loader
menu
© 2022 Eddyburg

Disastro Italia
9 Ottobre 2009
Articoli del 2009
Nell’inchiesta di Tommaso Cerno e Marco Guazzetti e tutti i disastri della cementificazione selvaggia nel messinese e nel resto d’Italia. Su L’Espresso, 15 ottobre 2009 (m.p.g.)

Disastro Italia

Tommaso Cerno

Fango e morte potevano colpire dovunque. Le case di Giampilieri sono le case di tutta Italia, così come le vittime dell'alluvione di Messina. Non solo in Sicilia poco o nulla è stato fatto per prevenire la seconda, tragica frana in meno di due anni. Ora sappiamo che quel disastro potrebbe ripetersi. In ogni momento, in ogni angolo del Paese. Lo sussurrano dalla Calabria all'Umbria, dalla Toscana al Piemonte, molti sindaci che ormai quando piove non dormono nemmeno più. E lo conferma l'ultimo rapporto nazionale sul rischio frane e alluvioni, redatto dalla Protezione civile e da Legambiente nello scorso novembre. È tutto scritto in ottanta pagine che non lasciano dubbi: "Sono ben 5.581 i centri abitati a rischio idrogeologico", denuncia il dossier. Significa che il dramma di Messina poteva capitare nel 70 per cento dei Comuni, in montagna o in pianura, nelle metropoli o nei piccoli paesi sparsi sulla pedemontana. Non è finita qui: "Spesso le opere di messa in sicurezza si trasformano in alibi per continuare a costruire". Ovvero molti cantieri, spacciati dalle amministrazioni locali per "manutenzione dei bacini", coprono le speculazioni edilizie lungo fiumi e torrenti. Proprio nella "zona rossa", quella a più alto rischio di calamità naturali.

E così le immagini della Sicilia fanno ancora più rabbia. Perché stavolta la distesa indistinta di fango, l'acqua nera che porta via tutto, le urla dei superstiti che chiedono aiuto nel buio della notte, i cadaveri allineati a terra e avvolti da coperte e teli di plastica, si potevano davvero mettere in conto. L'ha detto anche Silvio Berlusconi agli sfollati, in mezzo a tronchi, cemento, mattoni e carcasse di auto: "Avevamo previsto il disastro". Quello che il premier non ha spiegato, invece, è quanto fosse facile quella previsione. L'indagine 'Ecosistema rischio' era stata presentata dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, meno di un anno fa. Eccola. Contiene la classifica dei Comuni a rischio inondazione, l'elenco dei pericoli per gli abitanti, il conteggio ufficiale dei ritardi imputabili a governatori e sindaci. Si legge che la Sicilia è ultima nella graduatoria della prevenzione, con l'8 per cento di interventi adatti a mitigare l'allarme idrogeologico. Sembra un presagio del disastro che ha spazzato la costa orientale, dove i turisti di solito si godevano i Giardini Naxos. In quel dossier c'è Giampilieri e c'è quel che resta di Scaletta Zanclea. Ma c'è anche molto altro: "Dei quasi 1.500 Comuni monitorati, il 77 per cento mostra abitazioni minacciate da frane e alluvioni, quasi il 30 per cento ha interi quartieri esposti e oltre la metà vede sorgere in zone non idonee fabbricati industriali", spiega il rapporto.

Un allarme nazionale che, ancora una volta, è rimasto inascoltato. La Corte dei conti lo conferma in una relazione del 6 aprile scorso, dove parla di "anomala lentezza" ed evidenzia un "mancato o tardivo avvio degli interventi pur in presenza di specifici finanziamenti". Carenze e degrado non della sola Sicilia, ma diffusi in tutto il Paese. Gli amministratori si difendono agitando le richieste di "stato di calamità naturale" dopo le continue frane degli ultimi 15 anni. Che responsabilità hanno loro? Eppure un colpevole sembra esserci. È il cemento selvaggio, che ha l'effetto di una bomba inesplosa. Speculazioni, che il nuovo piano casa del governo Berlusconi farà proliferare, anziché ridurre. Gli scempi vanno da Nord a Sud. Interi quartieri pagati con i fondi anti-alluvione risultano edificati in aree ad alta pericolosità. In Liguria come in Calabria sono spuntati edifici dove non si sarebbe dovuto gettare nemmeno un metro cubo di cemento. Non sono casi isolati: "Il 73 per cento dei Comuni ha realizzato opere di messa in sicurezza di corsi d'acqua e dei versanti, che però rischiano di accrescere la fragilità del territorio piuttosto che migliorarne la condizione", osservano i tecnici. Il resto lo fa il maltempo, come un detonatore. I temporali autunnali, improvvisi, sono ormai forti come uragani. È capitato lungo i sette chilometri di litorale fra Messina e Catania, così come era già successo altre volte nelle vallate alpine e nelle città d'arte. Piovono anche 200 millimetri l'ora, quando in un anno il totale dovrebbe essere di 800. E quell'acqua si accumula come dietro una diga: il terreno non assorbe più, gli alberi non la trattengono e lei, viscida e scura, trascina via tutto ciò che incontra, come a Giampilieri.

E come potrebbe capitare altrove: "Un Comune su quattro non fa praticamente nulla per prevenire i danni da alluvione, nel 42 per cento dei casi non viene svolta nemmeno la manutenzione ordinaria dei corsi d'acqua", dice il rapporto. Solo cinque sindaci su cento hanno ordinato di spostare le case: praticamente nessuno. Genova, Casale Monferrato, Napoli, Palermo, Carnia o Valtellina... È un viaggio nell'Italia delle quotidiane leggerezze burocratiche e delle colpevoli omissioni. Storie di ordinaria follia edilizia. C'è il supermercato sul fiume Pescara, il centro commerciale Megalò a Chieti Scalo (costruito su un'area definita "altamente pericolosa" dalla stessa Regione che aveva concesso l'autorizzazione solo cinque mesi prima). Ma c'è anche Crotone: dopo che nel 1996 il fiume Esadro allagò la cittadina e fece sei morti, si ricostruì sulle macerie. Più di prima. Quattro anni dopo, il fango travolse un campeggio nell'alveo del fiume Beltrame a Soverato. Altre 13 vittime. Chiunque avrebbe deciso di spostare quei centri da un'altra parte, "delocalizzarli", come da giorni va ripetendo Bertolaso. E invece no: trionfano cemento, centri direzionali, mega-market, bar, casermoni, negozi e parcheggi multipiano. "Pur sapendo che i fiumi tornano a colpire nello stesso luogo anche più volte negli anni", avvertono gli esperti. E che la paura dell'alluvione non sparirà dalla memoria dei superstiti, pronta a riemergere quando non te l'aspetti.

Legambiente lo aveva denunciato già 16 mesi fa, nel rapporto choc 'E se piovesse come allora?', a dieci anni esatti dalla tragedia di Sarno, il 5 maggio 1998, quando la montagna travolse interi paesi, seppellendo 160 persone sotto il fango. Eppure in Italia nemmeno questo basta. Si costruisce ancora senza regole, segnala la Corte dei conti. "Emergono non poche perplessità", scrivono i magistrati contabili riferendosi ai lavori di sistemazione di alvei e versanti mai appaltati dal lontano 2002. "Risulta ovvio chiedersi come possano essere considerati urgenti interventi che, a distanza di anni, non sono stati nemmeno avviati". Senza parlare di quelli ancora in fase di progettazione e di quelli abusivi. Addirittura nella stessa Sarno, pochi giorni dopo la frana si scavavano le fondamenta di una casa non autorizzata. Un'altra era già in costruzione nel luogo dove c'era stata la prima vittima, un bambino. E l'elenco è lungo, come quello dei morti che produce. Al Vallone di Santa Lucia, anche questo considerato ad alto rischio esondazioni, sono spuntate palazzine irregolari, una addirittura sulla sorgente già utilizzata in passato dalle ecomafie come deposito di rifiuti.

È una cronistoria di illeciti che torna tragicamente di attualità. Sia nelle tre regioni italiane dove il 100 per cento dei comuni è classificato "a rischio" (Calabria, Umbria e Valle d'Aosta). Sia in quelle dove l'allarme riguarda l'80 o il 90 per cento dei centri abitati. Solo in quattro (Trentino Alto Adige, Veneto, Puglia e Sardegna), infatti, almeno la metà degli edifici non corre pericoli. Equivale a dire che in Italia dovrebbero essere svuotati da abitazioni, insediamenti produttivi, attività agricole circa 30 mila chilometri quadrati, se si vorranno scongiurare altre Messina. È un'area vasta quanto Lombardia e Liguria insieme, e sempre più in emergenza man mano che aumenta l'intensità delle piogge (cresciuta del 5 per cento nell'ultimo secolo). Dal disastro di Sarno ad oggi, i morti sono stati oltre trecento e i danni causati dall'acqua ammontano a una decina di miliardi di euro. Eppure secondo i calcoli del ministero dell'Ambiente di soldi ne servirebbero molti di più. Per mettere in sicurezza l'intero territorio ci vorrebbero 43 miliardi, di cui 27 diretti al Nord e al Centro, 13 al Sud e tre sulle coste. Fondi che a bilancio non ci sono e che, anche quando c'erano, non venivano spesi bene. "Sono 787 le amministrazioni che risultano svolgere un lavoro di prevenzione del rischio idrogeologico negativo". Equivale a due terzi dei comuni monitorati. I virtuosi? "Solo quattro in tutta Italia raggiungono la classe di merito ottimo", spiegano alla Protezione civile. Con casi che hanno dell'incredibile. A Genova il torrente Bisagno è coperto nel tratto finale, e sopra ci passa viale Brigate Partigiane. È da lì che le acque invasero la città durante l'alluvione del 1970, la 'Dolcenera' che uccise 44 persone. Bene, il Comune sta spendendo 170 milioni per aumentare la portata di quelle condotte sotterranee, "eppure a monte, dove il torrente non ha spazio per defluire, si continua a edificare". A La Spezia, a pochi chilometri dalla foce del Magra, il rapporto punta l'indice contro l'Anas, che progetta uno svincolo stradale. E gli esempi sono centinaia.

Anche il Tevere resta in emergenza dall'alluvione del dicembre 2005 che, oltre all'Umbria, aveva messo in allarme Roma e Fiumicino. Si è arrivati al 2008, quando la piena di dicembre mobilitò i soccorsi nella capitale. Così, a gennaio sono partiti il piano di pulizia, il censimento delle strutture galleggianti e il nuovo rilievo dei fondali. Che non sono ancora terminati. In Valle d'Aosta, invece, sono stati investiti 500 milioni in opere di canalizzazione, anche qui fra le polemiche, come nel caso del torrente Comboè. A pochi mesi dalla sistemazione delle sponde, "i vigili urbani furono costretti a chiudere due strade dopo una forte pioggia durata una sola notte".

E avanti così. Dei venti capoluoghi italiani, diciassette sono considerati a rischio idrogeologico dal ministero e dell'Unione delle Province, già dal 2003. Tutti tranne Venezia, Trieste e Bari. Una sola cosa sembra funzionare bene: i soccorsi. La Protezione civile ha sedi e mezzi capaci di arrivare dappertutto. Otto sindaci su dieci hanno varato un piano per le emergenze. Peccato che, quando i volontari si mettono al lavoro, ci siano già morti da seppellire e sfollati da sistemare nelle tende o negli alberghi. Come a Messina. E chissà ancora dove.

Cemento boomerang

Marco Guazzetti

In Sicilia fondi irrisori per la difesa. E spesi spesso per barriere pericolose. Come la muraglia che minaccia un paese ma protegge l'azienda del sindaco

Lo scaricabarile corre più veloce dell'onda di fango che ha cancellato i palazzi del messinese, uccidendo almeno venticinque persone e facendone scomparire altre dieci sotto montagne di detriti. Prima ancora che il problema dei fondi, dei miliardi necessari per risanare regioni ferite dal disboscamento e dalle colate di cemento, viene la questione delle competenze. Prima ancora di individuare le zone a rischio, in Italia bisogna scoprire chi se ne deve occupare. E nel rispetto di quali regole. La pianificazione, il controllo e la tutela sono affidati a Stato, Regioni e Comuni, Genio e Protezione civile. E fanno tutti a gara l'uno contro l'altro. Oggetto del contendere i Pai, i piani per l'assetto idrogeologico. Tocca ai Comuni scriverli. Ma non ci sono i quattrini per realizzarli. Dichiarazioni del premier Berlusconi a parte (per l'emergenza Sicilia ha promesso una "somma analoga" a quanto dato all'Abruzzo), l'unica riserva finanziaria per cercare di puntellare la penisola potrebbe venire l'Unione Europea. In Sicilia gli unici interventi concreti sono stati resi possibili proprio dai fondi della programmazione comunitaria. Con la prima tranche (2000-2006) è stato finanziato un piano di assetto idrogeologico che conta su 107 bacini. Per ognuno c'è un accurato piano di stralcio, indicando criticità e stima dei fondi necessari. Sono quasi tutti pronti. Da due anni, però, il vuoto. Non ne vengono preparati quasi più: quelli approvati dalla giunta regionale si contano sulle dita di una mano. La leva finanziaria è comunque partita. In questi anni in Sicilia sono stati investiti quasi 180 milioni di euro, garantendo una copertura pari al 72 per cento del territorio regionale. Una somma di pari importo, in arrivo sempre da Bruxelles, verrà spesa da qui al 2013. Fa parte di un maxi finanziamento per la difesa del territorio: 801 milioni di euro. I soldi andranno spalmati nei prossimi quattro anni. Basteranno? No, sono solo un'aspirina per la Sicilia, regione dove, proprio grazie al lavoro della task force del Pai (54 tra geologi e ingegneri, tutti precari, che vedono il loro contratto rinnovarsi di triennio in trienno), sono state censite 21.249 zone di dissesti.

Che il meccanismo non funzioni correttamente emerge a chiare lettere proprio dai piani. Impossibile finanziare tutti i Comuni. Soltanto per il torrente Timeto servirebbero 23 milioni di euro. Non sempre, poi, le richieste sono chiare. Nel compilare le tabelle del fabbisogno finanziario, i tecnici regionali annotano come gli elaborati di molti Comuni si distinguano per "poca attendibilità nella qualificazione contenuta della scheda".

Leggere i piani dopo la catastrofe provoca grande amarezze. Perché quelle schede testimoniano un disastro annunciato. Tra le carte del Pai siciliano è impossibile rintracciare Giampilieri (vedi box a pag. 47). Eppure, dopo l'allarme per la frana di due anni fa, il Genio civile di Messina ha proposto un progetto da 11 milioni di euro ma con ordinanza commissariale ne sono stati stanziati appena tre. La spesa s'è fermata a soli 45 mila euro: è stata realizzata come unica barriera di protezione una rete metallica di contenimento e un corridoio di mattoni. Una rete e un muretto per cercare di frenare un'intera montagna, che infatti l'ha spazzata via. I rischi di Scaletta Zanclea, invece, sono cristallizzati nel piano regionale numero 102. Risale al 2006. Trenta le aree di rischio individuate nel comune, quattro le indicazioni R4, massimo grado di rischio per dissesto idrogeologico. Proprio in quel documento, che descrive l'area compresa tra il bacino del torrente Fiumedinisi e Capo Peloro, sono raccolte le immagini di Scaletta prima dell'Apocalisse. Vengono fissate delle precise richieste del Comune, proprio per rendere sicuri quei borghi ora sepolti dal fango: si chiedono 12, 8 milioni di euro. Ma viene ammessa una spesa di poco più di un milione. "Alle parole devono seguire fatti. I piani non bastano", spiega con amarezza Anna Giordano, responsabile del Wwf, "e mi chiedo quale credibilità abbia oggi che si scaglia contro il partito del cemento ma prima ha chiuso gli occhi. Qui sono capaci di realizzare un aeroporto sul letto di una fiumara".

Sono molti tra gli ambientalisti a temere che i Pai divengano armi improprie per ferire ancor di più montagne e fiumi. Il Wwf lancia il suo j'accuse proprio da Fiumedinisi, in provincia di Messina. Lì il primo cittadino è Cateno De Luca, deputato regionale del Movimento per l'Autonomia, partito del presidente Lombardo. Le associazioni hanno inviato alla Procura di Messina un esposto corredato da un dossier fotografico: spiegano che i fondi per il rischio idrogeologico sarebbero stati utilizzati per realizzare una muraglia di cemento armato.

Una barriera di 700 metri di lunghezza per 10 di altezza, definita inutile per bonificare il territorio. All'inizio anche la Regione aveva stoppato il progetto, ipotizzando violazioni allo schema originale. Ora il muro è quasi completo: sorregge una zona destinata alla creazione di ville residenziali e soprattutto protegge un centro benessere in fase di costruzione. Di chi è quel centro benessere? Appartiene alla Dioniso srl e sarà realizzato grazie a un contratto di quartiere siglato nel 2006 con la Regione. Fino a un anno e mezzo fa proprio Cateno De Luca deteneva il 70 per cento delle quote di Dioniso. E ora il sindaco e deputato regionale difende a spada tratta le scelte sulla prevenzione: per sbloccare il progetto, ha spiegato che l'argine serve a difendere il paese dalle esondazioni. Aspettando la prossima piena, tutti sanno che non è così. Il muro è stato costruito sulla sponda opposta al centro abitato. Prevedono che l'acqua rimbalzerà dritta verso le case. Per tutti sarà un disastro ancora più grave, soltanto i soci della Dioniso resteranno all'asciutto e potranno godersela in tutta bellezza.

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg