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Lodo Meneghetti
Cose arcaiche su Bologna e connessi
27 Marzo 2004
Bologna
Lodovico Meneghetti è da molti decenni sulla breccia del dibattito, dell’insegnamento e della progettazione nel campo dell’urbanistica, a Milano ma non solo. Poiché il lupo perde il pelo ma non il vizio, la sua attenzione a ciò che accade è sempre vigile e aggressiva. Come è giusto per quelli come lui (e come me), le critiche di oggi trovano sempre le loro non sconfessate radici in quelle di ieri. Così, a proposito di Bologna, Lodo ma manda questo suo scritto, con la nota che, in corsivo, l’introduce. Il linguaggio puoi apparire “vetero” ai moderni, ma la sostanza mi sembra attualissima. (Il titolo di questa pagina è suo).(es)

Il 15 dicembre 1975 apparve un mio articolo su “l’Unità” in seguito (un po’ una risposta) a un articolo di Nino (Luigi) Araldi (il caro amico, urbanista fra i più preparati, persona di rara gentilezza ed eleganza, scomparso nel ’91 a soli 69 anni). Partendo dal caso di Bologna egli sosteneva che “i punti di partenza per l’urbanistica” dovevano essere quelli conquistati in quella città “malgrado le condizioni negative di contorno e all’interno del modello di sviluppo capitalistico”.

Estraggo brevi pezzi del mio intervento che, considerandone la data, forse non è del tutto privo di interesse per l’oggi, per la discussione che si è aperta: (lm)

La recente proroga dei vincoli sulle aree (la terza dopo quelle del ’68 e del’73) e il varo del disegno di legge governativo in materia urbanistica impongono a quanti si occupano di problemi del territorio un’attenta riflessione. La questione si può impostare nei termini seguenti: come, a fronte dei cambiamenti, delle rotture che l’interesse dei lavoratori richiede di apportare alla struttura economico-sociale per costruire una società diversa, si possa rompere la vecchia logica urbanistica, componente essenziale del modello affermatosi in Italia. Componente sovrastrutturale, si direbbe in senso stretto, ma nei fatti di portata strutturale se è vero che:

- il territorio, sotto il comando capitalistico, entra nel ciclo della produzione;

- l’integrazione tra profitto e rendita è uno degli aspetti principali che contraddistinguono le politiche aziendali e le strategie economiche;

- gli obblighi territoriali cui soggiacciono le popolazioni e soprattutto le classi subalterne risalgono anche all’affermazione di determinati rapporti di produzione e sociali.

Quindi “i punti di partenza per l’urbanistica” dovrebbero ritrovarsi […] al di fuori delle linee tradizionali dello “sviluppo” che le classi dominanti e i governi hanno imposto agli italiani; vale a dire più avanti rispetto a quei punti fermi conquistati “ malgrado le condizioni negative di contorno e all’interno del modello di sviluppo capitalistico” (come a Bologna).

Oggi, dopo un’espressione di voto come manifestata nelle elezioni del 15 giugno [elezioni amministrative, preludio al grande successo del Pci nelle politiche del 1976, quelle del mancato “sorpasso” per un decimo di punto] che, a me pare, contiene un’autentica domanda di trasformazione radicale della società, dovremmo verificare se quegli spunti locali del tipo bolognese ritenuti molto progressisti lo siano davvero, domandandoci se:

- questo giudizio localistico regga solo perché rapportabile a un assetto generale del territorio nazionale talmente deteriore da non trovarne l’eguale nei paesi capitalistici europei;

- quegli spunti non subissero il limite, oltreché le “condizioni negative di contorno”, e le difficoltà della stessa cultura di sinistra a essere maggiormente creativa e propositiva in maniera originale entro gli spazi che il capitalismo italiano inevitabilmente concedeva: giacché inadeguato a organizzare il territorio “modernamente” e troppo brutale nella sua manipolazione sì da provocare forti contraddizioni;

- tali limiti e difficoltà non riguardassero anche gli spazi conquistati non per merito degli intellettuali ma attraverso le lotte dei lavoratori e per merito della creatività culturale manifestata dalle medesime.

Airaldi rivendica la validità dell’esperienza bolognese e respinge quindi le critiche di un recente studio sulla pianificazione in Emilia-Romagna, se è vero che “nessuno ha mai ritenuto che la politica urbanistica del comune di Bologna potesse dar luogo a effetti propriamente traumatici sul comportamento del capitalismo in materia di uso del suolo”, appunto a causa delle “condizioni di contorno”. Tuttavia, se si condividono le considerazioni precedenti circa gli spazi lasciati dalle classi dominanti o conquistati dal movimento operaio, dovremmo procedere oltre la linea tracciata da Airaldi. […].

Il “buon governo” e il “buon piano”, come scrive Airaldi, se hanno prodotto effetti diversi nel campo della dotazione di servizi in confronto ad aree malgovernate dal centro-sinistra o dal centro-destra, non sono stati sufficienti per realizzazioni urbanistiche complessive qualitativamente discriminanti, dovremmo poter dire alternative del modo di abitare, del rapporto casa lavoro, dell’uso del tempo libero. Anche quando nuove occasioni erano offerte dalla condizione politico-amministrativa raramente la cultura urbanistica e architettonica è stata capace di coglierle e di introdursi anche negli interstizi della dialettica sociale per indicare i fondamenti per quelle realizzazioni. […].

La cultura urbanistica di sinistra e la sua influenza sulle amministrazioni locali (ma forse è vero il contrario) ha privilegiato rivendicazioni di tipo quantitativo: lo standard urbanistico (in particolare relativo ai servizi) come panacea ai mali della città. Premetto che ancora una volta, come nel passato, gli urbanisti si sono rivolti quasi esclusivamente al fenomeno urbano non cogliendo la necessità di affermare anche un’urbanistica della campagna collegata con la “vertenza della terra” e capace di contribuire al mutamento del rapporto squilibrato città/campagna (metafora, e realtà, del rapporto sviluppo/sottosviluppo): ma, restando in tema, penso che la ‘linea dello standard’ non sia discriminante rispetto alle motivazioni capitalistiche di costruzione della città.

È vero che in Italia, in particolare nelle grandi città e aree metropolitane, mancano il verde, le scuole, i servizi sociali socio-assistenziali, e così via. La richiesta delle opportune quantità di servizi in proporzione alla popolazione ha un senso persino troppo ovvio. Ma dobbiamo solo esigere dalla classe dominante di essere un po’ più “svedese” e di assumere un tale comportamento dove la sinistra governa localmente come a Bologna? O non dobbiamo piuttosto inserire la rivendicazione in un contesto analitico convincente che ci descriverebbe una realtà in cui i ruoli sociali e la loro distribuzione sul territorio devono ricondursi ai termini dello scontro sociale e politico nel paese? E poi, cosa significa, poniamo nel comune di Milano, scegliere, quale priorità assoluta, la battaglia per standard elevati di attrezzature comunitarie senza collegarla alla questione socio-economica fondamentale: che la città appartiene sempre di meno alla classe operaia e ai ceti popolari, visto che ne sono stati cacciati? Al censimento del 1971 le famiglie con capofamilglia “lavoratore dipendente” (operaio, interpretando la casistica Istat) erano ridotte al 26 % del totale (quasi un dimezzamento rispetto a vent’anni prima), mentre negli altri comuni della provincia costituivano il 46 % [oggi a Milano, di operai residenti esiste solo qualche residuo come pensionato in attesa di essere spedito nel suburbio o di crepare].

Penso che si possa rompere la vecchia logica urbanistica soltanto se, in primo luogo, i punti fermi del tipo acquisito a Bologna nel campo della gestione democratica siano riconsiderati e rilanciati verso nuove attuazioni: esempi concreti non solo di come si possa organizzare un po’ meglio il territorio capitalistico e per i margini che il sistema concede, ma di come il territorio possa essere utilizzato secondo il mutamento dei rapporti di forza politici e sociali che si sta determinando. Nel periodo di dominanza massiccia della Democrazia cristiana era inevitabile che gli assetti territoriali si conformassero a beneficio della borghesia e dei ceti medi / medio-alti, e a danno degli operai e dei lavoratori delle campagne nonostante i coltivatori diretti siano in larga maggioranza vicino a quel partito. (Questo, in sostanza, definisce la vera natura degli squilibri territoriali: il rapporto città campagna tutto spostato a favore della città, il divario nord sud, ecc.ecc.). Oggi, dopo le elezioni del 15 giugno e per la capacità del movimento operaio di porre in termini non astratti ma operativi la questione del mutamento del modello, è legittimo pretendere dall’urbanistica un contributo innovatore affinché le classi subalterne si approprino esse, per così dire, del territorio.

Intanto, occorrono indirizzi di analisi che privilegino, più che le tradizionali misurazioni delle carenze, in ogni caso da effettuarsi ma per nulla rivelatrici delle cause profonde di un dato assetto territoriale, la necessità di scoprire i nessi fra la conformazione e l’uso del territorio, della città, delle abitazioni e i rapporti di produzione e sociali, così che si possano trovare soluzioni materiali che interagiscono con la modificazione di quei rapporti.

Gli urbanisti e gli scienziati del territorio possono svolgere un compito progressista nel confronto con gli amministratori locali fornendo strumenti adeguati alla conoscenza e interpretazione delle diverse realtà territoriali quali inequivocabili realtà di classe, localizzate e con una propria dimensione entro la condizione territoriale classista del paese [attenzione all’oggi: non è affatto vero che le classi non esistono più, come i nuovi potenti vogliono far credere ai beoti]. Le “proposte politiche attendibili e operative”, come scrive Airaldi, che spetterà alle nuove amministrazioni formulare, dovranno derivare, a mio parere, da questo taglio di comprensione dei fenomeni anziché “da una conoscenza della realtà di tipo empirico-intuitivo” non sufficiente a fornire un supporto adeguato agli stessi orientamenti politici, anche se questi “si formano democraticamente nella consultazione popolare e nella partecipazione”. Allora le proposte si collocheranno effettivamente più avanti lungo la linea di sperimentazione di un nuovo assetto territoriale e non si limiteranno a surrogare l’incapacità o la reticenza delle classi sociali dominanti e del governo a razionalizzare il territorio secondo criteri malamente ricopiati da paesi capitalistici più progrediti del nostro.

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