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Dritto e rovescio, tra le macerie
15 Dicembre 2010
Articoli del 2010
Tre articoli (di Norma Rangeri, Ida Dominijanni e Loris Campetti) sulla fiducia a Berlusconi e, soprattutto, sui segni di futuro. Il manifesto, 16 dicembre 2010

LA CODA VELENOSA

di Norma Rangeri



Il presidente del consiglio ieri è salito al Quirinale, ma per rilanciare se stesso e il suo governo. Anche se con solo tre voti, anche se con una maggioranza in crisi, anche se la sua è stata definita una vittoria di Pirro, Berlusconi ha battuto l'avversario e strappato la fiducia. Ora sarà lui a decidere quando buttare all'aria il tavolo per portarci alle elezioni. Con questa legge elettorale, con questo potere mediatico, con la forza della sua ricchezza.

E' evidente che questo governo camminerà sul filo. L'offerta platealmente esibita all'amico Casini, nell'emiciclo di Montecitorio, di sostituire il traditore Fini, per il momento è stata rispedita al mittente. Ma se non la stabilità, certo è confermata la leadership che ha combattuto per vincere anche questa scommessa.

Misurare il peso del voto parlamentare è semplice, basta immaginare cosa avremmo scritto se, invece che rinnovargliela, la Camera gli avesse negato la fiducia. Ancora di più pesa la reazione della piazza, esplosa di rabbia subito dopo la diffusione della notizia. Sulla grande manifestazione di Roma, di confortante partecipazione e inedita violenza, è calato il peso di un governo e di un potere che non avrà scrupoli nella cancellazione di ogni mediazione sociale, pronto a imporre la sua riforma dell'università (con l'aiuto del ministro dell'interno), indifferente alla contestazione giovanile, impermeabile alla gravità di una crisi segnalata ancora ieri dalle cifre allarmate della Banca d'Italia sulla diminuzione delle entrate fiscali e l'aumento record del debito pubblico.

Alle scene di una città messa a fuoco, corrispondeva lo spettacolo della corruzione, delle consorterie, delle cricche. Con la sfilata dei deputati appena conquistati che vanno a votare solo all'ultima chiamata per avere il palcoscenico sgombro e mostrare il rito dell'obbedienza.

Il voto di ieri è la coda velenosa di un sistema in crisi. Bisognerà mettere in campo l'antidoto e rinforzare gli anticorpi di un'altra politica.

IL PALAZZO E LA STRADA

«Dentro» e «fuori», la verità della fiction

di Ida Dominijanni



L'uomo cammina da solo lungo via del Corso, sono circa le tre del pomeriggio. Parla al telefono con l'auricolare, sta dando a qualcuno delle informazioni, dice «poi Casini ha fatto quella dichiarazione...» ma potrebbe parlare invece di Bossi, o di Fini, o di Berlusconi o di Scilipoti, l'eroe della giornata, o di chiunque. Fa freddo, molto, e la frase si gela nell'aria, senza significato. Giù in fondo, da Piazza del Popolo, sale fumo, nero. A terra tracce di tutto: berretti di lana perduti, tavolini da bar capovolti, sedie curvate, vetri rotti, pezzi di legno, portarifiuti finto '800 rovesciati, e sanpietrini in quantità per ogni dove, citazioni di una stagione che fu o forse opera prima, senza citazioni, di una generazione che di quella stagione non sa niente. L'uomo procede, non guarda, continua a parlare: di Casini, Bossi, Fini, Scilipoti o chissà chi. Frasi gelate che dicono la distanza, gelida, fra quello che è successo «dentro» il Palazzo e quello che succede «fuori». Ammesso che ci siano un «dentro» e un «fuori», e non piuttosto un diritto, la strada, e un rovescio, il Palazzo.

Dentro elenchi, somme, calcoli cifrati: il governo va sotto di uno, no, è in vantaggio di due, Guzzanti vota la sfiducia anzi no, non la vota, alla prima chiamata ne mancano dieci, si asterranno? no, aspettano di vedere se sono decisivi, votano alla seconda. Retoriche in gara: le metafore a catena di Bersani, le iperboli di Bocchino, i teoremi di Cicchitto inchiodati a Tangentopoli. Sventolio di bandiere tricolori per il vincitore redivivo, di fianco ai fazzoletti e alla cravatte verdi dei Padani. Agguato a Fini , «dimissioni!», all'uscita dall'aula: si regolano pur sempre i conti fra ex fascisti, che di modi ruvidi se ne intendono. Tutta la politica, quando vuole, se ne intende: compravendite, false promesse, conflitti all'ok Corral e ricomposizioni artificiali, alleanze fatte a pezzi, governi morti senza sepoltura che sopravvivono come spettri, «abbiamo i numeri, andiamo avanti», il tutto all'ombra del galateo istituzionale. Dove sta la violenza, «dentro» o «fuori»?

«Fuori» non c'è galateo. Non si ricorda a memoria un'invasione di campo a partita in corso come quella di ieri: studenti, precari, operai, terremotati, «rifiutati», cortei concentrici sul bordo del Palazzo. Mai come ieri, non c'era un «dentro» e non c'era un «fuori»: di qua e di là si giocava la stessa partita, «è ora di voltare pagina», e se dentro non ce la fate fuori ci sono i rinforzi. «Dentro», la pagina si è bloccata: «ho i numeri, vado avanti». «Fuori», non c'è posto per gli spettri: l'era berlusconiana va seppellita, per davvero, dai suoi prodotti più autentici: studenti senza università, terremotati senza casa, operai senza diritti, precari senza lavoro. Il diritto del rovescio. La verità della fiction. Piazza del Popolo, la parola fine sulla sceneggiatura scritta e diretta da Silvio Berlusconi.

Alle tre del pomeriggio «dentro» è tutto finito da un pezzo, pranzo compreso. «Fuori», Via del Corso non pullula di onorevoli. Saranno altrove, in via del Babuino, davanti all'Hotel De Russie, quello dove Tarantini preparava le ragazze per le cene a Palazzo Grazioli, e dove ora c'è la carcassa di una macchina bruciata? Non pullulano neanche lì. Le immagini di Roma bruciata impazzano sui siti e in tv, ma non è lo stesso che vederle dal vivo, e dal vivo non le guardano: il Palazzo è blindato, e non solo dalla polizia. Poi cominciano le geremiadi sulla violenza, i buoni e i cattivi, le proteste civili e quelle incivili. Il reale, però, non si lascia catalogare. Non tutte le fiction finiscono con l'happy end prescritto dall'autore. Qualche volta, finiscono a soggetto.

LA SOLITUDINE DEI BRAVI RAGAZZI

di Loris Campetti



Brucia piazza del Popolo, bruciano le strade di Roma, brucia la rabbia di decine di migliaia di studenti quando alle 13,41 viene annunciato il voto di fiducia a Berlusconi. Hai voglia di dire che tanto quello lì ha perso politicamente: i simboli sono importanti. E quella maledetta legge Gelmini fermata dalla rivolta delle scuole e delle università ora torna in campo. I tre voti che salvano il governo cancellano definitivamente la fiducia della piazza nella politica, cancellano il futuro di una generazione. E ne condannano un'altra alla precarietà. La stessa rabbia degli operai metalmeccanici arrivati da Padova o da Pomigliano che vedono il modello sociale di Marchionne puntare contro di loro come come i blindati della Polizia e della Finanza. Vedono tornare il panzer Sacconi lanciato a bomba contro lo Statuto dei lavoratori.

Quel voto del Palazzo, quel mercato sub-politico che umilia il Parlamento cambia l'umore della piazza, la protesta esplode e poche voci si alzano contro chi magari è arrivato organizzato in piazza, non invitato, per far casino. Nessuno prova pietà per qualche suv sfasciato sul Lungotevere, per una Jaguar che brucia, per i bancomat presi a colpi di sampietrini: sono simboli di un potere odiato oggi più di ieri, rappresentano anch'essi un modello diseguale, ingiusto, basato sul furto ai poveri, tanti, per dare ai ricchi, pochi. Goliardia? Non solo, e non soprattutto. Il blindato e qualche altro mezzo che bruciano tra piazza del Popolo, via del Corso e via del Babbuino non trovano solidarietà tra i giovani e giovanissimi che si affollano dietro chi resiste alle cariche della polizia. Quando un blindato tenta di sfondare il muro umano che, a differenza del Parlamento, sta sfiduciando Berlusconi ma viene ributtato indietro, parte un applauso corale. Questa non è goliardia, è rabbia di chi vede sfilarsi futuro e diritti e non ci sta.

Così brucia piazza del Popolo. La politica ha fallito, le istituzioni sono fuori, lontane, nemiche di queste ragazze e ragazzi così simili ai loro compagni di Atene o di Londra, che ieri hanno messo in campo la più grande manifestazione studentesca che il cronista, non più ragazzino, ricordi. Non hanno tutti contro, però. Con loro ci sono le tante Italie che resistono, e cominciano a incrociarsi. C'è la Fiom con il suo gruppo dirigente che chiede, insieme ai ragazzi, lo sciopero generale. Che se ci fosse stato avrebbe contribuito a farli sentire meno soli e meno lontani da tutte quelle rappresentanze che non rappresentano più, non svolgono più alcun ruolo di mediazione. Ci sono i terremotati dell'Aquila e il popolo avvelenato di Terzigno e Chiaiano, persino le «Brigate Monicelli», il popolo dell'acqua pubblica. Movimenti che dovranno intrecciarsi, meticciarsi, costruire insieme un percorso duraturo, perché domani è un altro giorno e bisognerà continuare il cammino insieme. Per questo è nato «Uniti contro la crisi» che ha promosso la manifestazione.

La piazza ondeggia sotto le cariche della polizia. C'è chi resta fuori dagli scontri, come gli operai della Fiom, perché non sono nel suo dna e punta da piazzale Flaminio verso il Muro torto per raggiungere la Sapienza. Ma alla fine la polizia sfonda, riconquista piazza del Popolo, si riversa sul piazzale mentre il fumo acre dei lacrimogeni intossica e fa crescere ancor più la rabbia. Un candelotto va a finire dentro il lungo sottopassaggio della metropolitana trasformandolo in una camera a gas. Sopra, nel piazzale, vola di tutto contro un blindato della Finanza, isolato e impazzito, una scena che nella memoria dei meno giovani richiama una dannata piazza di Genova.

Alle 13,41 è cambiata non solo la piazza ma anche l'atteggiamento di chi avrebbe dovuto garantire l'ordine: fino al voto, fino a davanti al Senato, confronti anche duri, ma senza volontà di precipitazioni. Poi la «difesa dei Palazzi» è diventata aggressiva, quasi alla ricerca dello scontro. Che alla fine, immancabilmente, è arrivato con tanto di fuoco, ragazze e ragazzi in fuga inseguiti dai manganelli.

I Palazzi hanno ignorato la protesta della piazza, hanno offeso la dignità di chi chiede quel che sarebbe giusto avere ma da oggi dovrà farci i conti. E sarà dovere di ogni organizzazione democratica costruire ponti con una generazione offesa ma determinata, e sostenere una battaglia per l'istruzione, la cultura, il lavoro, la giustizia sociale, che è una battaglia di civiltà e parla di diritti. Per costruire un'altra politica e differenti relazioni sociali, non mercificate, per pretendere giustizia sociale. Gli studenti sono in prima fila. Con loro ci sono altri movimenti, c'è un pezzo di Cgil. E gli altri dove sono?

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