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Luigi Gianni; Settembrini Barbacetto
Dove governa il centrosinistra
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Da Diario del 20 maggio 2005 questa “inchiesta vecchio stile”. Esplorando l’Italia, gli eventi locali gettano ombre sui cuori degli elettori del centro-sinistra

1 A che serve vincere, se poi...

Dialogo immaginario, ma non troppo, tra due elettori del centrosinistra.

di Gianni Barbacetto

Elettore A: A che serve vincere, se poi i nostri, appena riconquistata la maggioranza, si comportano come quelli del centrodestra? A che serve presentarsi con sigle e bandiere alternative, se poi, dopo la vittoria, arrivano gli stessi metodi degli sconfitti - e spesso gli stessi uomini?

Elettore B: Ma cosa dici? Tu geli gli entusiasmi proprio adesso che stiamo vincendo, proprio ora che il centrosinistra non perde un’elezione da anni, in un momento in cui si vede finalmente la possibilità di battere definitivamente Silvio Berlusconi?

Elettore A: Ma siamo sicuri che questo modo di fare politica, accogliendo tutti i transfughi e facendo propri i metodi dell’avversario, non sia il modo migliore, dopo aver vinto europee, regionali e amministrative, per perdere le elezioni politiche?

Elettore B: Sei un inguaribile guastafeste. Sono quelli come te che, sputando veleno sui ?nostri?, danno una mano all’avversario in rotta e ci fanno perdere?

Chi ha ragione? L’Elettore A o l’Elettore B? Per saperlo non resta che fare un giro d’Italia e raccogliere le storie del centrosinistra tornato al potere, tenendo ben presente che le considerazioni di opportunità politica non possono mai fermare l’analisi dei fatti.

Certo, a Catania non è andata come il centrosinistra sperava. Umberto Scapagnini, il sindaco-medico di Silvio Berlusconi, ha fermato la sequenza delle sconfitte, anche se - come spiega Enrico Deaglio a pagina 7 - a vincere non è stata Forza Italia, ma i colonnelli siciliani di Udc e An, Raffaele Lombardo e Nello Musumeci, che ora tengono in pugno i loro capi romani. Certamente non è servita a Enzo Bianco, lo sconfitto, la trasmigrazione dalla sua parte del rettore dell’Università di Catania ed ex Forza Italia Ferdinando Latteri. Comunque, al di là del valore simbolico che si è attribuito alla sfida di Catania, resta il fatto che in tutta Italia, 16 regioni su 20, governa ormai il centrosinistra. Come? Con quali uomini? Con quali metodi?

Il vecchio e il nuovo.

Si è molto scritto, nelle ultime settimane, sui malumori provocati a Bologna dal sindaco Sergio Cofferati e in Puglia dal neopresidente Nichi Vendola. Cofferati solo nel 2002 era il grande leader della sinistra nuova, capace di portare in piazza 3 milioni di persone. E ora, diventato sindaco di una media città italiana, è contestato perfino dal suo ambiente di provenienza, quello del sindacato. A Vendola invece è stato sufficiente un mesetto per perdere l’aura sacrale del vincitore contro ogni previsione, comunista e poeta, cristiano e gay: molti dei suoi sostenitori gli hanno contestato di aver affidato l’assessorato regionale alla Sanità ad Alberto Tedesco, ieri socialista e oggi portatore di un voluminoso conflitto d’interessi nel settore ospedaliero.

Ma non basta. Accanto ai due casi che hanno bucato le cronache nazionali, ce ne sono tanti altri, più piccoli ma perfino più significativi. E allora conviene partire da Verona. Qui, nel Nordest berlusconiano e leghista, è iniziata la svolta, quando nel giugno 2002 la città è stata strappata, a sorpresa, a una Casa delle libertà che sembrava ancora invincibile. Era il primo granello di una frana. E oggi? Oggi il sindaco che nel 2002 ha fatto il miracolo, Paolo Zanotto, ha rotto con il suo assessore al Bilancio, Angelo Marangoni, che non ha potuto far altro che dimettersi. Chi lo ha subito sostituito? Giancarlo Frigo, ex segretario provinciale dell’Udc e soprattutto ex assessore al Bilancio delle precedenti giunte di centrodestra: garanzia di continuità e rassicurazioni, dicono i critici, nei confronti dei moderati, ma anche dei poteri forti e delle banche che stanno finanziando le iniziative del Comune, ottenendo in cambio immobili pubblici.

Altrove invece il centrosinistra sta andando in crisi per eccesso di discontinuità: a Mantova, per esempio, isola di sinistra che ha resistito, accerchiata, anche negli anni del berlusconismo trionfante. Ora che tutto attorno il centrodestra scricchiola, a Mantova s’infrange l’unità a sinistra. Fiorenza Brioni, Ds, è diventata sindaco nell’aprile 2005, succedendo al potentissimo compagno di partito Gianfranco Burchiellaro, che per dieci anni aveva guidato la città. Candidatura difficile: la scelta di Brioni era stata fatta dopo interminabili riunioni e furibonde discussioni in cui i “continuisti burchiellariani” e i “rinnovatori” di area Arci erano quasi giunti alle mani. Motivo del contendere: i piani di lottizzazione (quasi 2 milioni di metri cubi di cemento) avviati dalla giunta Burchiellaro con la formula dell’urbanistica contrattata con i privati; e i progetti di centrali energetiche (dopo quella a turbogas da 780 megawatt di Enipower, ora arriva quella Ecogen da 150 megawatt). Dopo aver vinto le elezioni, Fiorenza Brioni ha voluto dare un segnale di rottura con il passato e ha lasciato fuori dalla sua giunta l’uomo forte delle gestioni Burchiellaro, ovvero Stefano Montanari, già assessore al Bilancio e all’Urbanistica, fortemente avversato da Rifondazione comunista, da sempre all’opposizione. Il partito di Fausto Bertinotti aveva corso da solo al primo turno, presentando come candidato sindaco Matteo Gaddi, fierissimo oppositore di Burchiellaro e delle centrali energetiche, che però al ballottaggio aveva sostenuto Brioni, ottenendo in cambio una promessa di assessorato. Risultato: alla prima riunione del Consiglio comunale, quella d’insediamento della giunta, sei consiglieri Ds (quelli che fanno riferimento a Burchiellaro) su dieci eletti non si sono presentati; assenti anche due della Margherita e tutta l’opposizione. È mancato così il numero legale e la giunta non ha potuto essere varata. Sarà per la prossima volta, con un difficile equilibrio da ritrovare.

Ritorno al passato.

Storia simile a Firenze. Qui la scontata riconferma del sindaco Leonardo Dominici (la Fed ha portato a casa il 57 per cento dei voti) si è accompagnata alla ripresa di un vecchio progetto: la costruzione del quartiere Castello sull’area della Fondiaria, che nel frattempo è passata di mano ed è stata conquistata da Salvatore Ligresti. È una vicenda che ha più di vent’anni. Nei primi anni Ottanta la Fondiaria, storica compagnia d’assicurazioni fiorentina, acquistò 168 ettari vincolati a verde. Una mossa lungimirante, perché sull’area si cominciò a progettare la costruzione di un nuovo quartiere residenziale, reso possibile da quella che fu chiamata la variante Fiat-Fondiaria.

Varata nel 1983 dal sindaco democristiano Lando Conti, provocò un dibattito lacerante dentro il Pci, che nel 1985 conquistò Firenze. Quando nel partito stavano per trionfare gli “innovatori” contro i “premoderni”, fu il segretario nazionale Achille Occhetto in persona a bloccare tutto, con una telefonata che nel giugno 1989 congelò il progetto. Ora, limati un po’ i volumi, Dominici resuscita il piano. Il 26 aprile ha firmato con Salvatore Ligresti il piano urbanistico esecutivo che prevede l’edificazione di 1 milione e 400 mila metri cubi, la più grande operazione immobiliare del dopoguerra a Firenze. “Una cementificazione pesantissima che non risponde a nessuno dei bisogni reali della città”, secondo Ornella De Zordo (della lista filo-Girotondi) e Monica Sgherri (di Rifondazione comunista).

A Milano le divisioni sono invece interne alla Margherita, anche se poco visibili all’esterno. Dopo l’inaspettato successo di Filippo Penati, eletto nel giugno 2004 presidente della Provincia, stava per diventare assessore una vecchia conoscenza dei tribunali, Gianfranco Mazzani, oggi attivissimo leader della Margherita milanese, ma negli anni Ottanta esponente democristiano processato e condannato in Cassazione a 3 anni e 3 mesi per una serie di tangenti ricevute dal costruttore Bruno De Mico. Bloccata sul filo di lana la sua nomina ad assessore, Mazzani ha però ricevuto un premio di consolazione: subito la presidenza della società Acqua potabile, con la promessa di un buon collegio alle prossime elezioni politiche.

Cantami o Massimo l’ira funesta.

A Venezia la disfida tra Massimo Cacciari e Felice Casson ha tracciato un solco tra Margherita e Ds. Cacciari, dopo aver rifiutato la candidatura unitaria del centrosinistra, è stato colto da “un attacco di ira funesta” (l’espressione è sua) quando ha saputo che il candidato prescelto era stato, alla fine, il magistrato Casson. Ha allora cominciato una guerra senza quartiere che si è conclusa con la sua vittoria elettorale. Ora che è ridiventato, controvoglia, sindaco di Venezia, Cacciari fa fatica a ricucire i rapporti con i partiti che hanno sostenuto il suo avversario.

Anche perché ha chiamato come assessore al Turismo l’avvocato Augusto Salvadori, che i veneziani (ma anche qualche non veneziano) ricordano bene: da assessore democristiano, negli anni Ottanta, vietò ai gondolieri di cantare O sole mio e fu il protagonista di epiche battaglie contro i saccoapelisti, che faceva innaffiare con gli idranti. Ora, tornato a Ca’ Giustinian dopo aver corso come candidato sindaco di una lista civica collegata con Giorgio Panto (imprenditore veneto-leghista che ha scavalcato a destra Umberto Bossi), ha subito ribattezzato l’assessorato “al Turismo, tradizioni veneziane e moto ondoso” e si è installato sulla prua di una lancia della polizia municipale da cui pattuglia (invano) il Canal Grande, con l’obiettivo di far rispettare i limiti di velocità.

Invece di ritessere i rapporti a sinistra, Cacciari ha accettato che come presidente del Consiglio comunale (di fatto la figura istituzionalmente più rappresentativa della città dopo il sindaco) fosse eletto Renato Boraso, di Forza Italia, storico oppositore delle passate giunte di sinistra veneziane. Del resto, la situazione che si è venuta a creare in Laguna è, secondo lo storico prosindaco verde Gianfranco Bettin, “un mostro politico”: Margherita e Udeur, che hanno raccolto circa il 13 per cento dei voti, hanno in Consiglio comunale, grazie al meccanismo elettorale, la stragrande maggioranza dei seggi (28, pari a circa il 60 per cento); e tutti gli altri, destra e sinistra insieme, si spartiscono soltanto i 19 seggi residui.

Il centrosinistra vince ma soffre anche a Pavia, dove è appena stata eletta sindaco, nell’aprile scorso, la diessina Piera Capitelli, sostenuta da tutta l’Unione, dall’Italia dei valori a Rifondazione comunista. Nella sua giunta spicca un uomo come Ettore Filippi, ex Forza Italia, poi Udeur e infine Margherita, legatissimo a Onofrio Amoruso Battista, un altro azzurro lombardo trasmigrato per tempo nel centrosinistra e signore di un solido pacchetto di tessere della Margherita. Filippi, ex poliziotto ed ex vicequestore, a Pavia è un partito nel partito. Ha ha una sua sede e suoi uomini fedeli, controlla tessere e incarichi. Alle ultime elezioni ha candidato il figlio Luca, stravotato, e poi ha piazzato i suoi su tutte le poltrone e poltroncine che è riuscito a conquistare, lasciando a bocca asciutta i giovani ulivisti della Margherita, arrivati al partito per passione e rimasti attoniti a guardare “come si fa politica”.

Santa Margherita ligure.

Più o meno lo stesso copione si recita a Genova, dove Rosario Monteleone, segretario regionale della Margherita, piazzato nel “listino” del presidente Claudio Burlando, è entrato senza fatica in Consiglio regionale, di cui ha assunto la vicepresidenza, in cordata con l”amico di partito Massimiliano Costa, diventato assessore alla Formazione, lavoro e servizi sociali, nonché vicepresidente della giunta regionale. Completamente emarginati, anche qui, i giovani ulivisti, da Giovanni Paladini a Lorenzo Basso, lasciati fuori da ogni responsabilità istituzionale.

Ma è al Sud che il centrosinistra dà il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista). È l’Udeur di Clemente Mastella il protagonista principale delle manovre politiche più azzardate - o più innovative - come si racconta nell’articolo che segue. E non soltanto in Campania: in Calabria l’Udeur locale, che a Reggio sosteneva le giunte di centrodestra sia al Comune sia alla Provincia, è passato a sostenere Agazio Loiero, Margherita, poco prima che questi, alle elezioni dell’aprile scorso, fosse eletto presidente della Regione. Dalla parte di Loiero sono passati personaggi come Cenzino Aiello, ex Ccd-Udc; Mimmo Crea, ex Ccd-Udc e ora Margherita, a cui è stata promessa la direzione di un ente regionale; Giuseppe Nisticò, già sottosegretario ed eurodeputato, che ha traghettato nella Margherita il suo Movimento popolare per la Calabria; Aurelio Misiti, ex assessore del centrodestra ed ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici; Pietro Fuda, presidente della Provincia di Reggio, ex Forza Italia alla ricerca di un collegio senatoriale vincente nella Locride...

Loiero, accogliente, apre le braccia, come ha detto di fare, da Roma, anche il leader nazionale della Margherita Francesco Rutelli. Intanto l?Elettore A e l’Elettore B continuano il loro interminabile battibecco. “Hai visto a Catania”?, dice il primo, “aprire le braccia a tutti non serve a vincere. E poi, val la pena di vincere a ogni costo”?

2 Prodi, vieni ad Apice

di Luigi Settembrini

E siste un centrosinistra che rispetta le regole dello Stato di diritto e un altro che se le mette sotto i piedi. Uno che intende rompere con i viziacci della prima Repubblica e uno che li rimpiange. Uno irriducibilmente diverso dal centrodestra e un altro che gli somiglia come una goccia d’acqua. Esiste un paese del beneventano che è il simbolo del conflitto che c’è dentro il centrosinistra. Si chiama Apice e ha 6 mila abitanti. Alle ultime elezioni comunali del 12 e 13 giugno 2004, ad Apice si sono fronteggiate due liste civiche entrambe riconducibili a schieramenti di centrosinistra. Una, denominata “La Torre”, raccoglieva spezzoni della Margherita ma soprattutto faceva riferimento al leader politico della zona, Clemente Mastella; un’altra con dentro altri spezzoni della Margherita, Ds e Italia dei valori, era “Uniti per Apice”.

Ha vinto (con 1.802 voti contro 1.716) la prima, che presentava tra i candidati il padre-padrone del paese, Luigi Bocchino, un preside in pensione di 83 anni, sindaco per 50, che da sempre controlla la sua comunità come fosse una scolaresca. Sindaco è diventato il ragionier Raffaele Giardiello, pensionato anche lui e segretario provinciale dell’Udeur. Bocchino infatti, dopo ben dieci mandati, non poteva più fare il sindaco e si è accontentato di fare il vicesindaco. Ma di fatto il sindaco continua a farlo lui. Quello che conta però è come il dottor Bocchino, il cui cuore batte un po’ per la Margherita e un po’ per l’Udeur, ha utilizzato i suoi poteri quando ancora era sindaco, nei 45 giorni precedenti il voto. Innanzitutto ha eletto a sede del comitato elettorale della sua lista il municipio stesso di Apice. Quindi per cercare di vincere le elezioni ha utilizzato le casse pubbliche. Ha elargito a feste e manifestazioni varie 59.700 euro. Ha sistemato strade di accesso a proprietà private. Ha concesso contributi per l’assistenza economica e firmato i relativi mandati di pagamento. Ha consegnato un numero imprecisato di buoni (almeno 473) per forniture di generi alimentari, farmaceutici e quant’altro, del valore oscillante tra i 100 e i 150 euro, da spendere in diversi esercizi commerciali del paese, per un totale di almeno 1.800.000 euro prelevati dai fondi del terremoto. Per esempio, con i soldi della legge 219 paga il suo autista 700 euro al mese. Infine, ha concesso un numero imprecisato di buoni libro. Non solo: la nuova amministrazione ha a lungo impedito ai consiglieri dell’opposizione il legittimo accesso agli atti amministrativi in questione. Un esempio del modo di procedere del padre-padrone di Apice? Dopo aver concesso un contributo di 5 mila euro a un gioielliere per ristrutturare il suo negozio, alla richiesta di spiegazioni dell’opposizione, visto che il gioielliere è anche un rappresentante della Chiesa evangelica, ha motivato il contributo come sussidio alla ristrutturazione di una chiesa cui fa riferimento quella confessione, chiesa che però era già stata ristrutturata nel 2003.

Fatti come questi nel Sannio sono la norma e il protagonista è lui, il ras di Ceppaloni che ha avuto alle ultime elezioni regionali un successo notevole, vedendo finalmente eletta sua moglie Sandra Mastella alla Regione Campania. In virtù di accordi firmati solo da Franco Marini e Vannino Chiti, ha ottenuto assessorati anche a Venezia dove dell’Udeur si ignora persino l’esistenza e dove due pretendenti mastelliani alle poltrone di assessore sono stati definiti “analfabeti” da Massimo Cacciari.

Ma come mai i suffragi di Mastella sono lievitati a Benevento dal 22 al 28 per cento? È vero quello che si dice, ovvero, per esempio, che i medici della Asl di Benevento sarebbero stati convocati uno per uno da Mario Scarinzi, direttore generale di stretta osservanza mastelliana, e alla presenza del candidato dell’Udeur Fernando Errico sarebbe stato chiesto loro di votare e far votare Errico perché, se erano diventati dirigenti medici, lo dovevano all’Udeur? Possibile che abbia fatto una cosa del genere una persona come Errico, i cui manifesti elettorali sono stati affissi abusivamente sui viadotti della tangenziale di Benevento con una gru, dopo aver deviato opportunamente il traffico? Quell’Errico che ha conferito senza alcun bando pubblico all’ingegner Fausto Pepe, capogruppo dell?Udeur a Benevento, un progetto di rifacimento delle fogne del comune di San Nicola Manfredi di cui è sindaco? E si tratta proprio dello stesso Fernando Errico che, eletto alla Regione Campania, anziché dimettersi da sindaco, carica incompatibile, preferisce farsi dichiarare decaduto perché in questo modo restano in carica il suo vicesindaco e la sua giunta che possono continuare a controllare i centri di spesa pubblica tanto utili in vista della tornata elettorale del 2006?

Se fosse vero tutto ciò, che cosa direbbe Romano Prodi? Se la sentirebbe di affidare il ministero dell’Interno a Mastella, come sembra abbia promesso?

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