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Maria Pia Guermandi
Di fegato, di cuore
5 Settembre 2005
Maria Pia Guermandi
Se avessi letto Galli della Loggia ...

Se avessi letto Galli della Loggia, probabilmente avrei fischiato anch’io, ieri, in piazza. Il 2 agosto per noi di Bologna è un rito doloroso che si rinnova con la stessa intensità anno dopo anno: per moltissimi bolognesi “le ferie” finiscono o iniziano prima o dopo il 2 agosto, perché in quel giorno abbiamo un appuntamento fisso con la memoria, qui, alla stazione. Altri anniversari pur altrettanto dolorosi e più recenti, come ad esempio la strage del Pilastro della uno bianca, non occupano nella gerarchia non scritta dei nostri sentimenti civici, lo stesso posto.

E anche a livello nazionale la strage della stazione di Bologna (la più sanguinosa in Europa prima del massacro di Madrid dell’11 marzo 2004) segna l’apice e per fortuna il finale di una stagione denominata non a caso “anni di piombo”, iniziata con piazza Fontana: la perdita d’innocenza del ’68. E in qualche modo, questo ruolo di ‘snodo’ cruciale rappresentato dalla strage del 2 agosto, qui, a Bologna, l’abbiamo sentito subito ed interpretato negli anni: nella commemorazione alla stazione era come se si assommassero le commemorazioni di tutte le altre stragi che hanno insanguinato un periodo nel quale si contano più di 1000 morti e feriti per terrorismo e quasi 15.000 atti di violenza con danni alle persone. “Piccola, grande ecatombe” l’ha definita Piero Ignazi in un suo recente studio sulla rivista del Mulino intitolato “Gli anni Settanta e la memoria monca”. Proprio a questo tentativo di menomazione della memoria ci siamo sempre ribellati, da quella piazza, per tutti, quello di ‘sistemare’ una incredibile sequenza storica di violenze, misteri, depistaggi, connessioni mai chiarite, segreti di Stato e di fatto, vicende giudiziarie surreali, con l’individuazione sporadica di alcuni esecutori materiali. Totalmente impunito è, a 35 anni di distanza, l’incipit, tenebrosissimo, di questa storia: la strage di Piazza Fontana, così Ustica e altri; foschissime nubi si addensano sulle troppo frettolose verità di quasi tutti gli altri episodi, a partire dal caso Moro per finire appunto con Bologna, a proposito della quale gli ultimi veleni distillati in tempi recentissimi da un ex Presidente della Repubblica a proposito di piste mediorientali, si assommano a ricostruzioni di ben altra parte e da anni ben poco allineate alle verità ufficiali (v. per tutti l’articolo di Andrea Colombo, il manifesto, 03/08/2005).

Eppure, secondo il celebre opinionista del nostro quotidiano principe quella piazza di così plateale ‘ineducazione politica’ (sic) dovrebbe finalmente rassegnarsi ad accettare che il passato vada ‘accolto nella memoria per ciò che esso è stato, e dunque anche con tutte le sue oscurità, le sue ambiguità, le sue contraddizioni’. I fischi di ieri sono quindi sintomo irrefutabile di ‘primitivismo ideologico plebeo’ e su essi, quasi esclusivamente, si concentra l’attenzione quasi ossessiva della stampa di oggi in maniera assolutamente bipartisan. In verità si è trattato di una contestazione esclusivamente verbale di pochissimi minuti che non ha di fatto impedito al vicepresidente del consiglio di leggere frettolosamente le due paginette stilate per l’occasione. E quei fischi, ampiamente prevedibili, si ripetono ormai da molti anni all’indirizzo non di un personaggio specifico e neppure di una sola parte politica, ma di chi, su quel palco, rappresenta uno Stato che in molti dei suoi apparati, dai politici di più alto livello ai servizi segreti, ha mostrato in questi 25 anni troppe incertezze, reticenze, connivenze.

Quei fischi rappresentano la vera componente irrituale di una cerimonia che la nostra comunità non vuole imbalsamare in uno scontato rito consolatorio: e in fondo anche a noi, ai tanti che non se ne sono andati, che non hanno fischiato, non è mica tanto piaciuta quell’insistente unanime deprecazione sul ‘fattaccio’ da parte dei nostri rappresentanti. Primo fra tutti il nostro Sindaco, evidentemente preoccupato soprattutto del sarcastico rimbrotto sulla ‘bella piazza’ sibilatogli dal vicepresidente del Consiglio: che disdetta dopo che il suo bel discorso aveva strappato solo applausi, magari facendo leva anche sul vecchio let-motiv dell’abolizione del segreto di Stato. Non è mai stato apposto il segreto di Stato sulla strage di Bologna, non poteva esserlo, ma regolarmente questa parola d’ordine viene sventolata e anche quest’anno puntualmente ripresa dal florilegio tutto del centrosinistra quasi a perpetuare, anche nella condanna, per demagogia o pigrizia intellettuale, quella pratica della disinformazione che attraversa questa storia sin dall’inizio. E come poteva essere altrimenti: a chi sta facendo della ‘legalità’ la madre di tutte le battaglie, che risolve il problema dell’immigrazione con qualche ruspa e ritiene incompatibile con la quiete cittadina una sfilata antiproibizionista, quei fischi in clamoroso contrasto con le severe raccomandazioni dei giorni precedenti, devono essere sembrati una disobbedienza degna della peggiore suburra.

Certo, come hanno notato soprattutto i familiari delle vittime, un così deflagrante scalpore sui fischi bolognesi è servito soprattutto a stornare l’attenzione dai fatti giudiziari (Fioravanti e Mambro in semilibertà), dalla vergogna delle continue pseudorivelazioni che ancora si succedono e montano, di anno in anno, così che, fra non molto, delle sfolgoranti verità giudiziarie rimarrà ben poco, oltre alla sensazione di una marea melmosa che continua a salire inesorabile. Ma ancora, questa condanna così unanimemente condivisa temo sia anche il sintomo di qualcosa di diverso e di peggiore: una piazza che si ribella è intollerabile, un dissenso che si manifesta così scompostamente, anche se del tutto non violento, è inammissibile nelle logiche oggi prevalenti della pratica politica, sempre più ‘normate’ e desiderose di espungere qualsiasi pratica di dissenso non prevista a priori: a una commemorazione non si fischia, si celebra e basta. Quei fischi sono, forse, al contrario, i veri misconosciuti eredi di quella solidarietà corale, di quel mitico ‘senso civico’ che fece accorrere i bolognesi 25 anni fa a scavare tutti insieme in quella collinetta fumante di detriti e resti umani e ritrovarsi tutti, ma proprio tutti in Piazza Maggiore in occasione dei funerali delle vittime. I tempi sono cambiati, forse la ‘dignitosa, ferma compostezza’ di allora, a 25 anni di distanza, ha bisogno di qualche aggiornamento e di qualche fischio per risvegliarsi dal torpore, prima che sia troppo tardi.

Ma ieri mattina, arrivando in quella piazza di fronte alla stazione, ancora una volta così piena e con tante facce giovani, si era rinnovato in molti di noi l’orgoglio di appartenenza a quella comunità così tenacemente attaccata ai suoi ricordi: bella quella piazza, sì, davvero, signor vicepresidente, così attenta e vigile, così poco ubbidiente e allineata, così poco ‘per bene’…

Maria Pia Guermandi

Bologna, 3 agosto 2005

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