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(red.)
Dopo il terremoto di Hamas
10 Febbraio 2007
Articoli del 2006
La schiacciante vittoria del movimento di resistenza islamico alle elezioni palestinesi è un'occasione per la pace? Editoriale del Guardian, 27 gennaio 2006 (f.b.)

Titolo originale: After the Hamas earthquake- Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

I democratici applaudiranno giustamente quel risultato del 78% nelle elezioni di mercoledì per il Parlamento palestinese, che sono state significativamente equilibrate, libere e pacifiche. George Bush e Tony Blair, che hanno fissato il medesimo obiettivo per promuovere la democrazia in Iraq e (selettivamente) altrove in Medio Oriente, dovrebbero essere entusiasti. L’unico problema è il risultato: le cifre preliminari parlano di una schiacciante vittoria per il Movimento di Resistenza Islamico, Hamas, a lungo rifiutato come organizzazione terroristica non solo da Israele, ma anche da USA, Europa e Russia. Si tratta di una catastrofica sconfitta per Al Fatah, partito naturale della liberazione e di governo dei i palestinesi per 40 anni, e per metà di questo periodo impegnato verso una soluzione a due stati a questo conflitto fra i più inestricabili.

Hamas non è un normale partito politico. Sino a quando ha partecipato a queste elezioni era più conosciuto in Israele e all’estero per gli attacchi suicidi utilizzati contro i nemici ebrei. A Gaza e nella Cisgiordania era ammirato per la rete di servizi sociali e per i contrasti alla corruzione, diventata proverbiale per Al Fatah e l’OLP, sotto Yasser Arafat e poi Mahmoud Abbas. Ideologicamente, Hamas si avvicina a quello che era la OLP trent’anni fa, sposa la lotta armata e auspica la sostituzione di Israele con uno stato palestinese. Non è stato un buon segno, quando il suo capo in esilio si è recentemente incontrato col presidente iraniano, che chiede di sradicare Israele. Ma retorica e realtà possono essere diverse: il manifesto elettorale di Hamas non ripeteva il suo statuto riguardo alla distruzione dello stato ebraico. Il movimento è stato disciplinato quanto basta per osservare in massima parte un cessate il fuoco di un anno, e ha fatto capire che potrebbe continuarlo a tempo indefinito. Il trionfo elettorale si deve molto meno alla resistenza all’occupazione – una lotta impari contro gli F16 israeliani, i missili Hellfire e gli assassinii mirati – che alle richieste di moralità e risultati.

Paradossalmente, una vittoria di queste dimensioni, inattese anche dagli esperti analisti locali, potrebbe – anche – rivelarsi una notizia migliore di quanto non sembri. Se Hamas avesse vinto solo qualche seggio ministeriale in una situazioni di potere condiviso in un gabinetto dominato da Al Fatah, la tensione fra politica e resistenza sarebbe stata difficile da risolvere. Se la maggioranza parlamentare ottenuta – 76 su 132 seggi, contro i 43 di Al Fatah – significa responsabilità totale, Kalashnikov ed esplosivi dovranno tacere. È difficile pensare che Hamas sviluppi un governo efficace senza scendere a patti con gli israeliani. È anchepiù difficile pensare che gli israeliani si rapportino solo attraverso la canna di un fucile, se iniziano ad esplodere le bombe sugli autobus di Tel Aviv.

Ecco perché la risposta giusta a questi risultati è insistere perché Hamas chiarisca che è impegnato a negoziare con Israele. Il nuovo parlamento dovrebbe approvare a mettere in pratica una legge sui partiti politici che richieda alle milizie armate di sciogliersi. D’altro canto Israele deve adempiere ai suoi obblighi secondo la “ road map” internazionale per la pace, come la cessazione di tutte le attività per le colonie. Israele sarà profondamente scettica sia riguardo alle intenzioni di Hamas che ai consigli esterni, e sarà tentata di fare mosse unilaterali, sul modello del ritiro da Gaza spinto da Ariel Sharon la scorsa estate. Sarà difficile contestare Ehud Olmert, successore di Sharon, che affronta elezioni di verifica a marzo, quando afferma che Israele “non ha una controparte” per la pace. Olmert indebolirà il suo nuovo partito centrista Kadima se sarà visto fare qualunque concessione a quello che il leader del Likud, Binyamin Netanyahu, ieri ha sinistramente definito “ Hamasistan”.

Da fuori, Unione Europea e Stati Uniti dovranno verificare se una loro azione congiunta possa incoraggiare Hamas a togliere bombe e fucili dalla politica palestinese. La vittoria di Hamas è un terremoto per il Medio Oriente che può portare a nuove occasioni per quanto riguarda l’enorme traguardo della pace tra due popoli che combattono da troppo tempo nello stesso piccolo paese. Ma per il momento appaiono di gran lunga più evidenti i pericoli.

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