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Giovanni Caudo
Dalle tende alla casa, al diritto alla casa
6 Febbraio 2007
Abitare è difficile
Una corrispondenza da Parigi per eddyburg, su un problema drammatico in tutt’Europa. E una proposta di movimento per l’Italia per rendere visibile un problema che troppi ignorano

D’inverno i barboni, i senza casa, fanno notizia. Il freddo rigido diventa insopportabile e così la morte di qualcuno di loro giunge fino alla nostra attenzione.

A Parigi è successo qualcosa di nuovo e di diverso. Tre giovani attori hanno cominciato a comprare tende da campeggio e le hanno date ai senza casa. Le hanno sistemate lungo il Canal S. Martin tra quai de Valmy e quai de Jemmapes, giusto alle spalle di Place de La République. Il 20 dicembre scorso le tende erano 260, le persone alloggiate molte di più, in alcune una sola, in altre anche 4: in tutto forse 300-400 persone. Una tenda per ripararsi ma soprattutto una tenda per farsi vedere. Rendere visibile l’invisibile, questo l’effetto principale. Le foto di questo strano accampamento, tutto colore rosso, hanno cominciato a circolare. La cultura dell’immagine e della fantasmagoria urbana è servita questa volta per mettere al centro dell’attenzione gli invisibili e con essi il crescente disagio abitativo che ormai accomuna molte città e metropoli europee. Jean Baptiste Legrand è il presidente dell’associazione “Les Enfants de don Quichotte” responsabile dell’iniziativa: lo si incontra al Cafè 96 che funziona da punto di riferimento: si possono chiedere informazioni, contribuire con delle donazioni o prestare un pò del proprio tempo. Alcuni abitanti delle tende ricambiano il proprietario del bar sparecchiando i tavoli.

La municipalità ha bloccato l’installazione di nuove tende ma, in cambio, l’associazione ha ottenuto l’impegno a trovare una sistemazione stabile. Oggi, 3 febbraio, le tende sono 117, il lavoro di rialloggiarli procede, se ne è fatta carico la Fnarf, Fédération d’association. Al momento 147 persone hanno avuto una sistemazione stabile. Le persone rimaste nelle tende sono i casi più difficili da risolvere, alcuni sono senza documenti. Ma il successo dell’iniziativa è indubbio. Il governo francese si è dovuto impegnare in risposta all’eco suscitato sulla stampa a predisporre un piano d’urgenza per i senza casa. E’ di ieri l’assegnazione fatta dall’ENA, la mitica scuola della pubblica amministrazione francese, all’associazione Emmaus di un immobile nel pieno centro di Parigi. L’edificio di otto piani, posto all’angolo tra il Boulevard S.Germain e la rue del Buci, nel quartiere Latino, consentirà di alloggiare una cinquantina di persone.

Ma l’iniziativa è servita anche ad imporre la questione del diritto alla casa da trattare al pari di quello alla salute. Una carta del diritto alla casa sulla quale in Francia il governo di destra sembra volersi impegnare. A Bobigny, nella sede municipale si sono svolti (il 2 Febbraio) gli stati generali europei per l’appello al diritto alla casa. In alcuni paesi europei questo diritto è già sancito nella costituzione: Belgio, Spagna, Grecia, Portogallo, Finlandia, Olanda, Svezia. In altri è sancito solo con legge ordinaria. Un gruppo di lavoro del Parlamento Europeo denominato “Urban Logement” ha pubblicato nell’aprile 2006 una Carta europea dell’alloggio, ma al momento è solo un documento di intenzioni. Sancire il diritto alla casa per contrastare la crescente difficoltà di accesso alla casa, e quindi ad uno dei beni indispensabili per poter avere una vita dignitosa, è solo un segnale di quanto sia grave la questione casa nell’attuale modello economico e sociale. Una difficoltà che riguarda tutti i paesi europei.

Rendere visibile l’invisibile, visto l’esito della vicenda parigina, proporrei di esporre un lenzuolo colorato ad ogni finestra di ogni alloggio che i nostri comuni stanno (s)vendendo. Ci renderemmo conto forse meglio di quanto sta succedendo e di quanto grave è questo processo di dismissione di beni pubblici. Tanto più grave perché avviene proprio nel momento in cui è più acuta la difficoltà di accesso alla casa non solo per i ceti sociali meno abbienti ma anche per quello che una volta chiamavamo ceto medio.

Nota: vedi anche - su Mall - la ricostruzione della vicenda, di qualche tempo fa, dallo International Herald Tribune (f.b.)

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