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Maria Pia Guermandi
De foris, etiam
23 Maggio 2005
Maria Pia Guermandi
Qualche settimana fa, con alcuni colleghi berlinesi ...

Qualche settimana fa, con alcuni colleghi berlinesi, ho visitato la mostra FORMA collocata nell’ambulacro del secondo ordine del Colosseo. Erano gli ultimi giorni di apertura di questa iniziativa che ha riportato l’attenzione sull’assetto dell’area centrale fra il Campidoglio e il Colosseo: ‘il’ problema dei problemi dell’archeologia (e non solo) romana.

Sulle infinite, anche se troppo spesso di ambito solo locale, discussioni moderne sull’area archeologica centrale e via dei Fori Imperiali è possibile recuperare documenti e riferimenti bibliografici anche in eddyburg (da ultimo, quasi definitivo nella sua incisività, De Lucia link a Meridiana), queste poche righe al di là delle considerazioni non proprio positive sul progetto e sull’allestimento al Colosseo, vogliono soprattutto sottolineare, ottimisticamente, l’importanza del riaccendersi – comunque - dei riflettori e dell’interesse non solo specialistico sui fori romani (quasi contemporaneamente all’inaugurazione di FORMA, Carlo Aymonino aveva presentato a Veltroni un altro progetto sulla stessa area, di ben altra incisività e che ha trovato echi sulla stampa soprattutto - e un po’ sbrigativamente - quasi solo per la proposta di ‘ricostruzione’ del Colosseo, per v. Giornale dell’Arte, maggio 2004).

Il perno dell’allestimento di FORMA (opera di Oriana Mandrelli) era costituito da un nastro di materiale plastico trasparente srotolato attorno ai pilastri dell’ambulacro e sul quale erano proiettati documenti di vario tipo (e di difficile lettura, vista l’inclinazione del supporto…) incisioni, dipinti, sculture, a sommaria introduzione storica sulla riscoperta dei Fori in epoca moderna. Facevano parte del percorso anche una serie di opere statuarie dagli scavi che hanno interessato l’area, e, in ordine sparso, una dozzina di schermi: sui quali scorrevano, a ciclo continuo, le immagini dei cittadini romani con le loro estemporanee dichiarazioni sulla città e i fori (una finestra sul quotidiano contemporaneo?), mentre al centro del percorso stesso, le interviste televisive ad Adriano La Regina, Italo Insolera, Walter Veltroni, Massimiliano Fuksas riportavano il discorso sul sistema dei fori romani e la sua sistemazione. Mentre nelle dichiarazioni dei primi due si leggeva soprattutto il tentativo appassionato (con toni quasi esasperati, per quanto riguarda La Regina) di ribadire l’ovvietà dell’importanza di quest’area, nel sindaco prevaleva largamente la prudenza del politico, soddisfatto, tutto sommato, di una soluzione largamente interlocutoria, dal carattere assolutamente ‘reversibile’, così come sottolineato dallo stesso Fuksas nella presentazione del suo progetto.

Quest’ultimo viene anzi definito, piuttosto, un ‘concetto’, ‘senza estremismi ideologici’ ed era illustrato da un plastico in chiusura dell’esposizione. Gli ideatori (assieme a Fuksas, la Mandrelli) si limitano, in sintesi, a proporre un sistema di passerelle che ricalcherebbe alcuni dei percorsi delle strade medievali perdute, consentendo un accesso più libero alla sequenza dei Fori imperiali e dotati di servizi accessori oltre che di postazioni idonee a visioni panoramiche dell’intera area. L’asse di via dei Fori Imperiali, considerato ‘ormai storicizzato’e quindi inamovibile sarebbe attraversato da passaggi sotterranei nei punti in cui ‘è certamente sgombro’ (dall’’ingombro’ archeologico’, se ne deduce...).

L’esposizione del Colosseo, ci è apparsa, nel complesso, di scarsa efficacia comunicativa: il percorso è confuso e, come detto, di scarsa leggibilità; i diversi elementi, fra di loro scarsamente congruenti, non riescono a richiamarsi in un sistema di relazioni compiuto: più spesso, invece di rafforzare il tema principale (il progetto di risistemazione), lo sfilacciano. La varietà dei media utilizzati, insomma, lungi dall’esaltare le connessioni, confonde senza nulla spiegare e che dire, poi, di quelle povere statue utilizzate come elementi d’arredo secondo una concezione espositiva preottocentesca.

Un luogo come questo, d’altro canto, al contrario di una evidenza superficiale, non mi è mai parso adatto ad esposizioni archeologiche e non: troppo poco neutrale e inadeguato per carenze strutturali e logistiche. La suggestione del contesto, lungi dall’agevolarne la lettura, schiaccia inesorabilmente i contenuti.

Certo è difficile rinunciare ad un potenziale di pubblico di tale livello quantitativo: la mostra risulta visitata, nei dieci mesi di apertura, da oltre 2 milioni di visitatori (ma il biglietto è cumulativo con quello dell’entrata al Colosseo). Se a questo obiettivo si puntava, però, occorreva approfittarne meglio: di fronte ad una platea di provenienza quanto mai internazionale, si potevano almeno prevedere i sottotitoli alle interviste sopra richiamate ed inesorabilmente solo in italiano…a meno di considerare questa vicenda, come un ‘affaire’ esclusivamente romano.

In merito al progetto, poi, personalmente trovo la giusticazione della inamovibilità di via Fori Imperiali, tanto spesso riascoltata e qui ripetuta (quasi un mantra), sulla base dell’impossibilità di un ritorno allo status quo antea, null’altro che un’aporia logica: se si afferma che “non si può ritornare indietro”, per l’appunto si dovrà andare avanti e come via dei Fori Imperiali (peraltro definita dallo stesso Fuksas, ‘senza senso’ La Repubblica, 30.06.04), ha cancellato una situazione precedente, costituendone un’evoluzione, così, a meno di non volerla considerare, a mo’ di Fukuyama dell’urbanistica, come il crollo del muro per la fine della storia, la sua rimozione è perfettamente concepibile quale ulteriore, ragiopnato livello della stratigrafia urbana ed anzi si impone, dal punto di vista culturale come evoluzione ‘prescritta’, la cui evidente ‘necessità’, dal punto di vista archeologico, urbanistico, sociale ed economico è stata tanto reiteratamente dimostrata con metodologia incontrastata, quanto disattesa con argomentazioni di assoluto provincialismo.

E poi, proprio in questo stesso luogo, la rimozione di via del Foro Romano, risalente a qualche decennio addietro, pur se in dimensioni spazialmente più ridotte, costituisce testimonianza esemplare dell’opportunità di operazioni come queste: oggi, a chiunque, risulta persino impossibile pensare che un nastro di asfalto attraversasse il Foro alle pendici del Campidoglio.

Ulteriore definitivo incentivo ad una soluzione ‘forte’ appare, infine, l’attuale schizofrenia fra le due aree separate dall’arteria: da un lato un perenne formicaio (peraltro difficilmente gestibile, in termini di quantità di flusso, dal sistema delle passerelle di Fuksas), che in molti giorni appare ormai al limite della congestione e dall’altro una sequenza desolata di recinti maldestramente ritagliati e inesorabilmente respingenti.

Certo occorre anche la piena consapevolezza che, per noi archeologi, un’operazione come questa, lo scavo integrale dell’area, seppur scientificamente imperdibile, appare comunque ad altissimo rischio ‘sociale’. Scavare è sempre un rischio, soprattutto in ambito urbano, dove quasi sempre queste operazioni sono vissute come un impedimento al normale svolgimento delle attività quotidiane e le strutture archeologiche riportate in luce molto spesso rimangono irrimediabilmente estranee al tessuto della città viva. Anche per questo l’acquisizione del consenso sociale diviene la prima arma per una tutela duratura, efficace, in quanto non imposta, ma condivisa: laddove c’è uno scontro l’archeologia ha sempre perso e anche se poi dal punto di vista meramente legislativo ottiene dei risultati, questi sono destinati a vanificarsi nel tempo.

Eppure anche in tale direzione quest’area appare come un’occasione unica per dimostrare la nostra capacità di far assumere al patrimonio culturale una funzione sociale di rilevanza primaria. E proprio su questa necessità di trasformazione - evoluzione dei ‘beni’ in ‘servizi’ culturali, mi concedo una critica ad Adriano La Regina che in sede di presentazione della mostra FORMA avrebbe affermato come ‘scritte, mappe, cartelloni e tabelloni in queste aree non servono’ e distoglierebbero ‘dalla sostanza di ciò che si ha davanti agli occhi’: d’accordo se l’affermazione va letta come una preoccupazione per il carattere a volte troppo invasivo di taluni meccanismi comunicativi, ma questi spazi sono ormai ‘globalizzati’ quanto pochi altri al mondo; senza tener conto dei milioni di visitatori asiatici o americani che li percorrono, temo che anche per una cospicua percentuale di europei o ‘nostrani’ le poche lapidi a intitolazione di qualche monumento ora presenti e pressochè loro coeve debbano essere considerate insufficienti. Certo, come suggerisce il Soprintendente (che tale per qualsiasi archeologo rimarrà per sempre), ci si può informare ‘prima’ e sicuramente qualche cartello in più non risolve il problema, ma che un luogo come questo costituisca anche un’irrinunciabile sfida comunicativa, credo sia da mettere in conto.

E’ vero, questi monumenti rappresentano un insieme tanto ‘forte’, per importanza e notorietà, quasi un concentrato forse unico di Nachlebens (per dirla con Warburg) e pertanto a rischio perenne di banalizzazione: a maggior ragione dovremmo impegnarci a proporre, comunque, degli strumenti per superarne una visione meramente estetica, à la Grand Tour ( ma che meravigliosa opportunità, intanto, le splendide vedute sei-settecentesche di Roma antica, ospitate in questi giorni a pochi metri di distanza, in Palazzo Caffarelli): solo così sapranno essere patrimonio davvero universale e non rimandare, come ingombranti ed inutili testimoni, a quella che Moses Finley chiamava ‘cultura disperatamente straniera’.

In ogni caso e in conclusione, la discussione che si riaccende su questi luoghi credo vada sostenuta a tutti i livelli, in ambito nazionale per reinserirla a pieno titolo nel dibattito politico immediatamente futuro (il laboratorio del programma dell’Unione, la famosa Fabbrica prodiana, tanto per fare un esempio a caso, non contempla, per il momento, un’area dedicata a cultura e beni culturali…) e, in più, se possibile, per ‘esportarla’ in un orizzonte almeno europeo.

Nonostante tutto la partita, per fortuna, potrebbe ancora non essere chiusa; nonostante tutto sembra che questi luoghi emanino una loro forza intrinseca che impedisce alla nostra stanchezza di prevalere.

In fondo essi rappresentano l’onfalos per eccellenza, in senso non solo fisico – topografico, non solo urbanistico, ma culturale in senso ampio e (vabbè, buttiamoci) ideologico in quanto sfraghìs di un’ideologia del governo della città.

Per tutto questo e per altro ancora, occorre, allora, essere ‘estremisti’.

Come ha affermato lo stesso Soprintendente ‘la sistemazione dei Fori Imperiali non può essere meschina’ (Giornale dell’Arte, giugno 2004) o, come diceva Estée Lauder, ‘le cose devono essere perfette, per essere accettabili’.

Bernardo Bellotto, dal catalogo della Electa

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