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Paolo Marelli
Dalle Alpi al Ticino. I duemila chilometri dei turisti a pedali
24 Luglio 2011
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Cronaca Lombardia del Corriere della Sera, 24 luglio 2011, una sognate ma realistica descrizione dei percorsi ciclabili regionali che sorvola/sottolinea un vuoto. Postilla(f.b.)

Si scoprono colori, suoni e profumi del paesaggio lombardo. Si viaggia da Nord a Sud, dalla montagna alla pianura, passando per la collina. Circumnavigando i laghi e costeggiando i fiumi. Niente auto, moto, camion. Solo due ruote, pedali e sudore lungo i 2.439 chilometri di piste ciclabili che si snodano dalla Valtellina al Po, dal Ticino al Mincio, dal lago di Varese al Garda. Una rete di strisce d’asfalto ma anche di tratti sterrati, sicuri e protetti. Un paradiso per chi vuole stare all’aria aperta, godersi il sole, cercare un po’ di benessere, ammirare borghi storici e artistici di una Lombardia nascosta, rilassarsi nel verde. Fuori dalle città, lungo le ciclabili delle dodici province si incrociano tutte le età. Coppie, amici e famiglie. Operai, casalinghe, manager e imprenditori.

Un popolo in crescita, per lo più soggetti metropolitani, che macinano chilometri con la bici sportiva, o la mountain bike. In Valtellina, lungo i 97 km del tracciato che parte da Grosio e scende fino a Colico, sul lago di Como. Da dividere in due tappe, con tanto di pernottamento in valle, per chi non è sufficientemente allenato. Chi ha buone gambe può cimentarsi anche con le salite del Bergamasco: tappe da non perdere in Val Brembana (20 km da Zogno a Piazza Brembana), in un paesaggio mozzafiato di gallerie, ponti, saliscendi. Da non perdere anche il percorso della Valganna (17 km da Ponte Tresa a Miniera di Valsassera) nel Varesotto, lungo l’antica via di pellegrini, re e mercenari. Si pedala per passione, per turismo, per passatempo lungo l’anello del lago di Varese, 28 km con partenza e arrivo a Gavirate. Oppure lungo corsi d’acqua e canali. A cominciare dall’ Adda, 29,3 km da Garlate (Lc) a Trezzo d’Adda (Mi): un itinerario dal retrogusto manzoniano, uno spettacolare corridoio verde con canyon, ponti e i resti dei castelli di Brivio, Trezzo, Cassano, che si annoda poi con la pista della Martesana, che arriva fino a Milano.

Gli innamorati delle due ruote non possono rinunciare al Ticino e al Naviglio Grande, 73 km da Sesto Calende a Milano, con un paesaggio che racconta tanta storia di Lombardia. Come i 33 km della ciclabile del Naviglio Pavese, con una deviazione irrinunciabile verso la Certosa di Pavia. Due percorsi meritano, infine, una citazione: la ciclabile del Parco delle Groane, 20,8 km da Lazzate e Bollate; e la Peschiera del Garda-Mantova, 43,5 km, dove un’atmosfera rinascimentale si sposa con l’anima più vera della Pianura Padana.

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In questa rassegna delle bellezze lombarde e del modo più intelligente per godersele, c’è un passaggio (giusto alla fine del penultimo paragrafo) che a modo suo apre e frettolosamente richiude il vero cuore di tenebra della faccenda: sono anni e anni che abbiamo fatto trenta, ma il trentuno no, quello mai! Nel senso che, quando dalle vertigini sportive e turistiche si passa alla vita normale cominciano i dolori. E dolori non tanto dovuti all’ovvia ripresa del tran tran quotidiano, ma alla scomparsa da sotto il sedere del ciclista di quel percorso che sin lì l’aveva guidato tra fiumi valli e monumenti. C’è davvero da chiedersi il perché, di questa relativa rarefazione infrastrutturale proprio quando invece tutte le altre reti improvvisamente si infittiscono e integrano.

L’architetto Jan Gehl, vero e proprio guru internazionale in materia di progettazione di sistemi integrati di mobilità dolce locale coordinati alle reti più tradizionali, nel suo ultimo Cities for People (Island Press, 2010) osserva sulla scorta delle infinite consulenze in materia come esista un criterio infallibile per valutare la civiltà – un assessore in campagna elettorale direbbe “misura d’uomo” – di un insediamento urbano moderno. Un criterio semplice e pratico, lo possiamo usare tutti mettendoci in un momento qualunque a osservare i ciclisti che passano: la civiltà cresce man mano diminuisce la percentuale dei maschi giovani con mezzo high-tech e tutine fosforescenti, e aumenta quella di donne, bambini, anziani con zainetti e borse della spesa.

Perché succeda questo, ovviamente, oltre a buona volontà e spirito di adattamento ci vogliono un minimo di infrastrutture e organizzazione. E invece?

Invece, ad esempio (solo per farne uno) proprio dove il percorso turistico “si annoda poi con la pista della Martesana, che arriva fino a Milano”, e iniziano a comparire vistose strade, quartieri a organizzazione fortemente automobilistica, barriere, ferrovie, tangenziali, le stazioni della MM2 … la pista ciclabile resta più o meno identica al percorso che si stava seguendo dai paesaggi manzoniani dell’addio ai monti parecchi chilometri prima. Vietato svoltare di qui o di là, salvo nei centri storici dove qualche piccola zona pedonale e comunque il traffico scoraggiato dalle stradine aiutano da soli. Vietato portarsi la bici in metropolitana, per i soliti ostacoli burocratici cretini, che però nessuno affronta MAI. Poi, superati nei soliti cunicoli un po’ puzzolenti gli svincoli autostradali, l’ex percorso turistico entra in Milano. E qui, parafrasando il mitico Peppino, “ho detto tutto”. Posso solo richiamare la vicenda del piano cosiddetto Grande Gronda, sperando che magari i feroci comunisti della giunta Pisapia, o qualcun altro, provino un po’ a far diminuire quella percentuale di ciclisti testosteronici che malgrado loro sono sicuro indice di inciviltà (f.b.)

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