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Mario Tronti
Così il nuovismo ci ha riportati all’800
23 Giugno 2012
Sinistra
la relazione di apertura del convegno sulle “Forme della politica organizzata". In calce, una cronaca di Brugno Gravagnuolo, L’Unità, 23 giugno 2011

Il capitalismo liberale 
ha rovesciato il capitalismo democratico condizionato dai partiti di massa
Un ritorno indietro 
tra gli applausi
degli innovatori

Le forme sono essenziali. In politica sono indispensabili. Forma di partito, forma di governo, forma di Stato. È il livello istituzione. Qui c’è stata una perdita, un esaurimento, uno svuotamento, un indebolimento, per cause precise, niente affatto oscure. E lasciamo stare la retorica consolatoria, e in questa fase assai ambiguamente interessata, circa il fatto che queste forme siano state sopravanzate dalla crescita di nuove domande, di nuovi bisogni, da parte di una società civile buona oppressa da una cattiva politica. Magari fosse così. E io penso che se fosse così, le forme “altre” si sarebbero già trovate.

Quando c’è una spinta dal basso, reale, sociale, e quindi materiale, essa cerca, e trova, le forme di espressione adeguate. Non si è trovato niente, ormai da un quarto di secolo a questa parte. Proposte improbabili, sperimentazioni effimere, improvvisazioni leggere, liquide, come si dice, personaggi caricaturali, in una produzione allargata di questi fenomeni. (...) C’è stato uno smottamento nella qualità del consenso delle società democratiche. Le spinte sociali sono state sostituite dai flussi di opinione. Nelle attuali democrazie, puramente elettorali, questi flussi esercitano una funzione strutturale. Come l’andamento delle borse determina la decisione economica, così l’andamento dei sondaggi determina la decisione politica. Un altro modo di esercizio del primato da parte dell’economico sul politico. Che è primato del quantitativo sul qualitativo, dei numeri sulle idee. Non è un caso che sia il populismo a presentarsi oggi come la nuova forma dell’obbligazione politica. E il primato della comunicazione salga al ruolo di vero potere sovrano. E allora, ecco, è rappresentazione ideologica l’autonomia dell’opinione pubblica. Di fatto, essa è guidata, orientata, manovrata, come mai accaduto nel passato. Gli interessi chiedevano rappresentanza politica, e alla fine sottostavano alla mediazione.

L’opinione per prima cosa pretende di autorappresentarsi. È qui l’alternativa vera tra due sistemi istituzionali. Tra parlamentarismo e presidenzialismo, non c’è una scelta di tecnica elettorale, c’è la sostanza di una decisione politica. Attraverso la manipolazione dell’opinione, si afferma il potere incontrastato degli interessi più forti. Non l’interesse generale. Al contrario: il rapporto di forza alla stato puro, senza più i famosi lacci e lacciuoli. E accade questa cosa niente affatto strana. La parte acculturata della società, per il fatto che detiene il monopolio della parola, comanda sul resto, maggioritario, del sociale. Il popolo, con dentro, al centro, la persona che lavora, è ridotto all’intendenza che seguirà. La «Repubblica delle idee» detta i compiti a casa alle forze politiche. Primo compito di un partito del rifare Italia, e del fare Europa: dare voce ai senza parola. Perché se non gliela dà il partito questa voce, non gliela dà nessuno.

(...) La destrutturazione delle forme, ripeto, di partito, di governo, di Stato, è venuta avanti come l’obiettivo, riuscito, di un’operazione dall’alto. Ne aveva bisogno il capitalismo liberale, globalizzato, che negli ultimi trent’anni ha imposto il suo potere assoluto. Non una innovazione, una restaurazione. Nella sostanza del rapporto sociale reale, armato di rivoluzioni tecnologiche. Non un salto post-novecentesco, ma un eterno ritorno di Ottocento.
Il capitalismo liberale ha rovesciato il capitalismo democratico del trentennio precedente, gestito o condizionato dai grandi partiti di massa, a componenti popolari. Questi erano gli ostacoli alla globalizzazione liberista e questi sono stati tolti di mezzo, con applausi dalla platea degli innovatori. La deriva di ceto politico, il discredito dei partiti, l’insignificanza dei governi, la debolezza al posto della forza degli Stati, non sono state cause ma conseguenze. Così, irriconoscibilità, autorefernzialità, corruzione della politica. (...) Sento dire, da varie parti: dobbiamo capire le ragioni dell’antipolitica. Oppure: non chiamiamo antipolitica tutto quello che non ci piace. Due osservazioni di buon senso. Ma il buon senso va sempre letto con un buon intelletto. Il riflesso antipolitico dei cittadini rispecchia, senza saperlo, l’antipolitica dei mercati, che invece la sanno lunga. La ricerca di un’altra politica, senza i partiti, oltre i partiti, delle associazioni, del volontariato, del civismo, si trova accanto, suo malgrado, la setta di quei professionisti dell’anticasta, che dalle pagine dei grandi giornali d’informazione fanno da megafono ai peggiori interessi di classe.

Antiliberisti democratici a convegno:

la cronaca di Bruno Gravagnuolo

Non un seminario qualsiasi. Ma una giornata di battaglia delle idee. E un caposaldo, nel flusso di tanti interventi: il partito. Con un suo «punto di vista», un suo insediamento sociale, e una sua idea di società. Naturalmente quel partito, in parte, c’è già e si chiama Pd. Questo il senso dell’iniziativa promossa da Rifare l’Italia e Crs: «Le forme della politica organizzata». E dentro relazioni di Mario Tronti, Francesco Verducci e tra gli altri Michele Prospero, Carlo Galli, Antonio Saitta, Alfredo Reichlin, Franco Marini, Cesare Damiano, Guglielmo Epifani, Anna Maria Furlan, Maurizio Martina, Santino Scirè, Roberto Gualtieri, Agostino Giovagnoli, Andrea Manciulli, Antonio Misiani. A chiudere, Stefano Fassina Matteo Orfini e Fausto Raciti, Walter Tocci. Il tutto suggellato dal segretario, un «classico», a raccogliere e a far sintesi.

Filo conduttore: dentro la crisi di questo capitalismo monetario c’è un rischio democratico e sistemico. Ma anche un’occasione: riuscire a rendere visibili i rapporti di dominio e i conflitti sociali, quelli a lungo nascosti nella spettralità mercificata e liberista, che ha reso a lungo la sinistra assente o subalterna. Già, lo ha riconosciuto anche Bersani: «La sinistra ha sbandato, si è persa a lungo e invece adesso certe radici tornano con forza: eguaglianza, crescita, emancipazione, civilizzazione, e soprattutto lavoro, a guidare e far crescere le imprese...». E il tema era stato anticipato da Tronti: «La vittoria dell’economia ha deformalizzato la politica, distrutto la rappresentanza degli interessi...».

Prospero evoca una tenaglia: «Onnipotenza del mercato che sradica e delegittima la politica, con l’ausilio dei partiti personali». E sta qui il pericolo («sindrome prefascista»), perché in questa situazione «il Pd è l’unico partito in campo, ma in un campo di rovine che slitta in senso populista e antidemocratico», magari sub specie tecnica. Per Prospero ci vuole una «macchina di partito, forte e radicata», per produrre e riprodurre gruppi dirigenti, «oltre l’eccezionalità delle primarie». Non tutti condividono. Donatella Campus e Sara Bentivegna, danno per acquisita la centralità di social-network e movimenti post-materiali. E la predominanza della leadership. Ma l’aria che tira è un’altra: contano le relazioni materiali, non quelle immaginarie. Le gerarchie e i poteri, la moneta e il capitalismo globale. Mentre i movimenti sono evanescenti, o «tirano» a destra, perché sono i poteri reali a trarne profitto. «Gioco truccato dove la sinistra perde sempre», ricorda Matteo Orfini. Obiezioni che tornano nelle parole di Miguel Gotor, Stefano Fassina, Walter Tocci e anche di dirigenti sul territorio come Martina, Manciulli, Raciti, Speranza. Il punto è: «Intercettare al nord lo sfarinamento del blocco di destra, parlare all’imprenditoria locale strozzata dai debiti e ingannata da Lega e Berlusconi». Oppure, come dice Reichlin: «Tornare a reindividuare il nemico, dopo che per trent’anni il capitalismo angloamericano l’ha fatta da padrone con rating, fisco, flessibilità e derivati finanziari».

Eccola «la sfida di partito». Riscoprire «passioni e interessi, ira etica, in un mondo non liquido, ma solido di gerarchie» (Carlo Galli). E perciò riposizionarsi, ma da un «punto di vista». E da un antagonista. Per fare blocco sociale e alleanze. E ricostruire la democrazia devastata da finanza e populismo. E ancora: partiti veri contro la corruzione, che i partiti personali-locali moltiplicano (Prospero). Per Gotor è questo il primato della politica: «Lotta alla subalternità agli altri saperi e agli altri poteri». Mentre Fassina, teorico laburista e personalista cristiano, precisa: «Sì, partito del lavoro, ma dei lavoratori e dei ceti subalterni in primo luogo. Non lavoro e basta! Poi di qui articoliamo un discorso sull’interesse generale...». Altri spunti: «Finanziamento pubblico controllato e in ragione delle tessere fatte» (Misiani). E la «società civile» che è corpi intermedi, mondi vitali, partiti, non ideologia nuovista. Infine Bersani. Attacca «disgregazione ed eclettismo», apre ai movimenti civici ma senza accettare «invadenze». E pianta i diritti civili su quelli sociali. Non senza riprendere uno spunto di Gualtieri: «La socialdemocrazia è ben viva e noi non stiamo lì ad alzare il ditino o a fare i professori, perché è lì il campo progressista». Infatti ci vuole un «partito-Europa» e di sinistra per battere Merkel e provarci in Italia, «Se stavolta tocca a noi...».

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