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Ida Dominijanni
Di che cosa non parla la sinistra italiana
18 Novembre 2008
Articoli del 2008
I significati generali della vittoria di Obama: al di là della cautela sulle promesse, negli USA forse è già avvenuta una riconquista della politica. Il manifesto, 18 novembre 2008

Finita la festa - per chi ha festeggiato - , il caso Obama è rapidamente sparito dal dibattito pubblico della sinistra e del centrosinistra italiani. Le «tesi» di Bertinotti gli dedicano solo un rapido cenno, il movimento degli studenti non ne sembra toccato, in casa Ds se ne parla per pezzi (l'uso della Rete nella campagna elettorale che fu, la politica estera che sarà), gli intellettuali della sinistra radicale si dividono fra gli entusiastici e gli scettici, gli opinion makers ne traggono materia solo per lamentare che il sistema politico italiano non consente il ricambio della leadership come quello americano e per dedurne le relative ricette (più primarie, meno oligarchie, più periferia, meno centralismo).

Eppure, nell'attesa di misurare dalle prime mosse del nuovo presidente il grado di soddisfazione o di delusione per le varie anime della sinistra planetaria, per quella italiana di materia per discutere ce ne sarebbe non poca. In fondo, la diagnosi della «americanizzazione» ha avuto largo corso negli anni passati per spiegare tutte le derive di degenerazione della politica italiana: dalla crisi della partecipazione e della rappresentanza allo svuotamento della democrazia costituzionale, dalla personalizzazione della leadership alla manipolazione mediatica del consenso, dalla trasformazione del cittadino in consumatore al peso più o meno palese delle lobby, dalla fine dei partiti di massa all'indebolimento dei sindacati, dalla strutturazione bipolare del sistema politico all'obbligo di giocare la partita elettorale solo al centro, dall'abbandono delle grandi tradizioni della sinistra novecentesca alla fortuna delle ideologie neo cons e teo cons, dalla fine dell'idea di pubblico al trionfo della religione del mercato. E dunque, sia pure senza cedere alla retorica onnipresente della «vitalità» della democrazia e del sogno americano, meriterebbe un'analisi accurata il fatto, non poco spiazzante, che sia dall'altra parte dell'Oceano e non da questa che vengono, con la campagna elettorale e l'elezione di Obama, esplosivi segnali di controtendenza: una partecipazione al voto altissima per i livelli americani; una mobilitazione dal basso che ha saputo avvalersi assieme dei nuovi media e delle vecchie forme di sensibilizzazione «porta a porta», e ha saputo dare spinta politica alla disaffezione antipolitica; un protagonismo dei movimenti radicali che necessariamente vincolerà Obama a non chiudersi in un palazzo autoreferenziale; una radicalizzazione dello scontro politico che non si è preoccupato solo di conquistare voti centristi; una personalità carismatica, che è altra cosa dalla personalizzazione plastificata dei leader mediatici; un sentimento popolare della necessità di politica e di cambiamento, che è altra cosa dall'uso manipolatorio del populismo; l'evocazione dei miti fondativi della democrazia americana, che è il contrario del sistematico processo di delegittimazione della Costituzione in atto da decenni in Italia; la riabilitazione della funzione del pubblico contro l'arbitrio assoluto del mercato; l'abolizione, promessa e speriamo presto mantenuta, dello «stato d'eccezione» inaugurato da Bush a Guantanamo non senza ricadute sulla fortuna dei «campi» anti-immigrati in Europa. E, prima di tutto questo, la legittimazione di massa di un leader meticcio che rappresenta e legittima a sua volta il meticciato della popolazione globale.

Al di là, o meglio al di qua, della questione che non smette e non smetterà di agitare e di dividere la sinistra critica europea, se cioè tutto questo non si risolva che in una cura ricostituente della più grande potenza mondiale contro il suo declino, è evidente che siamo di fronte a una rotazione d'asse del discorso e delle forme della politica, che è frutto di una sinergia di fattori materiali e simbolici, che si spera produca frutti materiali consistenti e che ha già prodotto uno spostamento simbolico di prima grandezza. E' cattivo economicismo, a mio avviso, attribuire come molti vanno facendo al precipitare della crisi la vittoria di Obama: questa ha contato, ma non stava scritto che lavorasse per lui, e non sarebbe stata decisiva senza il concorso di altri fattori, meno «contabili» ma altrettanto determinanti. Così come sarebbe cattivo romanticismo attribuire tutto il peso della vittoria a un ribaltamento sentimentale del fattore razziale: se l'elemento simbolico e (anti)identitario del meticciato ha potuto affermarsi è perché il laboratorio sociale e culturale americano e globale aveva già preparato il terreno. Dunque, è proprio sulla sinergia di materiale e simbolico, quella sinergia che la sinistra europea sembra aver perduto da troppo tempo, che il caso Obama dovrebbe aprire gli occhi anche al di qua dell'Oceano.

Lo spostamento simbolico, come sempre, è quello più impegnativo da analizzare, tanto più che non parla solo di Obama ma anche, anzi soprattutto, di noi, coinvolge dimensioni tutt'altro che evidenti e si presta a piegature diverse d'interpretazione anche fra osservatori solitamente vicini. Prendiamo il sentimento di entusiasmo che è esploso su scala planetaria la notte del 4 novembre: come leggerlo, e che farne? Curiosamente, l'entusiasmo è al centro dell'analisi «del giorno dopo» di due intellettuali radicali usi a uno scambio intenso fra loro come Judith Butler e Slavoj Zizek, che ne danno due letture differenti. Butler, sul manifesto del 9 novembre, pur sottolineando l'enorme spostamento che l'elezione di Obama comporta, ha messo in guardia da un entusiasmo acritico, carico di aspettative messianiche e perciò soggetto a inevitabili delusioni, invitando la sinistra radicale americana (e non solo) a non abbassare la guardia di fronte agli appelli all'unità nazionale del nuovo presidente, a non sottovalutare gli elementi facistoidi sempre presenti nelle dinamiche di identificazione di massa con un leader, a non dismettere le armi della critica e del dissenso, a continuare la mobilitazione politica per vincolare Obama al rispetto delle sue promesse: l'entusiasmo, sostiene, è carico di elementi fantasmatici che possono facilmente ribaltarsi in disillusione. Viceversa Zizek, su Internazionale di questa settimana, prende l'entusiasmo come il segno di un eccesso, di un surplus simbolico, che fa dell'elezione di Obama qualcosa di più di una vittoria politica tradizionalmente intesa. Rileggendo il famoso scritto di Kant sulla rivoluzione francese, che proprio nell'entusiasmo degli spettatori vedeva il motore rivoluzionario di quell'evento al di là dei suoi successi o dei suoi fallimenti, Zizek legge nell'entusiasmo di noi spettatori del 4 novembre il segno dello spostamento simbolico già verificatosi: l'evento è già avvenuto, non consiste in un'investitura messianica su Obama ma nel fatto che la sua elezione dimostra che il cambiamento è possibile, che la storia non è fatta solo di ripetizione ma anche di imprevisto, che le parole di una campagna elettorale possono modificare il regime del dicibile e dell'indicibile e dunque allargare i confini della nostra libertà. Anche Zizek conclude che la vera battaglia comincia «ora che la vittoria è arrivata». La politica infatti è sempre nelle nostre mani, non in quelle di un leader. Certamente, come dice Butler, occorre tenere gli occhi aperti e le armi della critica in mano. Ma fidandoci di quell'entusiasmo che ha riaperto il presente al possibile e all'imprevisto

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