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Marco Mancassola
Dritto e rovescio del vendolismo
31 Ottobre 2010
Sinistra
La sinistra ha trovato un leader all’atezza dei problemi; Le resta da trovare solo un’ideologia condivisa e un adeguato gruppo dirigente. Il manifesto, 31 ottobre 2010

Un pirata umanista si aggira per il paese. «Dice Marx che essere radicali significa andare alla radice delle cose, e alla radice di ogni cosa c'è l'essere umano», ha detto al recente congresso di Sinistra Ecologia Libertà. «C'è bisogno di un nuovo umanesimo», aveva detto già a settembre alla festa del Pd, citando un libro dell'ex-partigiano Alfredo Reichlin. L'iperliberismo che gira come una macchina impazzita, un'economia e un potere sempre più ridotti a tecnica nichilista - e Nichi Vendola col suo orecchino da pirata parla di umanesimo. Di una vita umana indisponibile alle centrifughe del mercato. Un visionario? Un illuso? Un leader coraggioso o un bravo paroliere?

Speranze e incognite intorno a quest'uomo hanno avuto un'impennata dalla scorsa primavera. Dalla rielezione come governatore, una serie di apparizioni pubbliche e di comizi in tutta Italia ha segnato un crescendo di carisma comunicativo. «Ho seguito il suo discorso per radio. Un nodo in gola dopo l'altro», mi ha scritto una conoscente all'indomani del congresso di Firenze.

È l'effetto che fa a molti Nichi Vendola. Un senso di improvviso ritrovamento. «Ci siamo smarriti e ci siamo ritrovati», ha sussurrato lui sul palco di Firenze. Smobilitare l'emotività di sinistra dopo due decenni di grande gelo non è impresa facile, ma la retorica di Vendola ha sviluppato, a questo scopo, un'impressionante potenza di fuoco. Nel suo tipico discorso, senza gobbo e senza appunti, il governatore sa scegliersi gli interlocutori: che sono di volta in volta il senso civile, il cuore e la testa di chi ascolta. Ethos, pathos e logos. Il linguaggio è suggestivo: vecchi termini da apparato comunista e altri da parabola evangelica, metafore poetiche e citazioni letterarie recenti, citazioni di canzoni e termini sociologici, parole sofisticate - come il celebre "ultroneo" pronunciato in più occasioni - e termini popolari - l'altrettanto celebre "vaffanculo" a Gasparri.

Ci sono parole sterilizzate da anni di berlusconismo. A una su tutte, "libertà", Vendola vorrebbe restituire peso legandola ai temi dello scontro sociale. A Padova, quest'estate, al festival di Radio Sherwood: «Il capolavoro del berlusconismo è stato aver compiuto la separazione di due parole che nel Novecento si erano intrecciate, lavoro e libertà». Questione ribadita in più occasioni. Fino al congresso di Firenze, rispondendo a distanza alla dottrina neomanageriale di Marchionne: «Il lavoro nell'epoca premoderna era pietra di scarto, nella modernità è diventato pietra angolare, misura di civiltà e democrazia. Da qui non possiamo fare marcia indietro, dobbiamo piuttosto fare marcia avanti».

A completare il quadro c'è un sottotesto di suggestioni spirituali. È questa la parte che irrita di più a sinistra, ma anche la componente che fa vibrare a fondo il racconto vendoliano, fornendone la tensione visionaria. Quindi, per sdrammatizzare, improvvisi lampi di ironia e un felice intuito pop: come quando, a Firenze, ha chiuso citando una canzone di Battiato. «Vorremmo dire a ogni persona che ci prenderemo cura di lei».

La suggestione del linguaggio sembra per Vendola una sorta di rompighiaccio, uno strumento per far breccia nell'auditorio e aprire la strada alla possibilità di nuove sintesi. Si può amare la famiglia tradizionale e accogliere quella alternativa, si può essere omosessuale e ispirarsi alla morale evangelica, si possono citare Gramsci e Aldo Moro, Fassbinder e Tonino Bello, si può essere radicali e dialogare a tutto campo, si può essere agguerriti contro i sostenitori del liberismo e restare perfettamente non-violenti. Gandhi rimane una stella polare dichiarata.

A proposito di sintesi. Prima del congresso di Sinistra Ecologia Libertà, la mia ultima volta a Firenze era stata per il Forum Europeo dei movimenti nel 2002, quello contro cui si era scatenata la Fallaci. Ed era proprio da quella volta che non vedevo una tale sintesi di presenze e di facce umane. Pacifisti e ambientalisti, ragazzi new global e vecchie stelle della sinistra, femministe e cattolici sociali, sindacalisti e cani sciolti. Militanti fedeli alle strutture e giovanissimi cresciuti nella socialità liquida del web. Il lavoro sincretico di Vendola si fa sempre più inclusivo. Anche se in questo quadro ecumenico non mancano le incrinature.

A volte, sotto la pioggia di ovazioni, viene il sospetto che il leader sia un poco solo. Chissà se davvero tutti accettano le sue sintesi. Quando parla di Israele, quando mette sullo stesso piano i diritti di Israele e quelli dei palestinesi, davvero tutti sono disposti a questa equidistanza?

Sul fronte degli scettici, c'è chi prova fastidio per le acrobazie linguistiche. Chi lo accusa di troppa poesia e pochi fatti. Chi lo accusa di essere pasoliniano - lo ha fatto Miriam Mafai - come se la cosa fosse sinonimo di scarso realismo. A volte i discorsi di Vendola suonano come un assolo di free jazz. Bellissimi e imprendibili. Sullo sfondo resta la differenza, per usare una vecchia distinzione di Umberto Eco, tra persuasione e suasione. Retorica costruttiva o spire di fumo?

A Nord, ci si chiede se Vendola saprà parlare agli imprenditori padani. Se saprà parlare a un elettorato sedotto dal discorso molto più livido, ma in qualche modo altrettanto caldo - un discorso che esprime insieme "rancore e calore", secondo una definizione di Gianfranco Bettin - della Lega. In realtà qualche incursione c'è già stata. Come quella al convegno di Confindustria di Vicenza, a giugno, dove Vendola ha sfoderato un tono affabile eppure poco accomodante, strappando applausi.

Ciò che forse manca, a questo punto della parabola vendoliana, è completare la forza simbolica delle parole. Non tutti ricordano l'impegno di Vendola nell'antimafia, il pacco-bomba sotto il palco, le missioni a Sarajevo, non tutti conoscono il lavoro fatto nella sua regione, le politiche energetiche. Il rischio è restare confinato allo stereotipo del bravo oratore. Grandi parole, ma saprà governare? Andare a Pomigliano e a Melfi sono atti extra-verbali di forte impatto. Ne servono di ulteriori. Anche Gandhi ebbe la sua Marcia del Sale. Qualunque forma prenda, qualunque cosa sarà, la grande marcia di Nichi dovrà essere verso il Nord e verso chi lo considera poco più di un paroliere.

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