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Da eroiche a sospette La rappresentazione delle operazioni di soccorso di migranti e rifugiati nei media
31 Maggio 2017
2017-Accoglienza Italia
La deformazione

mediatica dei fatti dopo l'intervento perverso del dott. Zuccaro dimostrata dal rapporto “Navigare a vista - Il racconto delleoperazioni di ricerca e soccorso di migranti nel Mediterraneo centrale".AssociazioneCarta di Roma, 29 maggio 2017.

Di operazioni di ricerca e soccorso i media parlano, e tanto: presenti nel13% delle notizie sull’immigrazione nei principali quotidiani italiani e nel18% dei servizi sull’immigrazione de itelegiornali in prima serata e legate soprattuttoal racconto di naufragi (39%) e azioni di salvataggio (22%). Ma come se neparla?

A fotografare la rappresentazione mediatica delle operazioni Sar (Search andRescue) è il rapporto “Navigare a vista. Il racconto delle operazioni di ricerca e soccorso di migranti nel Mediterraneo centrale”, presentato oggi presso l’Associazione Stampa Esterada Osservatoriodi Pavia, AssociazioneCarta di Roma e Cospe.

Organizzazioni militari e civili: quale il racconto di chi è operativo?

L’analisi di 400 tweet sulle operazioni Sar postati dagli account ufficialidelle Ong più attive, di Eunavfor Med, della Marina militare e della Guardiacostiera italiana ha consentito di rilevare importanti differenze nel raccontodelle Sar da parte degli stessi attori coinvolti: se quello delle Ong è unracconto costante nel tempo e spesso emotivo, che si sofferma sulle personesoccorse, quello di Eunavfor Med e della Marina è un racconto più tecnico,focalizzato sulla gestione delle azioni di intervento. Nel mezzo si pone laGuardia costiera, che alterna entrambe le tipologie di comunicazione.

Diverso anche il linguaggio usato: gli attori civili parlano più spesso di“persone” salvate (nel 42% dei loro tweet), quelli militari di “migranti” (nel77% dei loro tweet); il racconto delle Ong è empatico nel 53% dei casi, mentrelo è solo nel 6% dei tweet delle organizzazioni militari. Ed è solo nelracconto delle organizzazioni non governative che troviamo riferimenti anche aciò che accade prima e dopo il soccorso.

«Nel caso dei soccorsi viene data voce ai protagonisti, esperti, operatoriSar o migranti che siano, nel 67% dei casi», così Paola Barretta,ricercatrice senior dell’Osservatorio di Pavia.

La rappresentazione delle Sar nei mainstream media

Con l’avvio di Mare Nostrum nell’ottobre 2013, in risposta ai tragicinaufragi avvenuti il 3 e l’11 dello stesso mese, le operazioni di ricerca esoccorso acquisiscono centralità nel racconto dell’immigrazione: dagli arrivisulle coste italiane agli incidenti, fino alla cronaca degli interventi stessi.Una narrazione che fino al 2016, se confrontata alla rappresentazione dimigrazioni e migranti nel loro complesso, rappresenta una buona pratica:nonostante il tema dell’immigrazione sia divisivo, quello delle Sar è unracconto positivo, che mette al centro i protagonisti del soccorso e le loroazioni - organizzazioni e esperti hanno voce in oltre la metà dei servizi -presentandoli come “angeli del mare” e che, soprattutto, umanizza il fenomeno,soffermandosi su solidarietà e accoglienza. Se nel totale dei servizi primetime sull’immigrazione, migranti, rifugiati e immigrati stabilmente residentiin Italia hanno voce solo nel 3% dei casi, la percentuale sale al 14% quando sitratta di notizie relative alle Sar. Questo, almeno, fino ai primi mesi del2017. Poi tutto cambia.

Dopo Carmelo Zuccaro: Da “angeli” a “taxi”

Con il video di un blogger divenuto virale prima e le dichiarazioni delprocuratore di Catania Carmelo Zuccaro poi, la cornice da positiva diventanegativa: un’ombra è gettata sull’operato delle ong. Si apre così una nuovafase del racconto delle Sar: l’operato delle organizzazioni che conduconoquesti interventi è messo in discussione, fino a dubitare dello spiritoumanitario che le anima.

A prevalere è ora il sospetto. «La narrazione delleoperazioni Sar porta con sé diversi rischi tra cui la legittimazione dipolitiche migratorie più restrittive e la criminalizzazione della solidarietà»evidenzia Valeria Brigida, giornalista freelance tra gli autori del rapporto. Non solo: i media talvolta confondono e sovrappongono i ruoli diorganizzazioni militari e Ong, mentre la diversità della loro natura e delleloro missioni è emersa anche, come osservato, nelle modalità di comunicazioneda esse adottate.

Afferma Anna Meli, Cospe: «Interrogarsi su cosa davvero succeda a livello dipolitiche globali, lo spostamento di attenzione è un po’ obbligato, ma comegiornalisti è importante domandarsi perché stia accadendo un certo fenomeno edove un certo tipo d’informazione istituzionale ci vuol portare a ragionare».E ribadisce Pietro Suber, vicepresidente dell’Associazione Carta di Roma: «Bloccarei migranti diventa la risposta più facile della politica agli umori dellapiazza. In questo contesto la ricerca che presentiamo oggi assume unparticolare interesse per comprendere come si sta trasformando uno dei temiprincipali del nostro dibattito mediatico, pubblico».

Una cornice, quella del sospetto, che appare difficile da scardinarenonostante le repliche degli attori attaccati, fino a quando non saràsostituita da un frame narrativo più accurato e aderente alla realtà.
Tra gliobiettivi comunicativi portati avanti da Medici senza frontiere, sostieneFrançois Dumont, direttore della comunicazione di Medici Senza Frontiere: «C’èla richiesta all’Europa di mettere in atto delle politiche concordate di Sar masoprattutto di creare dei corridoi sicuri per arrivare in Europa». Tra glistrumenti comunicativi da utilizzare, Fabio Turato, politologo, docente pressol’Università di Urbino, sottolinea come sia importante «autodefinirsi primadi essere definiti dalla retorica portata avanti dagli imprenditori della pauranella cornice del tema immigrazione e Ong».

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