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Luca Beltrami Gadola
Cosa resterà dei miliardi dell´Expo
13 Maggio 2008
Milano
E’ cominciata la corsa ai soldi – pubblici – della manifestazione milanese: a cose fatte cosa rimarrà come patrimonio della città? Da la Repubblica, ed. Milano, 13 maggio 2008 (m.p.g.)

La grande pesca nel mare dei quattrini dell’Expo è cominciata. I primi a farsi decisamente avanti sono stati i costruttori: il loro presidente, Claudio De Albertis, ha scritto al sindaco rivendicando spazio e ruolo per le imprese milanesi. Dando per scontato l’ovvio interesse economico della categoria, il discorso di De Albertis va giustamente al di là e fa trapelare il disagio dei costruttori. Da almeno un ventennio la pubblica amministrazione, primo committente per dimensioni, ha imboccato la strada dei mega-appalti anche attraverso l’accorpamento. Un esempio per i non addetti: se ho da sistemare dieci immobili sparpagliati per la città li impacchetto tutti in un unico appalto e li assegno a un’unica grande impresa. Potrei fare dieci appalti distinti ma con la scusa della razionalizzazione scelgo la strada più comoda e meno faticosa (e meno responsabile). Si sono visti così accorpare ospedali, edifici pubblici, strade di tutti i tipi e a Milano perfino la manutenzione del verde. Le conseguenze si sono viste: proliferare di subappalti in cascata e generale dequalificazione tecnologica del settore, ormai composto di un’infinità d’imprese medio piccole e da pochissime grandi, nessuna a livello europeo.

In sostanza con questa politica si è impedita la crescita naturale del settore: chi è nano resta nano e i grandi si sono nel frattempo finanziarizzati preferendo le crescite di valore di Borsa alla crescita tecnologica. D’innovazione non se ne parla da decenni in un settore dove impera una sorta di oligopolio diffuso dei grandi. Lo stesso fenomeno riguarda i progettisti, soprattutto le nuove generazioni, cui non è dato di crescere.

Adesso per l’Expo si parla di 3,2 milioni di opere infrastrutturali e per avere un’idea delle dimensioni di questo investimento bisogna pensare una cifra che, se fosse solo di edilizia residenziale, consentirebbe la costruzione di 160mila vani, come dire una città di più di 200 mila abitanti. A questa cifra, già impressionante, si devono aggiungere gli investimenti indotti.

Tra le preoccupazioni di chi s’interroga sull’uso successivo delle costruzioni e vede il pericolo di uno tsunami urbanistico e ambientale se ne aggiunge un’altra: questo gigantesco investimento lascerà sul territorio un giacimento d’imprenditorialità, di professionalità e di cultura proporzionato alla sua mole? Tutto dipende da come saranno gestiti questi soldi. L’amministrazione non può venir meno all’impegno di far crescere la realtà locale e di crescere essa stessa. Dove sono le risorse pubbliche per progettare, dirigere e collaudare tutte queste opere? La tentazione sarà di passare la mano ai privati ma le recenti esperienze che hanno portato al progetto Citylife sull’area della Fiera non sono un buon viatico. L’interesse collettivo non è appaltabile. Tra le molte commissioni, una che si occupi di valorizzare in modo permanente questo investimento forse non c’è. Se ci fosse, tra le tante considerazioni su cui dovrebbe riflettere ve n’è una importante: più è lunga la catena tra committente e manovale di cantiere più ci sono morti bianche e dequalificazione produttiva del territorio.

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