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Giovanna Ricoveri
Disastro ambientale
1 Maggio 2011
I tempi del cavalier B.
Un puntuale bilancio degli atti compiuti dal governo Berlusconi conferma la radicale incompatibilità tra berlusconismo e ambiente. Micromega, n. 2/2011

Meno nota e non sempre sotto i riflettori, la (non) politica ambientale dei vari governi Berlusconi ha provocato effetti disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni. Oltre a distruggere il nostro ecosistema, ha un costo economico e sociale enorme che ricade soprattutto sui soggetti più deboli.

Il problema

Il filo rosso che attraversa e orienta la politica ambientale dei governi Berlusconi dal 1994 ad oggi è efficacemente espresso dallo slogan «Padroni a casa propria», con cui Forza Italia vinse le elezioni politiche del 1994. Questo slogan, usato ripetutamente a sostegno delle scelte liberiste della politica ambientale, ne esprime bene anche le ambiguità: dichiara di voler sostenere la libertà individuale di tutti i cittadini, mentre nella sostanza serve a costruire e foraggiare l’alleanza con le forze della rendita, della speculazione, degli affari e spesso della malavita organizzata. L’ambientalismo berlusconiano si fonda sull’ideologia del «mercato senza regole», della privatizzazione di tutto quello che è «comune» o statale, dell’equiparazione tra il pubblico e il privato, della cancellazione dello Stato ridotto a impresa.

Tra il berlusconismo e l’ambiente esiste una contrapposizione insanabile e a priori: il primo si basa sul privato e sull’arricchimento individuale, sull’appropriazione individuale delle risorse naturali, sociali e culturali, sul governo della cosa pubblica da parte di un comitato d’affari; il secondo, sul pubblico e sulle regole, sui beni comuni, sul rispetto della natura e dei suoi cicli vitali, sulla giustizia ambientale oltre che su quella sociale, sulla democrazia intesa come partecipazione dei cittadini alle scelte che regolano la loro vita.

Negli anni Ottanta, e in particolare con la caduta del Muro di Berlino, l’ideologia del libero mercato ha fatto breccia anche nelle forze politiche di sinistra – in tutta la gamma delle sue articolazioni – e questo ha aperto un varco importante per il diffondersi in Italia di una destra populista, che si autodefinisce «liberale». Il rispetto delle regole e il controllo sulla loro applicazione non fanno parte del resto della tradizione italiana, come avviene in altri paesi europei; la cultura ecologista è nata in Italia molto più tardi che nel resto d’Europa e «il mattone» è un male antico, che trovava giustificazione in passato quando il paese era povero e la casa di proprietà era un fattore di sicurezza, e ne trova una anche oggi perché il costo delle abitazioni e il livello degli affitti è proibitivo per la stragrande maggioranza della popolazione rispetto al livello dei salari, molto di più di quanto non avvenga negli altri paesi europei. L’edilizia continua inoltre a essere considerata il motore o volano dello sviluppo da parte delle forze produttive – imprenditoriali e del lavoro – senza alcun serio ripensamento sui limiti intrinseci e sulla pochezza di un tale modello di sviluppo.

Nel secondo dopoguerra, anche in Italia c’è stata una stagione positiva di pianificazione territoriale e una «primavera» ambientale, che hanno prodotto strumenti e leggi di regolazione, ora nel mirino della destra al potere. Il berlusconismo, coadiuvato dalla Lega, ha cavalcato la situazione dando dignità di progetto politico a un disegno reazionario, senza trovare un’opposizione convinta da parte delle forze politiche di sinistra. Nella politica ambientale di questo governo c’è molta arroganza ma anche ignoranza sul ruolo insostituibile delle regole nella convivenza umana e dei servizi ecosistemici che la natura offre gratuitamente a tutti noi.

Gli effetti sono disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni, e hanno anche un notevole costo economico che pesa sulle casse dello Stato e che potrebbe essere evitato con politiche di prevenzione. Questa politica ambientale è inoltre iniqua e ingiusta, perché il suo costo ricade soprattutto sui soggetti più deboli – bambini, anziani e meno abbienti – e appare tanto più grave in un paese come l’Italia geologicamente giovane, fragile e instabile dal punto di vista idrogeologico sia nella pianura padana che lungo l’Appennino.

Uno sguardo d’insieme

La politica ambientale dei governi Berlusconi – che resta tale anche quando è una non politica, perché l’assenza di norme è in questo caso funzionale al progetto – ha spaziato fin dall’inizio in tutte le direzioni, usando tattiche diverse a seconda delle opportunità, sempre allo scopo di ottenere il consenso del popolo, che di quelle scelte e non scelte è comunque chiamato a pagare il prezzo maggiore.

Ha tagliato fin dagli inizi il bilancio del ministero dell’Ambiente fino al 60 per cento di quest’anno e ne ha ridimensionato il ruolo modificandone la legge istitutiva; non ha finanziato nessuno dei piani di riforestazione, la cui realizzazione spetta alle regioni; nel gennaio 2010 ha concesso a quest’ultime libertà di deroga sui calendari della caccia stabiliti dalla legge 157 dell’11 febbraio 1992 per gli uccelli migratori e alcuni mammiferi come cervi, caprioli e cinghiali, con conseguenze negative sulla biodiversità; ha negato l’esistenza del cambiamento climatico in molte dichiarazioni ufficiali e paga all’Unione Europea 42 euro al secondo per violazione degli accordi climatici; usa il milleproroghe – il decreto del Consiglio dei ministri per «prorogare o risolvere disposizioni urgenti entro la fine dell’anno in corso» – per cancellare, reintegrare o istituire norme e finanziamenti come nel caso della detrazione fiscale del 55 per cento sulla spesa di riqualificazione energetica degli edifici già esistenti; o, peggio ancora, per smembrare il Parco dello Stelvio tra le province di Trento e Bolzano e la regione Lombardia e «ringraziare» in questo modo i deputati della Svp che si sono astenuti sulla mozione di sfiducia il 14 dicembre 2010; inserisce norme ambientali in coda a leggi che si occupano d’altro o gioca sulle parole per dire e non dire, come nel caso della legge sulla prima sanatoria edilizia del 1994 dove un articolo esclude dal condono le volumetrie superiori a 750 mc per edificio mentre un altro articolo precisa che l’esclusione non riguarda la volumetria dell’intero edificio ma la singola domanda di condono: basta dunque presentare due domande, per aggirare l’ostacolo. Last but not least, il federalismo demaniale approvato dal Consiglio dei ministri il 20 maggio 2010, che trasferisce agli enti locali i beni del demanio patrimoniale dello Stato, al fine della loro «valorizzazione ambientale»: ma che cosa ci può essere di ambientale nella messa sul mercato dei beni pubblici? L’idea è quella che i «gioielli di famiglia» possano restare pubblici anche se dati in gestione al privato, che ne trae un profitto con cui compensare il taglio dei trasferimenti da parte dello Stato. L’esperienza dell’acqua, in Italia e nel mondo, dimostra che la gestione privata di un bene comune serve solo a privatizzare quel bene e, con esso, lo Stato e il pubblico in generale.

Condoni edilizi e morte dell’urbanistica

Urbanistica e assetto idrogeologico del suolo sono i due terreni privilegiati della controriforma ambientale berlusconiana. Per sostenere l’edilizia, e quindi con il consenso trasversale di cittadini, costruttori, speculazione edilizia, lobby del cemento e sempre più spesso della mafia e della camorra, il governo Berlusconi ha realizzato due condoni edilizi (rispettivamente nel 1994 e nel 2003), mentre un terzo è nell’aria; ha abolito l’Ici (2008) sulla prima casa per tutti indipendentemente dalla tipologia dell’abitazione e dal livello di reddito del proprietario; ha approvato un piano di edilizia abitativa (2009) da realizzare con l’ampliamento delle abitazioni esistenti senza alcuna considerazione dei servizi pubblici che tale piano richiede e che graveranno sulla spesa pubblica. Il piano stenta a decollare per vincoli burocratici, affermano governo e Confindustria. Era già stato realizzato abusivamente, fa capire l’Istat quando informa che nei dieci anni precedenti 24 mila alloggi (e 87 mila stanze) in media ogni anno erano già stati ampliati, abusivamente e illegalmente.

Il primo condono, subito dopo l’ingresso di Berlusconi a Palazzo Chigi, era una promessa fatta in campagna elettorale, con lo slogan: «Padroni a casa propria». Il condono riguardava tutte le costruzioni abusive anche quelle realizzate nelle zone ecologicamente fragili e soggette a rischio frana, nelle aree a elevato livello di biodiversità e in quelle soggette a vincolo paesaggistico, e quindi con divieto di edificazione in base alla legge Galasso (n. 431 del 1985), perché vicine a fiumi o sulla riva dal mare; la disposizione mirava a consentire ai fiumi di avere lo spazio di espansione nei periodi di piena. Quel condono rispondeva del resto a una domanda popolare diffusa anche perché le costruzioni abusive non erano più opera della vecchia borghesia parassitaria e dei grossi speculatori sulle aree del secondo dopoguerra ma di gruppi medi di proprietari e di esponenti della nuova borghesia commerciale. La legge di condono 724 del 23 dicembre 1994 si intitolava «Misure di razionalizzazione della finanza pubblica», evidenziando un altro punto fermo della politica berlusconiana, far credere ai cittadini che il nuovo governo alimenta le casse dello Stato con le entrate della sanatoria «senza mettere le mani nelle tasche degli italiani». Era una grandissima bugia, perché i costi di urbanizzazione a carico dello Stato sono stati, in questo caso, almeno 5 volte superiori alle entrate.

Il secondo condono (decreto legge 269 del 2003) è servito soprattutto a sanare il cambiamento della destinazione d’uso di magazzini e capannoni in piccole attività artigianali, palestre, supermercati e centri commerciali, discoteche e altre attività terziarie necessarie al modello di sviluppo del Nord-Est ora in crisi e alla trasformazione della pianura padana in un continuo urbano senza forma né identità. Anche in questo caso, la legge aveva un titolo ambiguo: «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici». L’esiguità delle somme stanziate per lo sviluppo – 50 milioni di euro per la riqualificazione urbanistica e 100 per la sicurezza idrogeologica – rivelarono subito l’imbroglio del titolo, che dice una cosa diversa da quella che si sta facendo.

L’abusivismo dell’era berlusconiana è un piaga storica, che la legislazione urbanistica del secondo dopoguerra non è riuscita a debellare perché l’abusivismo porta voti e perché lo Stato italiano non ha né la forza né l’autorità per far rispettare le sue leggi, specie in materia di edilizia; non per una predisposizione alla trasgressione del popolo italiano, come ha recentemente precisato Paolo Berdini (Breve storia dell’abuso edilizio in Italia, Donzelli 2010). Con i governi Berlusconi questa piaga non è più un costo da pagare ma un’opportunità da utilizzare: l’illegalità nelle costruzioni è pertanto diventata permanente. L’abusivismo edilizio tollerato, e anzi «atteso», esprime anche il tentativo di chiudere definitivamente la stagione delle leggi di regolazione urbanistica e territoriale, che avevano dato agli enti locali gli strumenti per il controllo della rendita fondiaria: l’esproprio a prezzi agricoli della aree da edificare e l’abbattimento degli edifici costruiti illegalmente. Il poker delle leggi importanti, per il periodo preso in esame, era costituito dalle seguenti leggi (tra altre): la 167 del 1962 per l’edilizia economica e popolare, la 765 del 1967 contro l’abusivismo nei centri storici, la 10 del 1978 sull’edificabilità dei suoli, la 457 del 1978 sull’edilizia residenziale.

I costi ambientali dei condoni edilizi sono molto elevati da molti punti di vista, primo tra tutti la devastazione del territorio che è in larga misura irreversibile, e quindi non quantificabile. Può essere in parte reversibile, ma a un costo elevato e nei tempi lunghi. I suoi effetti negativi dipendono da un consumo di suolo superiore a quello ecologicamente e socialmente sostenibile; dalla scomparsa di aree verdi e agricole essenziali per respirare e per un’agricoltura sana; dalla deturpazione del paesaggio; da un sistema di trasporti caotico che insegue gli insediamenti senza mai raggiungerli; dall’inquinamento idrico per la mancanza di fognature; dal degrado sociale e umano di chi è costretto a vivere lontano dai servizi e dalle scuole, senza negozi, parchi, librerie, teatri e spazi pubblici. Costi elevati si calcolano anche nell’industria edile – da quelli legati al ciclo del cemento scavato nell’alveo dei fiumi agli incidenti sul lavoro nei cantieri privi di controlli.

Già verso la fine degli anni Ottanta la pianificazione urbanistica e territoriale cedeva il passo all’urbanistica contrattata e alla privatizzazione dell’urbanistica, che consegnava le trasformazioni del territorio alla proprietà immobiliare, con il consenso e anche il concorso della sinistra entrata nell’ottica del mercato, in particolare di alcune amministrazioni come il comune di Roma delle giunte Rutelli e Veltroni. Al cuore delle politiche di privatizzazione delle nostre città c’è la proposta presentata dall’onorevole Maurizio Lupi di riforma della legge urbanistica del 1942, che da anni il governo di destra cerca di far passare in parlamento. L’obiettivo della proposta è liquidare i piani regolatori e «convincere» le amministrazioni pubbliche a scendere a patti con la proprietà fondiaria, i cui esponenti sono equiparati allo Stato.

Agli inizi del 2010 è esploso infine lo scandalo della Protezione civile, dove Guido Bertolaso ha importato il «modello del fare» che risponde alla cultura dell’emergenza. Il modello era stato sperimentato per le infrastrutture dei Mondiali di nuoto del 2009 a Roma (con la costruzione delle piscine sulle rive del Tevere, nella fascia a rischio esondazione dove niente dovrebbe essere costruito) ma era stato messo a punto già prima, per il Giubileo del 2000. Il governo Prodi allora in carica nominò commissario straordinario alla costruzione delle opere per il Giubileo il sindaco di Roma Francesco Rutelli, che a sua volta nominò come vicecommissario Guido Bertolaso. È un modello che sottrae le decisioni urbanistiche alle amministrazioni locali e mette nelle mani di una sola persona – il commissario – ingenti somme di denaro pubblico fresco, da usare al di fuori dei vincoli paesaggistici, archeologici e di sicurezza delle opere. È il trionfo del «fai da te», dell’economia dell’illegalità e dell’impunità.

La primavera ecologica e i talebani di Roma

La cancellazione delle leggi per la difesa idrogeologica del suolo sono l’altro versante della devastazione compiuta dai «talebani di Roma», come la Frankfurter Allgemeine Zeitung chiamò i politici italiani che nel 2002 approvarono la legge sulla vendita ai privati del patrimonio culturale dello Stato. Vendita, o svendita, motivata con l’obiettivo di ricavarne le risorse monetarie per realizzare le grandi infrastrutture quali il Ponte sullo Stretto e l’Alta velocità in Val di Susa (che ci permetterebbe di andare da Lisbona a Kiev senza cambiare treno, ammesso che qualcuno fosse interessato a un simile viaggio). Scambiare il patrimonio culturale, che esprime l’identità di un popolo, con le grandi infrastrutture elencate nel Patto con gli italiani, sottoscritto da Berlusconi in diretta tv a Porta a Porta nel 2001 pochi giorni prima di entrare a Palazzo Chigi per la seconda volta, è un paradosso che avrebbe dovuto essere denunciato con più forza, come fece notare il grande quotidiano tedesco.

Le infrastrutture del Patto con gli italiani non erano infatti quelle necessarie per prevenire il dissesto idrogeologico del paese, di cui ci sarebbe estremo bisogno visti i danni che esso provoca. L’ultimo rapporto del Consiglio nazionale dell’ordine dei geologi informa che in Italia, nel periodo 2002-2010, la mancata cura del territorio ha provocato 37 frane e 72 alluvioni con 219 vittime pari a 30 morti all’anno, e un costo economico crescente nel tempo, pari a 1,2 miliardi di euro all’anno nel periodo che va dal 1990 ad oggi. Le infrastrutture di cui ci sarebbe bisogno per prevenire le frane e le alluvioni sono altre, come ad esempio la manutenzione degli argini e la costituzione delle casse di espansione lungo le sponde dei fiumi, che impediscano alle acque di esondare quando la pressione dell’acqua aumenta a causa delle piogge come è successo a Vicenza a novembre e dicembre scorsi. È stato stimato ad esempio che la costituzione della cassa di espansione del Bacchiglione, uno dei fiumi che ha messo sott’acqua Vicenza e il Veneto, sarebbe costata 35 milioni di euro se realizzata trent’anni fa, e cioè meno della metà del costo dell’alluvione veneta del novembre scorso. Secondo altre stime, la prevenzione dei danni da frane e alluvioni costerebbe il 10 per cento di quel che costa riparare i danni a posteriori, senza contare le vite umane che si perdono in queste occasioni.

La difesa del suolo non è un problema nuovo, ma è diventato più urgente per l’aumento della pressione dell’attività dell’uomo sulle risorse e per il conseguente aumento della deforestazione e del rischio siccità. Negli anni Settanta, durante la «primavera ecologica», erano state approvate alcune leggi per regolare e frenare i fattori che causano il dissesto idrogeologico – leggi che sono state poi abrogate o «ammorbidite»: la Merli del 10 maggio 1976 n. 319 sul controllo dell’inquinamento idrico da scarichi industriali, modificata in senso permissivo dal decreto legislativo 152 del 3 aprile 2006 (istitutiva del Testo unico o Codice ambientale); la Galasso dell’8 agosto 1985 n. 431 sul vincolo paesaggistico e il divieto di costruzione nella fascia di rispetto dei fiumi; la 349 dell’8 luglio 1986 sull’istituzione del ministero dell’Ambiente e la valutazione del danno ambientale; la 183 del 18 maggio 1989, «Riassetto e difesa dei suoli», per la pianificazione territoriale e la gestione delle acque, da realizzare sulla base dei distretti idrografici intesi come unità geograficamente definite di programmazione delle attività economiche. Anche questa legge, applicata poco e male, è stata abolita dal Codice ambientale del 2006, con la motivazione di recepire le direttive comunitarie; il decreto legislativo n. 22 del 5 febbraio 1997 sulla raccolta e lo smaltimento dei rifiuti (la legge Ronchi – Edo Ronchi, ministro dell’Ambiente con Prodi, non Andrea Ronchi ministro, dimissionario, per le Politiche comunitarie dell’attuale governo Berlusconi), approvata dal governo Prodi e anch’essa abrogata dal Codice ambientale del 2006.

Queste leggi non ci sono più, ma l’esigenza di prendersi cura del territorio è sempre più pressante anche a causa dei cambiamenti climatici in corso, che acuiscono la fragilità fisica del paese. C’è da augurarsi che la frequenza dei disastri «naturali» porti a prendere in considerazione la prevenzione, che è l’unico strumento realistico per affrontare questo problema.

Altri aspetti della controriforma

Acqua e acquedotti. Nel 1994 un altro governo – di centro-sinistra – approvò la pessima legge Galli (n. 36 del 5 gennaio). Per mettere ordine negli acquedotti, che allora erano più di 8 mila e decisamente troppi, fissò il principio assurdo che le tariffe del servizio idrico dovessero essere coperte dalle entrate, con l’aumento del prezzo del servizio. Quel principio è assurdo perché l’acqua è necessaria alla vita e quindi un diritto universale e non una merce da mettere sul mercato, e perché è dimostrato che gli investimenti fissi continuano a ricadere sul bilancio pubblico in quanto la remuneratività di un servizio pubblico come l’acqua non può coprire le spese fisse di investimento e gestione degli impianti. Il governo Berlusconi ha peggiorato ancora la norma, quando l’ha inserita nel Testo unico, permettendo l’ingresso dei privati nelle società di gestione degli acquedotti e del servizio idrico. Questa decisione è stata la premessa di tutta la legislazione successiva sempre più orientata alla privatizzazione, fino al decreto Ronchi del 23 novembre 2009 (Andrea Ronchi, in questo caso). Con quest’ultimo decreto, la gestione del servizio idrico integrato, la raccolta dei rifiuti e il trasporto locale sono stati consegnati ai privati, vietandone la gestione in house degli enti locali. È contro questa norma che sono state raccolte un milione e 400 mila firme per il referendum abrogativo, che si dovrebbe svol­gere nella primavera 2011.

Infrastrutture, tra grandi opere e messa in sicurezza del territorio. Un’altra questione ambientale di grande rilevanza è quella delle grandi infrastrutture o opere pubbliche, gestita dai governi Berlusconi con la politica degli annunci. Si tratta di opere faraoniche, la cui utilità è controversa, con scarse prospettive di arrivare a compimento. Ma vengono riproposte ogni anno e realizzate in piccola parte (a pezzetti), per far girare i soldi dellecommesse e delle relative tangenti, incluse quelle della mafia. Il piano, riconfermato nel novembre 2010 dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) con qualche modifica e aggiunta e previsioni di spesa sempre al rialzo, è uno dei cinque punti del già citato Patto con gli italiani del 2001. Riguarda opere a forte impatto territoriale, energivore e cementificatorie, di dubbia utilità sociale e difficili da realizzare come il Ponte sullo Stretto di Messina, il Mose di Venezia, la Tav della Val di Susa e l’Alta velocità in genere, i grandi valichi ferroviari e molte altre autostrade, alcune delle quali utili mentre la maggior parte di esse non migliorerebbero sicuramente la mobilità delle persone e delle merci, essendo dimostrato che ogni nuova strada induce nuovo traffico. La realizzazione di queste infrastrutture è sempre rimandata, ufficialmente per mancanza di risorse; molto probabilmente per l’impossibilità pratica di costruirle veramente. Ciò non significa che l’operazione sia inutile o inoffensiva: serve invece moltissimo perché permette alle grandi imprese del cemento e della camorra di far soldi facili con le commesse, e legittima la mancata costruzione di altre opere pubbliche di minore impatto territoriale e sicuramente più necessarie come la messa in sicurezza delle scuole o quella degli argini dei fiumi. Anche in questo caso, le incertezze e le connivenze della sinistra offrono un salvacondotto al governo: basti dire che il piano annunciato nel 2001 da Berlusconi venne integralmente recepito dal successivo governo Prodi e dal suo ministro delle infrastrutture, Antonio Di Pietro.

Il rilancio del nucleare. Un altro terreno su cui il governo Berlusconi procede con la politica degli annunci è quello dell’energia nucleare, che ha deciso di rilanciare nonostante il referendum popolare che oltre trent’anni fa respinse questa opzione e nonostante la mancanza di un piano energetico nazionale che ne giustifichi la necessità. Si tratta di un rilancio impossibile per i costi elevati di costruzione e gestione, per i tempi lunghi di messa in opera e per i problemi irrisolti e irrisolvibili della sicurezza degli impianti e dello smaltimento delle scorie. L’operazione non è comunque inutile dal punto di vista del governo: serve a far girare i soldi delle commesse, che nel nucleare impegnano somme enormi, e a frenare lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili che sono la sola risposta possibile per superare la dipendenza dall’energia fossile, che è alla base del riscaldamento climatico.

Il terremoto dell’Abruzzo e le new towns. La dichiarazione dello «stato di calamità naturale» con cui il governo ha affrontato il terremoto dell’Abruzzo del 7 aprile 2009 – 308 morti tra cui 8 studenti universitari – ha messo nelle mani del commissario alla ricostruzione che all’epoca era Guido Bertolaso un ingente flusso di denaro pubblico. Ma le scelte della ricostruzione sono così state sottratte alla popolazione e alle amministrazioni locali, e il commissario nominato dal governo ha pertanto potuto decidere di ricostruire le abitazioni non tanto nel centro storico dell’Aquila dove si trovano i luoghi simbolo della città ma in una ventina di new towns, nuclei abitativi localizzati in aree sparse sulle colline intorno alla città, in aree verdi preziose per assorbire le piogge e neutralizzare la CO2. Il centro storico dell’Aquila è stato «militarizzato» e reso inaccessibile ai cittadini, motivando questa scelta con problemi di sicurezza delle persone per possibili crolli di parti degli edifici. Gli abitanti della città sono stati delocalizzati nelle new towns, o in costosissimi alberghi sulla costa adriatica, lontani dalle loro radici e dai luoghi degli affetti e della quotidianità. Mentre il governo raccontava ai quattro venti di aver compiuto un miracolo e di avere ridato casa ai terremotati, si è scoperto che le «macerie» off limits per i cittadini erano state trasformate in rifiuti smaltiti illegalmente dalla mafia e che gli appalti per la costruzione delle new towns erano stati pilotati da Bertolaso, il commissario alla ricostruzione. L’inchiesta della magistratura è ancora in corso, ma difficilmente essa potrà misurare e far pagarea qualcuno il danno ambientale della ricostruzione su aree vergini, distanti e non attrezzate.

Lo scandalo dei rifiuti in Campania. Su questo scandalo, che da un paio d’anni sta facendo il giro del mondo, non basta la critica sulle false promesse del governo, regolarmente smentite dai fatti tanto che l’Unione Europea ha sospeso i suoi finanziamenti per la raccolta differenziata affermando che «la situazione dei rifiuti in Campania è ferma da almeno due anni». Il problema vero è che dietro le promesse «il re è nudo», perché la soluzione del problema richiederebbe scelte radicali di democrazia partecipativa, com’è la raccolta differenziata, e di forte contrasto al business dei rifiuti messo in piedi dalla camorra, che ormai domina il settore. Le soluzioni prospettate dal governo sono state invece la «militarizzazione» dei siti e l’incenerimento dei rifiuti, due strade che non portano da nessuna parte: la prima, perché indebolisce le forze vive interessate a risolvere il problema; la seconda, perché i termovalorizzatori o inceneritori non funzionano se i rifiuti non sono stati prima trattati, richiedono tempi lunghi di costruzione e sono osteggiati dalla popolazione per la diossina derivante dall’incenerimento di rifiuti non trattati. La popolazione è scesa in piazza per difendere la salute e il futuro dei propri figli, minacciati dall’inquinamento del territorio e per contrastare la prepotenza con cui il governo con il primo decreto del 23 maggio 2008 ha trasformato in discarica la cava Sari di Terzigno, un comune localizzato nel Parco del Vesuvio, e intendeva trasformare in discarica anche la cava Vitiello di Boscoreale, altro comune nel Parco del Vesuvio, che sarebbe così diventata la più grande d’Europa. Il decreto aveva infatti consentito di derogare alla legge del 1991 istitutiva dei nuovi Parchi in Italia e a quella del 1995 istitutiva del Parco nazionale del Vesuvio, che vietano lo smaltimento nelle aree protette. I rifiuti non sono un problema di ordine pubblico ma un problema ambientale, hanno precisato i comitati cittadini per bloccare la discarica Vitiello e costringere le autorità a risanare il territorio. Ma il problema resta del tutto aperto, anche perché tra Napoli e Caserta ci sono da anni otto milioni di tonnellate di ecoballe, che inquinano il territorio e che nessuno sa come e dove smaltire.

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