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Paolo Sylos Labini
D’Alema aiutò Berlusconi a rimanere in sella?
27 Aprile 2011
I tempi del cavalier B.
Nel 1994 il Cavaliere non era eleggibile. Sylos Labini racconta che D’Alema lo aiutò. Il leader dei DS nega, l’economista ribatte. L’Unità, novembre 2001

Paolo Sylos Labini
Cari Ds manca ancora il rospo
l’Unità, 16 novembre 2001

I leader dei ds hanno detto che la perdita dei consensi dipende in primo luogo dalla
grave inadeguatezza dei programmi. Vero. Hanno detto anche che dipende dai litigi
interni. Anche questo è vero. Manca però il ROSPO: il grave errore di strategia
commesso quando, per avviare la Bicamerale, quei leader hanno cercato in tutti i
modi un accordo con Berlusconi, che doveva essere il socio di un’impresa tanto
ambiziosa quanto assurda: riformare la Costituzione, che era costata lacrime e sangue,
con la collaborazione di un personaggio che aveva gravi conti aperti con la giustizia e
che quindi avrebbe cercato innanzi tutto di informare a proprio vantaggio il sistema
giudiziario: se non avesse avuto soddisfazione, avrebbe fatto saltare il tavolo, com’è
accaduto e come alcuni avevano previsto fin da principio. Non si poteva, da un lato,
chiedere ed ottenere la collaborazione di Berlusconi per la Bicamerale e, dall’altro,
combatterlo, per esempio, sul terreno del mostruoso conflitto d’interessi. Ecco perché
i leader dei ds accettarono come buona la «finzione» – il miserabile cavillo – secondo
cui non era Berlusconi ma Confalonieri il titolare delle concessioni televisive,
aggirando così la legge del 1957 che stabiliva l’ineleggibilità dei titolari di
«concessioni pubbliche di rilevante interesse economico».


Accettato quel cavillo ed avendo così resa inutilizzabile la legge del 1957, i ds hanno
dovuto imboccare la strada della nuova legge. Nello sciagurato spirito della
collaborazione con Berlusconi fu preso per buono ed approvato, solo alla Camera, un
disegno di legge presentato dallo stesso Berlusconi e dai soci, fondato sull’idea
americana del blind trust un’idea ragionevole nel caso di titoli e di beni fungibili,
come i beni immobili, ma inattuabile – diciamo pure ridicola – nel caso di reti
televisive. Il disegno di legge non fu presentato al Senato e rimase con la sola
approvazione della Camera, viene tuttavia ripetutamente gettato fra le gambe dei ds
da Berlusconi e da chi sia pure non apertamente lo difende. Forte del tacito assenso
dei ds il Cavaliere è diventato sempre più sfrontato sul conflitto d’interessi ed ora ha
fatto presentare da Frattini un nuovo disegno di legge che è una vera e propria
burletta. Ha scritto giustamente Sartori che «in Italia sta scomparendo un principio
fondante della democrazia, la pluralità e la concorrenzialità degli strumenti
d’informazione». Dalla collaborazione con Berlusconi, che era l’inevitabile corollario
dello sciagurato errore strategico della Bicamerale, sono derivati vari altri «errori», fra
cui lo scarsissimo impegno nel ratificare in tempi brevi la convenzione italo-svizzera -
poteva essere approvata già nel 1998 – e la critica ai «demonizzatori» di Berlusconi,
come me e come diversi miei amici, tutti o quasi tutti dalla tradizione liberalsocialista
(saremmo dovuti essere cooptati nella «Cosa 2», mi pare, ma forse abbiamo capito
male). È vero almeno che «esagerando» nelle critiche a Berlusconi avremmo fatto il
suo gioco? No, non è vero: secondo uno studio serio di un centro torinese di ricerche
sui flussi elettorali la nostra azione, insieme con gl’interventi di Benigni, di Travaglio
e di Veltri e dei giornalisti dell’Economist, avrebbe spostato a favore del
centrosinistra, il minor male, da uno a due milioni di voti. Non chiedevamo né
ringraziamenti né riconoscimenti, ma almeno una qualche presa di posizione, nei fatti
e negli atti, che la nostra azione non andava duramente criticata, ma utilizzata: siamo
nella stessa barca. A giudicare da recenti dichiarazioni di diversi leader del
centrosinistra e dei ds in particolare sembra che ciò stia finalmente avvenendo.
Tuttavia, per contrastare con efficacia i reiterati attacchi di Berlusconi e di altri sulle
posizioni dei ds riguardanti il conflitto d’interessi e la «pigrizia» nella ratifica della
convenzione sulle rogatorie e per persuadere i votanti delusi ed amareggiati che
muteranno veramente la loro politica i leader ds debbono fare chiaramente ed
esplicitamente autocritica per quel grave errore strategico, magari invocando come
attenuante il fatto che il cinismo e la slealtà di Berlusconi hanno superato ogni limite,
sia pure riconoscendo che la politica non è un’attività per educande. Solo con una tale
autocritica – e non con la generica ammissione che errori sono stati compiti – i leader
ds possono via via recuperare credibilità. http://www.syloslabini.info/online/?p=416

Replica di Massimo D’Alema

L’Unità 22.11.2001



Gentile professore, in generale cerco di non replicare agli attacchi personali. Tendo
volentieri a discutere – questo sì – opinioni e punti di vista anche assai distanti dai
miei, ma di solito mi trattengo quando colgo nell’interlocutore un elemento di
pregiudizio.
Se nel suo caso mi sottraggo a questa consuetudine è per due ragioni: la stima che
nutro verso la sua figura di intellettuale e di studioso e, su un piano diverso, la
speranza di sgomberare il campo – chissà – una volta per tutte – dall’accusa che da più
parti mi viene rivolta di essere stato l’artefice di uno scambio inconfessabile e
immorale in materia di Costituzione e di conflitto di interessi con l’onorevole Silvio
Berlusconi. «Un pettegolezzo, invecchiando, diventa un mito» così scrive in uno dei
suoi illuminanti aforismi Stanislaw Lec. E questo mito mi viene fatto gravare sulle
spalle da diversi. Da alcuni per una concezione consapevolmente calunniosa della
lotta politica; da altri in buona fede, come nel suo caso, ma con non minore asprezza.


«D’Alema – lei scrive – ha come prima responsabilità quella di aver consentito che
venisse aggirata, con un miserabile cavillo, una legge del 1957 che stabiliva la
ineleggibilità di titolari di importanti concessioni pubbliche, e ha bloccato ogni serio
tentativo di risolvere il problema del conflitto di interessi; tutto ciò per portare a
compimento, niente meno, la riforma della Costituzione: con quel socio! Sembra
incredibile». Già, sembra incredibile; ma soprattutto ciò che lei scrive è falso, caro
professore. Ma procediamo con ordine.
Nel luglio del 1994 la giunta per le elezioni della Camera dei deputati rigettò a
maggioranza il ricorso contro la elezione a deputato di Silvio Berlusconi. I deputati
del mio partito (del quale ero segretario da pochi giorni) votarono ovviamente contro,
come gli altri parlamentari progressisti. Con la maggioranza si schierarono due
deputati del Partito popolare, allora sotto la guida dell’on. Buttiglione.

Non vedo
proprio quindi che cosa mai avrei io consentito, in cosa potesse entrarci con la
Bicamerale la decisione del ’94. In realtà ciò che si dimostrò allora è (come poi più
volte ho sostenuto) la insostenibilità di una norma che, in tempi di sistema elettorale
maggioritario, affida alla giurisdizione domestica e politica del Parlamento il giudizio
in materia di ineleggibilità. Anche per questo proposi in seguito una riforma che
consentisse il ricorso di fronte alla Corte costituzionale, cioè a un giudice
indipendente dalle parti politiche. E anche questo aspetto dimostra quanto fosse
necessaria una riforma della Costituzione. Per realizzare le riforme l’Ulivo indicò la
via di una commissione parlamentare in alternativa alla proposta della destra di una
Assemblea costituente. E insistemmo molto sulla necessità che le riforme non fossero
imposte dalla volontà di una maggioranza parlando – come recita il programma
elettorale dell’Ulivo – di «un patto da scrivere insieme». Continuo a pensare che
quella scelta fosse giusta e comunque quella linea politica, del dialogo e della
comune responsabilità di fronte alle istituzioni, ci consentì di vincere le elezioni del
1996.

Non è affatto vero che l’istituzione della Commissione Bicamerale bloccò o
impedì l’esame di una legge sul conflitto di interessi. La legge venne discussa e
approvata all’unanimità nell’aprile del 1998. Certo, si trattò di quella legge che il
centro-sinistra considerò poi del tutto inadeguata a risolvere in modo efficace e serio i
nodi del conflitto di interessi.

Ma non fui certo io ad imporla, né vi era alcun nesso
con la vicenda della Bicamerale che aveva tra l’altro già concluso i propri lavori. In
un bel libro di recentissima pubblicazione («Democrazia e conflitto di interessi. Il
caso italiano») Stefano Passigli, che pure ricostruisce in chiave fortemente critica
l’intera vicenda, ridicolizza la tesi dello scambio o «dell’ inciucio» tra D’Alema e
Berlusconi. In effetti basta leggere gli atti del Parlamento per rendersi conto che
quella legge fu voluta dall’intero centro-sinistra; dal governo che fu attivamente
partecipe della discussione e della elaborazione del testo con il sottosegretario
Bettinelli, sino alle componenti più insospettabilmente anti-berlusconiane. Come
ricorda Passigli in sede di dichiarazione di voto l’on. Elio Veltri, braccio destro del dr.
Di Pietro, ebbe a dire «Questo testo non è molto distante dalla proposta di legge che
avevo presentato – abbiamo ottenuto garanzie maggiori nelle procedure – perché la
separazione della gestione fosse effettiva e il trust fosse effettivamente cieco». Nella
maggioranza dell’Ulivo la posizione più critica fu invece proprio quella dei Ds che
cercarono, almeno sul piano fiscale, di rendere la normativa meno “di favore” per il
proprietario di Mediaset. Se dunque errore vi fu, e certamente vi fu, esso rivelò un
limite culturale dell’intero centrosinistra. Ma i fatti smentiscono nel modo più netto la
teoria dello scambio Bicamerale/conflitto di interessi di cui sarei stato protagonista
io.

Non mi sfugge tuttavia che, al di là dei fatti, il diffuso pregiudizio, il sospetto, il
disagio per la ricerca di una intesa costituzionale con la destra ha finito per incrinare
il rapporto di fiducia fra noi e una parte dell’opinione pubblica di sinistra. E ciò,
paradossalmente, è tanto più significativo proprio perché quel pregiudizio non è
fondato sui fatti né su una seria analisi politica della vicenda della Bicamerale. La
Bicamerale rappresentò infatti un momento indubbiamente positivo per l’Ulivo. Fu un
aiuto per il governo Prodi in quanto concorse ad un clima parlamentare favorevole
alle scelte difficili ma necessarie per la rincorsa dell’Euro. Fu un momento alto del
profilo riformista. Costrinse la destra a un confronto che ne stemperò il carattere
“eversivo” di forza di rottura istituzionale e fece emergere articolazioni e divisioni.
Soprattutto delineò un impianto di riforme – certo non privo di debolezze e
incongruenze – ma che avrebbe potuto rappresentare la base per una grande riforma
da fare in Parlamento e che segnasse un approdo sicuro della lunga transizione
italiana. Fra l’altro sul tema che ci appassiona, della incompatibilità e ineleggibilità, il
progetto della Bicamerale segnava un netto passo in avanti prevedendo la possibilità
di ricorso alla Corte Costituzionale.

Fu Berlusconi a rompere e a far fallire il disegno
della Bicamerale. Prova questa indubitabile che nel progetto di riforme non si
nascondeva alcuna oscura concessione sui principi e sui valori, come pure invece si è
poi detto in questi anni. E da questa rottura comincia la sua rivincita. Anche perché
egli non pagò alcun prezzo e fu anzi aiutato dalla campagna sull’ «inciucio» che,
sostenuta in modo aspro anche da una parte della opinione del centrosinistra, gli
spianò la strada scaricandolo di ogni responsabilità per aver fatto fallire le riforme
costituzionali.
La verità è che non pochi furono quelli che, anche nel nostro campo, tirarono un
sospiro di sollievo. E l’Ulivo, prigioniero delle divisioni e delle resistenze
conservatrici, finì per lasciare sbiadire via via (con l’eccezione della legge sul
federalismo) il suo profilo di forza riformista e di cambiamento sul terreno
costituzionale.


Resta in me la convinzione che ci abbia danneggiato di più – anche elettoralmente -
non averle fatte le riforme che avere cercato di farle con la Bicamerale. Ma lei dice:
«con quel socio!». Capisco il problema. E sarebbe troppo facile rispondere che le
riforme si fanno in Parlamento e i soci non li scegliamo noi ma il popolo italiano.
Questo non la commuove dato che come lei scrive nel suo libro non esclude – per una
comprensibile indignazione civile – di «dimettersi da italiano».
Ma questa è una via preclusa a chi ha scelto l’impegno politico, ha l’ambizione di
tornare a governare questo paese e intanto il dovere di concorrere a far vivere e
funzionare le istituzioni. Con questa destra, sulla quale il mio giudizio non differisce
molto dal suo, continuo a pensare che tra «l’inciucio» (che non ci fu ma apparve), e la
demonizzazione reciproca (che giova solo a Berlusconi) possa esserci una terza via
capace di unire la nettezza della contrapposizione politica, programmatica, etica
(quando ci vuole) alla necessaria comune responsabilità quando siano in gioco le
istituzioni e il bene dell’Italia. http://www.syloslabini.info/online/?p=418

Paolo Sylos Labini

Noi, Berlusconi, l’Opposizione

l’Unità 24.11.2001

Nella lunga lettera pubblicata su l’Unità del 22 novembre D’Alema risponde alle
critiche da me sollevate alle sue scelte politiche nel libro-intervista «Un paese a civiltà
limitata» e poi in un articolo pubblicato su l’Unità del 16 novembre. Da principio
riconosce la mia «buona fede nel credere ad un pettegolezzo che invecchiando diventa
un mito, come scrive Stanislav Lec»; poi però si lascia un po’ andare e, riferendosi
alla posizione da lui presa consentendo che la legge del 1957, che stabiliva
l’ineleggibilità dei titolari di concessioni di rilevante interesse economico, venisse
aggirata con un cavillo (titolare delle concessioni tv sarebbe stato non Berlusconi ma
Confalonieri), afferma: «ciò che lei scrive è falso, caro professore» e ricorda, in primo
luogo, che «nel luglio 1994 la Giunta per le elezioni della Camera dei deputati rigettò
a maggioranza il ricorso contro la elezione di Silvio Berlusconi».
Subito dopo aggiunge: «I deputati del mio partito votarono ovviamente contro, come
gli altri parlamentari progressisti».

Sono costretto a ribattere: no, caro presidente,
quello che scrivo non è falso e il suo ricordo non è esatto. A suo tempo, quando, per
far rispettare quella legge, io ed altri amici costituimmo un gruppo di pressione,
intorno al quale fu fatto un vuoto pneumatico, mi documentai con scrupolo; ho con
me vari documenti. Così, negli atti della Giunta per le elezioni della Camera di
mercoledì 20 luglio 1994 a pagina 3 risulta che l’unico oppositore fu il deputato ds
Luigi Saraceni, che, come dichiarò ad un mio amico del gruppo di pressione e come
mi ha confermato oggi per telefono, prese la decisione autonomamente: i suoi colleghi
ds votarono a favore. Tutto questo avveniva nel 1994, quando la maggioranza era del
cosiddetto centrodestra. Anche più grave è ciò che accadde dopo le elezioni del 1996:
allora la maggioranza era del centrosinistra ma non ci fu nessuna opposizione; anche
in questo caso ho gli atti della Giunta – martedì 17 ottobre, pagine 10-12.

Del 1996 il
presidente D’Alema non parla. Di tutto questo scrissi diffusamente in un lungo
articolo apparso nel fascicolo 5 del 2000 della rivista MicroMega; debbo ritenere che
sia sfuggito alla sua attenzione.
Siamo d’accordo sulla regola, praticata dagli altri paesi europei, che sui ricorsi in
materia d’ineleggibilità il giudizio non deve essere affidato al Parlamento, ma ad un
organo esterno, come la Corte Costituzionale; questa esigenza, però, fu considerata in
seguito e non nell’avvio della Bicamerale. Desidero essere chiaro: non sostengo che ci
sia stato uno scambio Bicamerale/conflitto d’interessi. Sostengo una tesi diversa e
cioè che una volta scelta come prioritaria la linea della Bicamerale l’inevitabile
corollario – lo scrivo nel mio articolo su l’Unità – sarebbe stato quello di un
atteggiamento non ostile verso il Cavaliere: non si poteva, da un lato, chiedere la sua
collaborazione per riformare – niente meno – la Costituzione e, dall’altro lato,
combatterlo con la necessaria intransigenza. Questa è la mia tesi e non quella dello
scambio che necessariamente presuppone una sorta di trattativa.

Un altro corollario -
anche questo scrivo nell’articolo – era quello di prendere le distanze dai critici duri e
intransigenti di Berlusconi, ossia da quelli che sono stati denominati i
«demonizzatori», una categoria alla quale appartengo. Vedo, con rammarico, che lei
non ha abbandonato l’idea che la «demonizzazione reciproca giova solo a
Berlusconi». Mi sembra evidente che la linea alternativa, quella della legittimazione
reciproca, è stata catastrofica per il centrosinistra ed ha giovato solo al Cavaliere, il
quale ha incassato i vantaggi della legittimazione offerta dai ds, ma li ha ripagati
continuando, anche più ossessivamente di prima, a definirli «comunisti», collusi con
le «toghe rosse» e quant’altro: in breve, la non demonizzazione è stata unidirezionale.
Quanto alla tesi che i demonizzatori avrebbero portato acqua al mulino del Cavaliere,
è una tesi smentita da un’analisi dei flussi elettorali diretta dal professor Ricolfi della
Facoltà torinese di sociologia, secondo cui l’azione congiunta di vari «demonizzatori»
ha spostato a favore del centrosinistra da uno a due milioni di voti pescandoli
principalmente fra chi pensava di non andare a votare: questo ha ridotto quella che lei
ha chiamato un’«incrinatura» – parlerei di una grave incrinatura – fra una parte
dell’opinione pubblica di sinistra e i ds. Non sarebbe allora il caso di riconoscere che
la critica dei demonizzatori va abbandonata? Che altro debbono combinare Berlusconi
ed il suo governo per convincere tutto il centrosinistra che è necessaria
un’opposizione intransigente? Lei, presidente D’Alema, riconosce che, nell’assai
ambizioso progetto di riformare la Costituzione, Berlusconi non era un socio
raccomandabile. Ma, osserva, le riforme si fanno in Parlamento e i soci non li
scegliamo noi ma il popolo italiano. Un tale ragionamento dà per certo che, non le
riforme in generale, ma – niente meno – la riforma della Costituzione non fosse in
alcun modo procrastinabile. Non è così: era sconsigliabile intraprenderla fino a
quando bisognava farla con un socio che aveva quel po’ po’ di conti da regolare con
la giustizia. Io, proponendo idee condivise da molti miei amici, le inviai una lettera
aperta pubblicata su Repubblica – certo se ne ricorda. D’altro canto, l’unica riforma
veramente urgente era quella riguardante la giustizia, per la quale quel pessimo socio
aveva evidenti interessi personali. Ma, a detta di numerosi giuristi e di magistrati, le
più importanti riforme in questo campo potevano e dovevano essere attuate con leggi
ordinarie, lasciando in pace la Costituzione. Verso la fine della sua lettera osserva,
rivolgendosi a me: «Lei non esclude – per una comprensibile indignazione civile – di
dimettersi da italiano. Ma questa è una via preclusa a chi ha scelto l’impegno politico
ed ha l’ambizione di tornare a governare questo paese ed intanto ha il dovere di
concorrere a far vivere e funzionare le istituzioni». È vero: io non escludo di essere
costretto a dimettermi da italiano. Ma per ora, come vede, non mi sono affatto
dimesso. E l’opposizione a questa destra, sulla quale il suo ed il mio giudizio non
differiscono molto (salvo che nell’idea che questa sia veramente una destra),
dev’essere netta ed intransigente proprio per salvaguardare le istituzioni. Dico questo
con una certa fiducia che anche su tale campo vitale le nostre differenze oramai non
siano grandi: penso che quel che ha combinato il governo Berlusconi nei suoi primi
centoventi giorni di vita abbiano fatto cadere ogni illusione, per via dell’assalto che
hanno dato proprio alle istituzioni, a cominciare dalla giustizia. Come lei sa, le
illusioni sono cadute anche nei nostri partner, in Europa e fuori, principalmente per il
mostruoso conflitto d’interessi, che a detta di intellettuali che ben possono essere
considerati di destra è all’origine del discredito – Sartori ha parlato di disprezzo – che
oggi all’estero ricopre, non l’Italia, ma Berlusconi e il suo governo. In Parlamento ed
a Pesaro ho notato segnali incoraggianti, come – faccio solo due esempi – la vigorosa
reazione agli attacchi alla magistratura e l’appoggio, da lei proclamato, alla proposta
del referendum volto ad abrogare la vergognosa legge sulle rogatorie, una proposta
lanciata da tre riviste della sinistra liberale (MicroMega, Il Ponte, Critica liberale),
alla quale auspichiamo che lei voglia aderire – proprio ieri abbiamo avuto l’adesione
di Sergio Cofferati. È da considerare anche la possibilità di cancellare le altre due
vergogne: la depenalizzazione del falso in bilancio e la gigantesca sanatoria fiscale
legata al rientro di capitali. Sì, discutiamo pure delle formule – socialdemocrazia,
liberalsocialismo – e, ancor più, dei programmi. Ma il cosiddetto popolo di sinistra
vuole comprendere se i ds sono disposti a fare un’opposizione robusta e non
oscillante. Anche qui qualche segnale positivo c’è: recentemente lei su Berlusconi ha
fatto dichiarazioni così dure che l’ottimo Giuliano Ferrara, che qualche mese fa
paragonò Bobbio e me a Goebbels, l’ha minacciata d’includerla nella mia stessa
categoria. Caro presidente, tutte le forze di opposizione sono nella stessa barca. Noi
non chiediamo a nessuno prebende o posti e neppure orologi d’oro. Ci muove
l’aspirazione a vivere in un paese dove non solo non venga la tentazione di dimettersi,
ma in cui si possa vivere bene e senza angoscia civile. Se in qualche modo possiamo
collaborare, eccoci qua. http://www.syloslabini.info/online/?p=419#more-419

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