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Ida Dominijanni
«Drammatizzare lo scontro»
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Una sintesi del dibattito sulla "riforma" della Costituzione, redatto dalla coordinatrice del convegno del Centro studi per la riforma dello Stato. Da il manifesto del 9 marzo 2005

Drammatizzare. Bisogna drammatizzare la posta in gioco, il conflitto, il risultato che si vuole ottenere, se si ha a cuore la qualità della democrazia italiana: bocciare col referendum la riscrittura della Costituzione che il centrodestra sta facendo in parlamento. E che porterà a compimento, perché sua è la maggioranza, suo il calendario, sua la scelta di quando approvare in senato il testo emendato alla camera - prima delle regionali, se la Lega ne ha bisogno - e di quando fissare il referendum - magari non prima ma dopo le politiche del 2006.

In parlamento, l'opposizione è impotente: «in commissione noi contestiamo ogni articolo, loro tacciono e votano», questa è la situazione descritta dal capogruppo ds Gavino Angius. Seminario fra costituzionalisti e politici organizzato dal Centro studi per la riforma dello Stato: due ore di discussione intensa e senza rete. Alla drammatizzazione invita già il presidente del Crs, Mario Tronti. Tutti gli altri, giuristi e senatori, accettano l'invito senza riserve. Unanime è infatti il giudizio sul progetto di revisione della Cdl: un' aggressione alla storia e alla pace costituzionale, secondo Andrea Manzella; un mutamento di regime in cui ne va della democrazia, secondo Luigi Ferrajoli; una svolta in senso non democratico e non liberale, secondo Umberto Allegretti. Meno unanime, si capirà via via, è l'idea di come argomentare la battaglia referendaria: perché se gli argomenti contrari alla riforma sono comuni, sul che fare della Costituzione del `48, se difenderla e basta o proporne una revisione diversa da quella del centrodestra, e quale, a sinistra ci si divide come ormai da una quindicina d'anni in qua.

Perché la riforma sia da respingere in toto si sa, e comunque Manzella ne illustra uno per uno tutti i punti che, presi insieme, fanno saltare ogni garanzia costituzionale: un bipolarismo «feroce», un parlamento derubricato a mera funzione consultiva del governo come nel Medioevo, un premier che assomma tutti i poteri («quelli del presidente americano e quelli del cancelliere tedesco», sintetizza Leopoldo Elia), un presidente della Repubblica e una corte costituzionale alterati, la magistratura privata della sua autonomia. Massimo Luciani sottolinea: con questa riforma il potere di revisione passa anch'esso nelle mani della maggioranza; il procedimento legislativo diventa impraticabile; i diritti fondamentali, regionalizzati, diventano ineguali. Vere e proprie frane dell'equilibrio sociale, oltre che istituzionale, che non dovrebbe essere difficile «comunicare» all'opinione pubblica nella battaglia referendaria. Purché ci si arrivi, dice Elia, «con meno ingegneria costituzionale e più costituzionalismo».

Il che vuol dire con una sana autocritica, domanda senza mezzi termini Ferrajoli, di come il problema della Costituzione è stato affrontato nell'ultimo quindicennio anche nella parte maggioritaria del centrosinistra. Che non solo ha via via partorito progetti di revisione simili anch'essi improntati alla governabilità e alla personalizzazione della leadership. Ma più in profondità, argomenta Mario Dogliani, ha subordinato la revisione dell'ordinamento alla risoluzione del problema della forma della coalizione, dei rapporti fra i partiti al suo interno, della costruzione della leadership: cruciale e imperdonabile confusione fra il piano istituzionale e il piano politico. Confusione analoga a quella che, secondo Pierluigi Petrini della Margherita, ha fatto sì che nei primi anni `90 si attribuisse alla revisione costituzionale il potere di risolvere il terremoto politico della transizione. Senza peraltro arrivare neanche ad arginare con adeguati correttivi istituzionali il mutamento innescato da quel terremoto. Sicché il maggioritario ha fatto fuori molti dei vecchi dispositivi di garanzia senza che ne venissero inventati di nuovi. E il parlamento, tanto per parlare dell'istituzione che più uscirebbe compromessa dalla riforma della Cdl, già adesso e non da adesso, sottolinea Massimo Villone, si trova a essere esautorato di molti suoi poteri.

Che fare dunque, oltre che bloccare la riforma della Cdl? Attestarsi sulla difesa della Costituzione del '48 è secondo i più l'unica strada percorribile(«resistenza costituzionale», la chiama Domenico Gallo). Non così però secondo Gavino Angius. Che pure è convinto che «la posta in gioco storica e politica di fondo» della riforma costituzionale sia stata sottovalutata a sinistra; ma sostiene - e come lui Antonio Cantaro - che una pura posizione di resistenza sarebbe perdente, e significherebbe «dire che per vent'anni abbiamo preso solo un grosso abbaglio» con le ipotesi di riforma via via avanzate. Il fatto è che la direzione di una riforma alternativa a quella della Cdl è tutt'altro che chiara e condivisa. Sostiene Angius che un punto di mediazione, nel centrosinistra, è stato ormai raggiunto e si chiama bozza Amato. La stessa di cui Ferrajoli aveva chiesto, «per carità di patria, di non parlarne più».

La relazione di apertura di Mario Dogliani

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