventare la nuova piccola Atlantide della peggiore globalizzazione.

Qui il giornale online Greenreport.it

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