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Fabrizio Bottini
Dimmi dove abiti e ti dirò chi sei
1 Luglio 2011
Scritti ricevuti
La discriminazione delle operaie alla Ma-Vib di Inzago in fondo è uno dei tanti prodotti collaterali dello sprawl suburbano, che troppi continuano colpevolmente a chiamare “città diffusa”

Quando proviamo a spiegare la dimensione metropolitana agli studenti del primo anno che si avvicinano titubanti alle mistiche del territorio, risulta parecchio utile quello schemino grafico chiamato transect dai nuovi urbanisti americani: sul un lato c’è il classico profilo di una città, con le torri, gli edifici fitti, le vie relativamente strette, poi una fascia in cui i viali iniziano a popolarsi di alberi magari anche in duplice filare, e i fabbricati a distanziarsi, alla fine sullo sfondo del cielo ci sono più ciuffi di foglie che falde di tetti. È particolarmente utile quello schema per chi si esercita sulla fascia orientale dell’area milanese, che la pianificazione provinciale chiama Adda-Martesana, sviluppata sull’asse della Padana Superiore e del tronco extraurbano della Metropolitana linea 2.

Gli americani articolano questa specie di "sezione territoriale" in varie fasce, e nell'area milanese si può riconoscere una Transect1, una Transect2 e una Transect3. Nella T1 ci stanno le aree quasi solo amministrativamente distinte dal capoluogo, come la Cologno di Mediaset o la Segrate di Mondadori e dell’ospedale San Raffaele; poi c’è la T2 dei grossi centri intermedi con le forti concentrazioni industriali e residenziali, da Cernusco a Gorgonzola fino al capolinea MM2 di Gessate (e al futuro tracciato esterno autostradale della TEEM); qui inizia l’ultima fascia, la T3 dove ancora qualcuno è convinto di stare in campagna, magari solo perché ci vuole un sacco di tempo per fare in macchina la quindicina di chilometri che lo separano dalla linea della Tangenziale. E poi c’è quel bell’odore di sterco di vacca, genuino ed evocativo.

Lo chiamavano idiotismo della vita rustica Marx e Engels, lo chiameremmo (dovremmo chiamarlo) ideologia suburbana noialtri, giusto per aggiornare il medesimo concetto. Oggi non ci sono più l’analfabetismo, la superstizione, l’isolamento fisico e culturale dell’epoca tradizionale, ma non ci sono dubbi che nei cul-de-sac residenziali e produttivi, nelle varie Wisteria Lane o viale Di Vittorio cresciuti negli anni attorno ai minuscoli centri storici di cascine con ex villa padronale, scorre una vita per nulla metropolitana. Almeno se con l’aggettivo intendiamo la serie di caratteri positivi ancora così ben riassunti da una delle “calamite” di Ebenezer Howard.

Inzago, pianeta Transect3, dove si è manifestato in questi giorni il fattaccio delle operaie discriminate nel silenzio dei compagni di lavoro, lasciate a casa perché così possono fare meglio ciò che la natura ha riservato alle donne (almeno nell’opinione di chi decide localmente). Inzago, dove se spegniamo le lampadine e i motori delle automobili si può tranquillamente precipitare in uno di quei begli ambienti da decentramento industriale otto-novecentesco, tale e quale alla Crespi d’Adda che da qui si raggiunge facilmente anche in bicicletta.

Sul manifesto di oggi 1 luglio 2001, Ida Dominijanni osserva che si sarebbe “tornati” a un modello di relazioni industriali anni ’50. Osservato dalla prospettiva dello sviluppo territoriale e sociale prevalente, quello che si mangia territorio agricolo senza costruire nulla che si possa lontanamente paragonare alla città (diffusa o vaporizzata o infinita, a piacere degli appassionati consulenti di settore), il caso è un po’ diverso. Nel senso che a quegli anni ’50 ci siamo rimasti, come dovrebbe apparire evidente proprio dallo schema insediativo, auspicabile e sostenibile solo per chi ragiona fantasticando american dreams di capifamiglia con l’automobile, che escono ogni mattina dalle villette, salutati dalle mogli, e queste poco dopo escono a loro volta per accompagnare con la seconda macchina i figli a scuola, nel centro polifunzionale raggiungibile quasi esclusivamente in quel modo. Poi una sosta al centro commerciale (qui si chiama la Corte Lombarda, realizzato col classico trucco dell’enclave comunale incistata nella circoscrizione concorrente, a fabbricare congestione a carico di altri), e magari i bambini li andranno a prendere i nonni, per portarli al doposcuola, con la terza e quarta macchina della famiglia allargata e del welfare privatizzato.

Quasi ovvio che, intente ad opre femminili varie, atteggiamenti d’ordinanza più o meno imposti da casalinga disperata, vago avvenir che in mente avevano, le donne qui nascano già con una tara da discriminazione anni ’50. Per fortuna un pochino di idea di città pare filtrata, insieme agli scarichi, anche sul pianeta suburbano Transect 3, speriamo che riesca a imporsi.

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