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Gabriele Polo
Democrazia targata
20 Maggio 2007
Articoli del 2007
Vigiliamo sulle minacce alla democrazia, che nascono spesso da iniziative piccole e apparentemente ragionevoli. Da il manifesto del 20 maggio 2007

La sicurezza è un'emergenza mondiale ma il vero terrore è quello della vita quotidiana. Così in Louisiana (profondo sud degli States) stanno per introdurre una norma a tutela dell'incolumità stradale: chi sarà condannato per guida in stato d'ebbrezza dovrà tingere di verde la targa del proprio veicolo. Sarà immediatamente riconoscibile e gli altri potranno stargli alla larga. Se n'è fatta di strada da quando nella vecchia Europa un colore serviva a marchiare «devianze» religiose, sociali e politiche: in Occidente ha vinto la democrazia, seppur automobilistica.

Gli americani sono sempre un passo avanti, e per questo un modello. Tuttavia anche da noi si cerca di tenere il passo. Così, finalmente, la sicurezza non è più un tabù della sinistra, anzi diventa un suo valore assoluto. Suonerebbe inopportuno ricordare a una classe politica così intrisa di familismo (anche nelle ricadute professionali del termine) che, per esempio, l'80% delle violenze subite dalle donne non avvengono per strada a opera di «devianti» etnici o sociali, ma tra le mura domestiche per mano di parenti più o meno devoti del family day: sono sfumature marxian-strutturaliste cui non si fa più caso.

Concentramoci, invece, sulle misure per affrontare l'emergenza-sicurezza. E, allora, via dalle città rom sfaccendati e cinesi stakanovisti, controlliamo il tutto con le telecamere (Berlusconi ha insegnato la potenza politica dell'obiettivo tv) e arricchiamo il territorio con un bel po' di divise. Insomma, ogni cosa e ogni persona va messa al «suo» posto, naturalmente con tutte le garanzie che sono proprie delle nostre civiltà. Ne trarremo maggior tranquillità e stabilità. Curiosamente questo rilancio da sinistra sulla sicurezza avviene in contemporanea con il confronto tra le massime cariche istituzionali sul «funzionamento» della nostra democrazia: che - si denuncia - è troppo impacciata e lenta. Insomma, molto instabile e precaria nei suoi meccanismi, mettendo a rischio l'efficacia della politica e incrementando ulteriormente il «senso d'insicurezza» dei cittadini.

L'accostamento delle due «emergenze» non è in realtà casuale. Offre la declinazione che va per la maggiore di una parola abusatissima come democrazia, ed ecco l'indirizzo verso cui anelano le classi dirigenti per affrontare l'epocale crisi della rappresentanza: la democrazia ridotta a governabilità. Tutto ciò che rischia di turbarla non appartiene più alla politica, anzi la minaccia e, pertanto, non va rappresentato ma circoscritto, isolato, anestestizzato. Non importa che i rom siano dei cittadini europei, che i cinesi di Milano abbiano tassi di produttività da far impallidire la Fiat di Melfi, o che la Costituzione assegni al Parlamento e non al governo il potere legislativo. Quel che conta è la governance di un sistema considerato immutabile e cui, per ben funzionare, manca solo un po' di stabilità. Targhe colorate, «delocalizzazioni» di persone o premierati efficienti, è solo questione di longitudine.

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