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Luca Beltrami Gadola
Così la città si fa grande
12 Giugno 2008
Milano
Si afferma a livello internazionale la “urbistica” approccio sistemico ai problemi urbani. Puntualmente ignorato dal capoluogo lombardo. La Repubblica ed. Milano, 12 giugno 2008 (f.b.)

Milano, la Milano dell´Expo 2015, non si sente grande metropoli o almeno non le interessa aderire all´Associazione mondiale delle grandi metropoli (www. metropolis. org). A dire il vero, tra le città italiane vi ha aderito c´è solo Torino mentre in tutto il mondo sono un centinaio ed in Europa tutte le capitali e molte città di primo piano. Peccato perché chi vi aderiva era invitato a partecipare alla sesta sessione del Congresso internazionale di urbistica che si è svolto ad Hammamet. L´urbistica è una disciplina nata nel 1986 al Crem (Centro ricerche energetiche) di Martigy e si è sviluppata nei Paesi francofoni - Francia, Svizzera e Canadà - ma ora è coltivata da tutte le grandi metropoli del mondo. In breve, si tratta di concepire la città come un sistema complesso fatto di edifici, strade, piazze ma anche di reti fisiche - elettricità, acqua, fogne, cablaggi, trasporti - e di cittadini e loro organizzazioni politiche e sociali: un sistema che deve essere gestito unitariamente ed in maniera integrata. Quello che gli urbisti definiscono un approccio sistemico.

In parole povere gli urbisti partono da un´idea di fondo: gli eletti e con loro chi gestisce la città hanno l´obiettivo di fornire agli abitanti ed alle imprese le risorse ed i servizi essenziali al buon funzionamento delle attività urbane. Tutto questo deve coniugarsi con una buona qualità della vita, con una forte attenzione ai problemi ambientali e di risparmio delle risorse non riproducibili a cominciare dal suolo. L´obiettivo sotteso a tutto questo è di rendere la "macchina città" affidabile e sicura: sicura da tutti i punti di vista e non solo quello caro al nostro vice sindaco. Affidabile e sicura vuol dire che non rischio di morire in un´ambulanza imprigionata nel traffico, che in agosto non ho blackout elettrici per il sovraccarico dovuto ai condizionatori, che i lavori stradali sono gestiti in modo da dare il minimo di fastidio, che una piccola epidemia d´influenza non fa collassare il sistema sanitario, che i sistemi informatici della pubblica amministrazione non vadano in tilt, che i dati d´informazione sulla città siano raccolti sistematicamente e con programmi che possano integrarsi reciprocamente. Vuol dire pensare a dei bypass per ogni importante funzione. Vuol anche dire che la città va osservata attentamente nei suoi cambiamenti sociali per evitare le emergenze (salvo che non le si voglia cavalcare), anche quelle sociali come i cinesi di Paolo Sarpi o i campi rom. Vuol dire accorgersi che gli alloggi degli studenti mancano prima che il mercato nero degli affitti li strangoli. Vuol dire avere un programma di comunicazione e d´informazione permanente con i cittadini, scambiare buone pratiche, competenze, formazione e coinvolgimento degli attori singoli e collettivi della vita della città. Vuol dire conoscere, integrarsi, ed approfittare di tutte le tecniche e di tutti i saperi ormai diffusi ma separati come sono separate e spesso contraddittorie le attività della pubblica amministrazione. Nei Paesi che dell´urbistica hanno fatto uno strumento di crescita stabile ed ordinata, questa competenza è affidata al city-manager. Vogliamo pensarci anche a Milano?

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