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Conchita Giuseppe; Sannino D'Avanzo
Crimini in corso
4 Settembre 2009
Articoli del 2009
Un commento delle conseguenze dell’attacco del killer del Presidente al direttore de l’Avvenire e un’intervista a don Sciortino, direttore di Famiglia cristiana. La Repubblica, 4 settembre 2009

Il delitto è compiuto

di Giuseppe D’Avanzo

Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, si è dimesso e non tiene conto discutere del sicario. È stato pagato per fare il suo sporco lavoro, se l’è sbrigata in fretta. Ora se ne vanta e si stropiccia le mani, lo sciagurato. Appare oggi più rilevante ricordare come è stato compiuto il delitto; chi lo ha commissionato e perché; quali sono le conseguenze per noi tutti: per noi che viviamo in questa democrazia; per voi che leggete i giornali; per noi che li facciamo. Dino Boffo è stato ucciso sulla pubblica piazza con una menzogna che non ha nulla a che fare - né di diritto né di rovescio - con il giornalismo, ma con una tecnica sovietica di disinformazione che altera il giornalismo in calunnia. Il mondo anglosassone ha un’espressione per definire quel che è accaduto al direttore dell’Avvenire, character assassination, assassinio mediatico.

Il potere che ci governa ha messo in mano a chi dirige il Giornale del capo del governo - una sorta di autoalimentazione dell’alambicco venefico a uso politico - un foglio anonimo, redatto nel retrobottega di qualche burocrazia della sicurezza da un infedele servitore dello Stato. C’era scritto di Boffo come di «un noto omosessuale attenzionato dalla Polizia di Stato». L’assassino presenta quella diceria poliziesca come un fatto, addirittura come un documento giudiziario. È un imbroglio, è un inganno. Non c’è alcuna «nota informativa». È soltanto una ciancia utile al rito di degradazione. L’assassino la usa come un bastone chiodato e, nel silenzio degli osservatori, spacca la testa all’errante. L’errore di Boffo? Ha criticato, con i toni prudentissimi che gli sono propri e propri della Chiesa, lo stile di vita di Silvio Berlusconi. Ha lasciato che comparissero sulle pagine del quotidiano della Conferenza episcopale l’amarezza delle parrocchie e dei parroci, il disagio dei credenti e del mondo cattolico più popolare dinanzi all’esempio di vita di Quello-Che-Comanda-Tutto.

Ora che c’è un morto, viene il freddo alle ossa pensare che anche una prudente critica, una sorvegliata disapprovazione può valere, nell’infelice Paese di Berlusconi, il prezzo più alto: la distruzione morale e professionale. Ma soltanto le prefiche e gli ipocriti se ne possono meravigliare. Da mesi, il presidente del Consiglio ha rinunciato ad affermare la legittimità del suo governo per mostrare, senza alcuna finzione ideologica, come la natura più nascosta del suo potere sia la violenza pura. Con l’assassinio di Dino Boffo, prima vittima della "campagna d’autunno" pianificata con lucidità da Berlusconi (ha lavorato a questo programma in agosto dimenticando la promessa di andare all’Aquila a controllare i cantieri della ricostruzione), questa tecnica di dominio politico si libera di ogni impaccio, di ogni decenza o scrupolo democratico. Berlusconi decide di muovere contro i suoi avversari, autentici e presunti, tutte intere le articolazioni del multiforme potere che si è assicurato con un maestoso conflitto d’interesse. Stila una lista di nemici. Vuole demolirli. Licenzia quelli tra i suoi che gli appaiono pirla, fessi, cacaminuzzoli. Vuole sicari pronti a sporcarsi le mani. È il padrone di quell’industria di notizie di carta e di immagini. Muove come vuole. È anche il presidente del Consiglio e governa le burocrazie della sicurezza (già abbiamo visto in un’altra stagione i suoi servizi segreti pianificare la demolizione dei "nemici in toga"). Il potere che ci governa chiede e raccoglie nelle sue mani le informazioni - vere, false, mezze vere, mezze false, sudicie, fresche o ammuffite - che possano tornare utili per il programma di vendetta e punizione che ha preparato. Quelle informazioni, opportunamente manipolate, sono rilanciate dai giornali del premier nel silenzio dei telegiornali del servizio pubblico che controlla, nell’acquiescenza di gruppi editoriali docili o intimiditi. È questo il palcoscenico che ha visto il sacrificio di Dino Boffo ordinato da Quello-Che-Comanda-Tutto.

È la scena dove ora salmodiano il coro soi-disant neutrale, le anime fioche e prudenti in cerca di un alibi per la loro arrendevolezza, gli ipocriti in malafede che, riscoprendo fuori tempo e oltre ogni logica la teoria degli "opposti estremismi" mediatici, accomunano senza pudore le domande di Repubblica alle calunnie del Giornale; un’inchiesta giornalistica a un rito di degradazione sovietico; la vita privata di un libero cittadino alla vita di un capo di governo che liberamente ha deciso di rendere pubblica la sua; la ricerca della verità all’uso deliberato della menzogna. È questa la scena che dentro le istituzioni e nel Paese dovrebbe preoccupare chiunque. Per punirlo delle sue opinioni, un uomo è stato disseccato, nella sua stessa identità, da una mano micidiale che ha raccolto contro di lui il potere della politica, dello Stato, dell’informazione, dei giornali di proprietà del premier usati come arma politica impropria. Nei cromosomi della democrazia c’è la libertà di stampa e, come si legge nell’articolo 21 della Costituzione, «il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero». È questa libertà che è stata umiliata e schiacciata con l’assassinio di Dino Boffo. Lo si vede a occhio nudo, anche da lontano. «Un giornalista è l’ultima vittima di Berlusconi», scrive il New York Times. Chi, in Italia, non lo vuole vedere e preferisce chiudere gli occhi è un complice degli uccisori e di chi ha commissionato quel character assassination.

Don Sciortino: una pagina triste della storia italiana

"La democrazia scricchiola ma non ci fermeranno"

di Conchita Sannino

Massa LUBRENSE - «Gli attentati possono procurare ferite e sgomento, ma non possono cancellare la verità odiata, anzi qualche volta avviene che la esaltino. I sicari non hanno fermato la voce della Chiesa, della sua dottrina sociale, in tanti secoli. Non la fermeranno ora». Don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, già finito nel mirino dei media di casa Berlusconi per le posizioni espresse contro i provvedimenti sulla sicurezza e gli stili di vita del premier, commenta quasi in diretta le dimissioni del direttore di Avvenire. «È una pagina triste della storia italiana. La nostra democrazia sta scricchiolando». Da una terrazza sospesa sulla costiera sorrentina, a Massa Lubrense, don Sciortino presenta il suo libro («La Famiglia Cristiana») di fronte a centinaia di persone, la luce ispira quiete, i Faraglioni di Capri quasi troppo vicini. Ma il sacerdote indica le ombre. Non solo la crisi che falcidia le famiglie, l’emergenza povertà, gli immigrati «di cui vorremmo prenderci solo le braccia e buttare il resto», i precari. «Non sono tempi buoni. Il Paese si interroghi. Quello che accade non riguarda solo il giornalismo. Quando in un Paese è in discussione la funzione del giornalismo, la sua libertà di esprimersi, di criticare o di commentare le azioni di un potere che non è solo potere di governo, ma pervasivo controllo del sistema mediatico, possiamo parlare di vera democrazia?»

Don Sciortino interviene sulle azioni civili promosse contro i giornalisti. «Da noi, già fatto. Il ministro Maroni ha querelato "Famiglia Cristiana" per le critiche al pacchetto sicurezza». E ancora. «Siamo al pensiero unico, non c’è un’opinione pubblica, si vuole istituzionalizzare questa mancanza nel Paese. Perciò il giornalismo indipendente è minacciato». Sul caso Boffo, il direttore annota ancora: «Se un giornale di casa Berlusconi sferra un attacco di questa gravità contro il giornale dei vescovi, si può credere davvvero alla sua dissociazione? Se fosse vero, dovrebbero esserci conseguenze su chi ha compiuto il killeraggio».

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