loader
menu
© 2022 Eddyburg
Furio Colombo
Dove vola l’avvoltoio
11 Marzo 2007
Articoli del 2007
Dietro il voto sull'Afghanistan, l'ennesimo durissimo attacco ad una democrazia fragile degli animal spirits del berlusconismo. Da l'Unità, 11 marzo 2007 (m.p.g.)

«Berlusconi non aspetti neanche un minuto a provocare la caduta del governo Prodi e il ricorso a nuove elezioni perché la promessa che aveva fatto fin dall’inizio di non lasciare spazio ai comunisti sta per essere contraddetta (dal probabile voto della Cdl a favore della missione italiana in Afghanistan, ndr) in maniera tale da far pensare che l’intervallo berlusconiano sia servito ai comunisti per assestarsi nel migliore dei modi. Noi - quelli che amano l’Italia - vogliamo dimostrare che non è così e vogliamo farlo subito. Siamo pronti a combattere subito».

È l’articolo di fondo, pag. 1, apertura, de Il Giornale organo personale di Berlusconi, il giorno 9 marzo.

L’autrice è Ida Magli, che forse ha lasciato allibito lo stesso direttore di quel quotidiano. Ma ha avuto il sostegno autorevole per trasformare uno sfogo febbrile e concitato nella voce ufficiale della destra di Berlusconi sul giornale di Berlusconi.

Da notare la parola «combattere» che, come si vede dal contesto, non è una metafora.

Sono importanti anche altri due passaggi di questo testo di cui «Radioparlamento» (Rai) ha dato lettura integrale spiegando che conteneva «importanti valori sociologici» (9 marzo, ore 9.08).

Il primo: «perché di questo si tratta con l’attuale governo, del comunismo, in tutte le decisioni già prese e in quelle da prendere. È lo Stato comunista. E il comunismo non può governare se non come Stato di polizia».

Il secondo: «Non lo vedono (i politici di destra, ndr) che i giovani girano a vuoto fino al punto di ammazzarsi con l’unica arma che possiedono? I politici hanno fatto una legge per vietare la violenza negli stadi. Pensano davvero che combattere per la propria squadra sia “stupido” oltre che illegittimo? Ma per cosa devono combattere questi giovani, con che cosa si possono identificare se non gli è stato messo davanti altro valore che il calcio?».

Il manifesto combattentistico (e la macabra celebrazione dell’omicidio dell’ispettore Raciti) pubblicato con solennità dal quotidiano personale di Berlusconi non gira a vuoto. Appare il perno di una strategia, una febbre lucida di distruzione della vita italiana che la parola “guerra” inietta nelle vene berlusconiane come una droga. No, i talebani non c’entrano e neanche gli alleati americani. Scherziamo? I nemici sono - ci spiega Libero pag. 3, articolo di Fausto Carioti lo stesso giorno - «Romano Prodi, Massimo D’Alema, Arturo Parisi e Piero Fassino (che) con ogni probabilità proveranno a mettere la testa sotto la sabbia, incrociare le dita, continuare a dire che la nostra era e resta una missione di pace e sperare che non ci scappi il morto. Sta alla Casa delle libertà inchiodarli alle loro responsabilità: siete pronti ad ammettere che i militari italiani in Afghanistan sono in guerra contro i talebani? Se, come è assai probabile, Prodi si dichiara contrario a mettere i nostri soldati in assetto di guerra, metterebbe in gioco, per la sua sopravvivenza politica, la vita dei nostri soldati».

Vedete dunque dove vola l’avvoltoio. Vola in cerca di cadaveri da poter depositare, con bandiera e tutto (e la più cinica finzione di patriottismo), davanti a Palazzo Chigi come strumento (pensate all’orrore di questa parola) per rifare elezioni già in parte misteriosamente taroccate e comunque rese “malate” dall’esito (due Camere elette con due leggi diverse e dunque con due maggioranze diverse) dalla legge-porcata di Calderoli. Una grave, drammatica questione internazionale viene dunque usata come espediente per salvare, tutto insieme, legge Cirielli, prescrizioni, condoni, Mediaset, processi in cui l’ex premier è tuttora - e più che mai - imputato, conflitto di interessi, affari personali, la cosidetta riforma giudiziaria Castelli che spazza via il potere giudiziario, tutte le leggi ad personam che si possono ancora fare, magari spartendo un po’ di benefici anche con altri imputati di crimini vari, tipo Mitrokhin, Sanità, intercettazioni illegali, tutte imprese di bravi compagni di strada.

Ricordate Nassiriya e l’oltraggio che si levava quando qualcuno metteva in dubbio la possibilità di una missione di pace in cui i soldati italiani erano sottoposti agli ordini di due armate in guerra? Ricordate la strage di base Maestrale (Animal House) portata a termine senza difficoltà dai terroristi perché, a difesa di quella base, non vi erano neppure gli ostacoli in cemento detti “panettoni” che si usano nel traffico italiano? Si levava stentorea, a quel tempo, la voce del ministro della Difesa Martino intento ad affermare ciò che adesso la stampa del suo regime nega risolutamente (che si tratti di missioni di pace). Resta il fatto che i soldati italiani nell’era di Berlusconi venivano inviati a scortare (cioè precedere) pesanti convogli militari inglesi con l’unico vero compito di scoprire se vi erano bombe o mine sul percorso, esponendosi al pericolo di saltare in aria.

E infatti sono saltati, in aria, gli italiani, e morti, per “aprire la strada” ai mezzi di guerra inglesi. Erano piene di fierezza le dichiarazioni di chi andava a passare in rassegna i nostri militari in missione di pace e ritornava precipitosamente in Italia due ore dopo. I “nostri ragazzi” intanto andavano in pattuglia su blindati leggeri senza torretta, il militare addetto all’arma esposto fino ai fianchi.

E qualcuno forse, nonostante la concitazione di guerra che imperversa tra i falchi di Berlusconi, ricorderà che il maresciallo Cota, di pattuglia su un elicottero senza portelloni e senza difese, è stato facilmente colpito e ucciso da terra mentre accorreva a sostenere l’azione di combattimento di un’altra unità di volenterosi (soldati romeni).

Ma se il dibattito fosse di politica internazionale, allora si saprebbe che Camera e Senato americani sono in rivolta perché non riconoscono le strategie fin qui seguite, dal loro isolato presidente, e si interrogano sul quando e come e con quale esito guerre di questo genere possono finire. E invece di farsi prendere dalla frenesia bellica, si stanno interrogando, insieme a tutta l’opinione pubblica di quel Paese libero, sul perché i soldati reduci dall’inferno Iraq e dall’inferno Afghanistan, quando sono feriti e quando sono menomati, vengono abbandonati in altri inferni, pieni di sporcizia e di topi, detti “ospedali militari”. Il più scandaloso, ci dice la libera stampa americana (che non deve fare i conti con il conflitto di interessi di nessuno) è il «Walter Reed» di Washington che abbiamo visto in tanti film di guerra.

Ma questo non è un dibattito sulla politica internazionale e - spiace deludere i colleghi senatori Turigliatto e Rossi - non è neppure un dibattito sulla pace e sulla guerra.

In quel dibattito tutti i Paesi civili scambiano voti e persuasioni, perché i confini fra maggioranza e opposizioni, specialmente quando il pericolo è vero e il dramma è da un lato come affrontarlo e dall’altro è come uscirne, non sono netti e non sono tracciati una volta per tutte, sia perché cambiano gli eventi sia perché cambia o può cambiare la politica. Per esempio - come abbiamo detto - la politica americana sta attraversando un cambiamento molto grande. E infatti la distanza tra la politica che ispira adesso tutto il Parlamento americano (Camera e Senato) e la febbre di guerra che agita il mondo berlusconiano si è fatta grandissima.

Ma questo - bisogna ripeterlo - non è un dibattito di politica estera. Per quel dibattito sia Prodi che D’Alema hanno già dato risposte dignitose, ferme e necessarie. E la tipica frase della destra (vecchia come le guerre napoleoniche): «far mancare il sostegno ai nostri soldati» oppure «non abbandoneremo i nostri soldati» è priva di senso perché non sono i soldati che chiedono aiuto alla politica (senza decisione politica i soldati non vanno in nessuna guerra) ma è la politica che - una volta decisa una guerra - chiede aiuto ai soldati.

No, questo è un percorso di trappole e tagliole per tentare di liberarsi di un governo che - nonostante ostacoli e tentativi dell’ultimo momento, nonostante le corse pazze di Berlusconi in tutte le televisioni e i programmi sportivi e porno della Repubblica - è stato democraticamente eletto e sta tentando di ripristinare dignità e legalità in un Paese duramente manomesso, a cui stava per essere sottratta persino una parte importante della Costituzione e la libertà dei giudici.

Dunque il voto è ancora una volta per o contro Berlusconi, per o contro politica e dialogo invece di violenza e potenza, per o contro un nuovo filo di comunicazione e reciproco sostegno con il Parlamento dei democratici anti-guerra appena eletto negli Stati Uniti e già molto determinato a non continuare nel percorso Bush-Cheney, dietro cui continua a trottare solo Berlusconi.

Può essere utile ricordare le parole citate all’inizio di questo articolo, l’articolo di fondo de Il Giornale firmato da Ida Magli. Il fatto importante non è se la firma sia o non sia autorevole. Il fatto importante è che, avendo la Magli scelto di scrivere un articolo paleo-fascista in cui il nemico è il comunismo, il condottiero è Berlusconi, l’uomo da abbattere è Prodi, e il valore centrale è il maschio che sceglie la guerra e l’appello a combattere, quell’articolo è diventato un editoriale. Sul giornale personale di Berlusconi. Dunque il proclama della metà dell’Italia che dice di rappresentare. Sarebbe un errore riderci sopra. Infatti quell’articolo interpreta bene ciò che avviene ogni giorno al Senato, la violenza degli insulti e il tripudio da stadio (quello stadio di morte esaltato dalla Magli) in caso di vittoria.

Chi vorrà dare il suo voto a questa gente, ovvero negare il sostegno a Prodi, e poi dire di avere dato un “voto di pace”?

ARTICOLI CORRELATI
14 Settembre 2008
30 Dicembre 2007

© 2022 Eddyburg